Contenuto sponsorizzato
Alpinismo | 05 marzo 2026 | 06:00

Mario Manica e l'alpinismo come "invito al viaggio": ''In Iran sono stato più volte. Parlando con la gente capisci che la società civile non c'entra con le scelte politiche e religiose del regime''

"Ricordo di aver avuto l’impressione che vivessero semplicemente aspettando che il mondo sarebbe cambiato da sé". Ex alpinista e viaggiatore roveretano, ha aperto e ripetuto vie in tutto il mondo, dalla Patagonia alla Groenlandia, dall'Iran al Venezuela. Costretto ad abbandonare l'alpinismo a causa di un incidente nel 2004, sposa la via del ciclismo, a cui oggi dedica abitualmente i suoi viaggi. Nel 2024, il documentario di Luca Rapetti "Mario Manica. Arrampicare per viaggiare", ha raccontato la sua storia

scritto da Samuele Doria
Festival AltraMontagna

In questo editoriale ci chiedevamo: "Come raccontare l’alpinismo?". La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché capace di stimolare riflessioni diverse e talvolta contrastanti.

 

A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.

 

Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.

 

Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.

 

Oggi a parlarci di montagna (e non solo) è Mario Manica, ex alpinista e viaggiatore roveretano. Nel corso della sua vita ha aperto e ripetuto vie in tutto il mondo, dalla Patagonia alla Groenlandia, dall’Iran al Venezuela. Enumerarle tutte sarebbe assai lungo e forse – nel suo caso particolare – poco producente. Costretto ad abbandonare l’alpinismo a causa di un incidente nel 2004, Manica sposa la via del ciclismo, a cui dedica abitualmente i suoi viaggi. Nel 2024, il documentario di Luca Rapetti "Mario Manica. Arrampicare per viaggiare", presentato al Trento Film Festival, ha raccontato la sua storia. Manica non parla di vie o gradi, ma di viaggi e spedizioni, e soprattutto ci teneva a precisare una cosa: "Tutto quello che ho fatto è merito dei miei amici".  

 

 

Il film di Luca Rapetti su di te sembra alludere all’alpinismo come un mezzo, non l’unico possibile, messo al servizio di una ricerca fortemente personale. Ora che non scali più, cosa cercavi andando in montagna?

 

Sono cresciuto in un ambiente strettamente legato alla montagna: Rovereto ha una storia alpinista incredibile, a casa mia giravano dei libri di montagna, mio papà e mia mamma si sono conosciuti arrampicando. Ciò che più mi appassionava allora erano le immagini, l'immagine fotografica. In copertina del libro di Armando Aste c’era questa veduta delle Torri del Paine: per me quello era il sogno.

Nell'85, a ventitré anni, quasi per caso mi son trovato a toccare per la prima volta le pareti della Patagonia; scalarle in fondo era solo un pretesto, il punto era il desiderio di andarle a vedere. Prima che smettessi di arrampicare, avrei potuto dire di essere stato uno degli alpinisti che ha più visto pareti: non mi è mai interessato dire "ho scalato questa o quest’altra parete". Non è modestia, semplicemente il fascino che esse suscitavano su di me era pura curiosità, semplice voglia di vederle e di vedere il mondo da lassù in cima. Anche adesso, passando viaggiando in bici, capita che rimanga incantato di fronte ad una parete, ma viene spontaneo, non saprei dirti per quale motivo.

 

 

Hai arrampicato in territori allora trascurati dalle cronache alpinistiche. Credi che ci sia un maggiore interesse verso certe montagne? Può essere positivo per l’alpinismo?

 

Il Cerro Piergiorgio è di recente tornato agli onori della cronaca per l’ascesa da parte di Della Bordella e del Cai Eagle: secondo me si è trattato di una spedizione veramente antiquata. Noi abbiamo aperto la via nel 1985, usando quattro corde in totale. Sono passati dieci anni, e Maurizio Giordani e Luca Maspes hanno fatto il loro tentativo alla via Gringos Locos, fermandosi a circa tre quarti della parete. Dopo oltre trent’anni, ci si aspetta che si punti a scalarle in libera. Invece il Cai organizza una spedizione - peraltro con dei ragazzi giovani per imparare e mettere in pratica dei corsi che hanno fatto - e cosa fanno? Vanno e usano più corde fisse di quelle che aveva usato Maurizio trent'anni prima. Dov'è stata l'evoluzione alpinistica della salita così decantata dal club alpino italiano? È un'evoluzione o un'involuzione? Qualcuno potrà dire ma quella parete lì non poteva essere salita se non con l'uso delle corde fisse, ma chi lo dice? Non voglio dire che la mia è stata una gran salita nell'85, sebbene personalmente sia stata una delle più belle cose che ho fatto per tutto il contesto. Però usare 480 metri di corde fisse nel 2025 è anacronistico, è evidente che se ne è fatto un uso indiscriminato di corde fisse. Infatti non è uscita su nessun annuario e fuori dell'Europa non si parla di questa salita.

 

 

A partire dal ’99 sei stato più volte in Iran ad arrampicare. Come stai vivendo i rivolgimenti che stanno sconvolgendo il paese in questi giorni?

 

Io e mia moglie siamo tornati quattro volte in Iran, abbiamo degli amici splendidi lì. Una volta siamo riusciti anche a fargli il permesso per venire a trovarci, anche se non è stato affatto semplice. Due giorni fa li abbiamo sentiti, alcuni adesso lavorano in Azerbaijan e perciò sono riusciti a comunicare. È stato soltanto un messaggio: "Stiamo bene".

Se ci sono due posti dove più di tutti noi ci siamo sentiti accolti nei nostri viaggi, questi sono l'Iran e la Colombia. La Colombia nel ‘95 era il regno della droga, e l'Iran già allora era in una situazione tesissima. In entrambi i casi la gente è veramente di una bontà disarmante.

Noi abbiamo arrampicato sulla parete di Kermanshah, molto vicino al confine iracheno, con dei ragazzi che avevano vent'anni in meno di noi. Chiacchieravamo con i loro genitori, gente che a trent’anni aveva già vissuto una guerra di otto anni con l'Iraq. Eppure ti rendevi subito conto che la politica, la religione e gli interessi economici, non c'entrano niente con la gente: lì la società civile è completamente un mondo separato. Sali in un autobus che a te costerebbe meno di un euro e l’autista decide di offrirtelo: sono contenti di averti ospite, ti aprirono le loro porte senza riserve, ti offrono tutto il poco che hanno con una bontà sconcertante. Ricordo di aver avuto l’impressione che vivessero semplicemente aspettando che il mondo sarebbe cambiato da sé.

 

 

In montagna hai subito due incidenti piuttosto gravi, che sono stati in qualche modo dei momenti spartiacque nella tua vita. Guardando a quei momenti, quale impatto hanno avuto su di te?

 

Il primo incidente, in Patagonia nel ’92, è stata sfortuna: un sasso caduto, qualcosa che poteva non succedere. Quando mi dicono che sono stato fortunato perché poteva andare peggio, io rispondo sempre risposto che fortuna voleva dire non farsi niente, non salvarsi. Il secondo invece, in Venezuela nel 2004, è stato un errore mio: mi è rimasto un appiglio in mano. Hanno avuto un impatto su di me molto diverso.

Il primo mi ha fatto capire che forse non ero invincibile, ed ho iniziato a scalare con più attenzione; poi mi sono anche sposato ed il mio approccio alla montagna è cambiato molto.

Il secondo però è stato molto più pesante: ho fatto 400 giorni senza appoggiare il piede destro e quasi 50 senza appoggiare entrambi. Non ho mai chiesto ai medici se sarei tornato ad arrampicare: non ho mai voluto saperlo, e comunque non avrei creduto a ciò che mi avrebbero detto.

Lentamente ho ripreso ad arrampicare, anche bene, ma non mi divertivo più. Non riuscivo a farlo senza potermi pormi un obiettivo, come quello di una spedizione: camminare era la cosa più difficile, soprattutto per gli avvicinamenti, e la falesia di per sé non mi è mai interessata davvero. Non riuscivo più a costruirmi un obiettivo nelle mie possibilità, e così è venuto meno anche il piacere.

 

 

Oggi è la bicicletta. Sei riuscito a trovare nel ciclismo dei nuovi orizzonti? In che modo?

 

Paul Pritchard (noto alpinista inglese colpito da paralisi in seguito ad un incidente ndr) dice spesso che l’incidente per lui è stato la cosa più bella: "mi ha fatto cambiare, prima arrampicavo e basta, mi ha fatto conoscere tante persone, mi ha reso una persona diversa". Io non riesco a vederla in questo modo - quattrocento giorni per me sono stati una perdita dolorosa – ma lo capisco. È soprattutto grazie alla sua energia se oggi faccio quello che faccio. Sono stato da lui dopo l’incidente, ed è come se avessi rubato un po’ della sua energia.

Oggi nella bici ho trovato moltissima affinità con la spedizione alpinistica. In un viaggio di più giorni, in autonomia, hai tutto lì con te sulla bicicletta. Qualsiasi cosa succede nella spedizione, tutto ciò che hai è quello che ti serve. E poi ti porta in posti che altrimenti non vedresti mai: mi piace andare in montagna, viaggiare lontano e a lungo, comunque fare delle belle sfacchinate.

In generale ho amato ritrovarmi di nuovo a dimenticare telefono e portafogli nello zaino per giorni. Questa è una delle sensazioni più belle: staccarsi completamente dalla quotidianità. La cosa fondamentale per me è trovare sempre un obiettivo: l’ultima volta sono stato in Rwanda. Ero curioso di vedere come fosse cambiato questo posto dopo il genocidio, avvenuto quando avevo trent’anni. La possibilità di incontrare una realtà completamente diversa e inaspettata mi stimola ancora tantissimo.

la rubrica
Come raccontare l’alpinismo?

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.

SOSTIENICI CON
UNA DONAZIONE
Contenuto sponsorizzato
recenti
Alpinismo
| 08 maggio | 06:00
"Le Dolomiti erano in tempesta e noi, come naufraghi privi di veliero, annaspavamo in quel mare di roccia. Con le [...]
Storie
| 07 maggio | 19:00
In un'epoca in cui molti paesi rischiano di scomparire nella memoria umana, esperienze come questa mostrano come la [...]
Attualità
| 07 maggio | 18:16
La zoologa e ricercatrice, che da vent'anni si dedica alla coesistenza tra uomini e lupi, ha voluto esprimersi in [...]
Contenuto sponsorizzato