"Di veri alpinisti ne rimarranno un paio, il resto sono sportivi: super allenati e preparatissimi, ma le vie di oggi non sono davvero pericolose". Hans Kammerlander e il passaggio dall'avventura alla tecnica

Già guida alpina e scalatore d'eccezione tra le pareti delle nostre Alpi, fu introdotto da Reinhold Messner all'alpinismo himalayano. Negli anni ha messo i piedi sulla vetta di 13 dei 14 ottomila. Per primo al mondo scese con gli sci la parete nord dell'Everest. Per la salita e la successiva discesa gli sono occorse solamente 23 ore e 50 minuti. Attualmente Hans vive nel suo paese natale, in Valle Aurina, prosegue il suo mestiere di guida ed è titolare di un negozio specializzato in sport di montagna, negli anni ha pubblicato complessivamente sette libri che trattano di materie alpinistiche

In questo editoriale ci chiedevamo: "Come raccontare l’alpinismo?". La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché stimola la riflessione.
A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.
Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.
Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.
Oggi ne parliamo con uno dei più forti alpinisti italiani degli anni Ottanta e Novanta, Hans Kammerlander. Già guida alpina e scalatore d'eccezione tra le pareti delle nostre Alpi, fu introdotto da Reinhold Messner all’alpinismo himalayano. Negli anni ha messo i piedi sulla vetta di 13 dei 14 ottomila. Nel 1996, sempre come primo uomo al mondo, scese con gli sci fino al campo base dalla parete nord dell’Everest (l’impresa gli è stata contestata ma lui ne rivendica il titolo, ne parlavamo qui). Per la salita e la successiva discesa gli sono occorse complessivamente 23 ore e 50 minuti. Attualmente Hans vive nel suo paese natale, in Valle Aurina, prosegue il suo mestiere di guida ed è titolare di un negozio specializzato in sport di montagna, negli anni ha pubblicato complessivamente sette libri che trattano di materie alpinistiche.
La comunicazione attorno la pratica alpinistica passa sempre più spesso attraverso l’esaltazione del rischio e della componente adrenalinica. È davvero così significativo questo aspetto?
Lo era forse molti anni fa, oggi i rocciatori sono più artisti che alpinisti, cercano l’estetica. Lo raccontano come molto rischioso anche laddove non lo è. Con questo non voglio rimproverare nessuno, ma è un fatto che l’alpinismo, anche in alta quota, è cambiato totalmente: ora si ha sempre il meteo sotto controllo, i tempi calcolati, l’itinerario già conosciuto alla perfezione. Siamo sempre connessi, sempre in contatto con i soccorsi, abbiamo chiodi e strumenti di assicurazione all’avanguardia. Se uno fa oggi una via nuova, magari avrà una tecnica perfetta e darà anche l’impressione del pericolo, però i chiodi sono tanti: se sbaglia e cade non succede nulla. Di "veri" alpinisti, oggi ce ne saranno ancora un paio. Il resto secondo me sono sportivi: super allenati e preparatissimi, certo, ma le vie nuove di oggi, pur essendo tecnicamente molto difficili, non sono davvero pericolose.
Com’era questo ambiente quando hai iniziato a scalare? Cos’è cambiato?
Io ho cominciato piano come tutti, quand’ero bambino. Scalavo le cime in Valle Aurina, ed ogni giorno per me era un regalo. Poi mi sono messo ad allenarmi di più, ho fatto l’esame di guida alpina e così la montagna è diventata il mio lavoro. Ho cominciato le spedizioni con Messner, ed era un altro mondo. Ormai parecchi anni fa, per scalare un Ottomila, ti concedevano una sola spedizione; ogni primavera rilasciavano al massimo cinquanta permessi per una montagna. Oggi, invece, nello stesso periodo al campo base dell’Everest ci trovi, si e no, mille persone. Molti di questi peraltro sono senza esperienza, perché gli organizzatori ti portano dove vuoi, basta che paghi: passi in ufficio, parliamo di questa cosa e poi ti porto sulla cima di un Ottomila. Io non faccio più alpinismo estremo, ma conosco la storia, l’ho vista trascorrere, ed ogni anno è diverso, c’è sempre meno spazio per l’avventura.
Cosa rimane, al giorno d’oggi, dell’alpinismo "vero"?
Un Ottomila può essere ancora alpinismo "vero", per esempio se affrontato in inverno. Alpinisti come Simone Moro lo sono ancora a tutti gli effetti: perché in inverno sugli 8000 metri non è affatto facile né prevedibile. Sopra i 7500, in inverno, arrivano bufere spaventose da un momento all’altro. Ecco, questo è l’alpinismo. Fare una solitaria senza corde è alpinismo, come Daniel Arnold che ha scalato la Cime Grande di Lavaredo di notte e in meno di un’ora. Così veloce, così pulito. Questo è ancora grande alpinismo, ma sono pochi, veramente solo un paio.
Attraverso quali canali viene raccontato l’alpinismo contemporaneo? Tu come ti informi?
Su internet oggi si può leggere qualsiasi cosa: ogni giorno messaggi e aggiornamenti dal campo base di qualche spedizione: c’è neve, ci sono nuvole; la spedizione parte, non parte. Questo non mi piace. Tendo a preferire i giornali e le riviste, soprattutto quando diffondono poche informazioni, verificate e selezionate. Mi piace che gli articoli siano corredati da materiale fotografico: le immagini sono importanti, e funzionali alla costruzione di una storia, di un’avventura, e alla fine sanno offrire anche un po’ di motivazione a chi legge. Magari lasciano passare anche la dimensione del pericolo, ma secondo me una montagna è pericolosa sempre. Un rischio c’è sempre, anche con preparazione e attrezzatura giusta: la natura è così.
Come potremmo ripensare l’alpinismo di oggi?
Forse sarà perché non sono più così giovane, ma mi piace pensare una montagna senza tutte queste agevolazioni. Anche oggi, se parto per una scalata o se accompagno qualcuno come guida, io non uso queste apps e tutta queste nuove tecnologie. Certo, faccio in modo di prevedere il tempo necessario, ma per tutto il resto mi piace lasciarmi sorprendere. Se c’è qualcosa che non va come previsto, che non mi ha convinto a proseguire, non fa nulla: proverò di nuovo tra un paio di giorni. Così la penso io. Intanto però vedo gli altri alpinisti sempre con il cellulare in mano, e questa cosa non mi piace proprio. La mia vita è sempre stata ed è tutt’ora l’alta quota, ho tanti anni alle spalle e quando vedo l’alpinismo di oggi (quasi tutto) penso ci sia troppa attrezzatura, troppa sicurezza. Alcune vie normali ormai non sono quasi più alpinismo: è turismo, in certi casi c’è così tanta gente che sembra un carnevale.

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.













