"Noi alpinisti dovremmo tornare a scrivere i libri e non farceli scrivere". La distanza tra montagna e informazione agli occhi di Federica Mingolla

Classe 1994, oltre ad essere arrampicatrice sportiva professionista, è guida alpina, laureata in Scienze Motorie a Torino e tecnico federale Fasi. È stata la prima donna italiana a salire in libera le storiche vie "Attraverso il Pesce" sulla Marmolada, "Tom et Je Ris" in Verdon e "Digital Crack" sul massiccio del Monte Bianco. e ha aperto vie in tutto il mondo. Seguitissima sui social, oggi ci offre il suo sguardo dall’interno sull’alpinismo di oggi

In questo editoriale ci chiedevamo: "Come raccontare l’alpinismo?". La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché stimola la riflessione.
A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.
Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.
Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.
Oggi rivolgiamo quest’ interrogativo a Federica Mingolla, classe 1994, che oltre ad essere arrampicatrice sportiva professionista, è guida alpina, laureata in Scienze Motorie a Torino e tecnico federale Fasi. È stata la prima donna italiana a salire in libera le storiche vie Attraverso il Pesce sulla Marmolada, Tom et Je Ris in Verdon e Digital Crack sul massiccio del Monte Bianco. e ha aperto vie in tutto il mondo. Dopo anni di allenamento indoor si è lanciata con enorme successo nell’arrampicata su roccia, e a muovere i primi passi su ascese di stampo alpinistico, fino al tentativo sul K2 nel 2024. Seguitissima sui social, oggi ci offre il suo sguardo dall’interno sull’alpinismo di oggi.
La comunicazione attorno la pratica alpinistica passa sempre più spesso attraverso l’esaltazione del rischio e della componente adrenalinica. Sei d’accordo con questa prospettiva?
Personalmente, non mi sento coinvolta in maniera diretta da questa tendenza. Il racconto adrenalinico non mi interessa, in genere vado piuttosto a cercarmi il racconto un po’ più profondo, dove si parla del lato emotivo più che il resoconto della spedizione. Certo, in questi racconti si cerca sempre di aumentare un po’ tutto per renderlo appetibile, però la questione è soggettiva, dipende tutto da quanto sei disposto a credervi. Sarebbe interessante fare questa domanda a mia madre. A volte viene a chiedermi se mi è davvero successa la cosa che ha letto sul giornale, e allora devo convincerla che non è andata così. D’altronde, attirare l’attenzione dei lettori è il loro lavoro; è sempre stato così. Anche prima dei social, la cronaca funzionava per grossi titoli con qualcosa di eclatante, un incidente o un’impresa al limite.
Credi possa essere dannoso questo tipo di comunicazione?
Io penso che sia dannoso l’utilizzo dei social, più che il fatto di credere o meno a qualcosa. Penso che il danno sia essere bombardati da tante notizie senza sosta. Penso, questo sì, che fosse meglio quando c’erano i dati, i magazine, ed era tutto più filtrato. Adesso c’è un po’ troppo di tutto e si rimane molto sul superficiale. Anche chi è interno al settore, a volte perde interesse nell’informazione. Io personalmente non mi interesso quasi per nulla, a meno che non mi piovano le notizie davanti casa. Sui social c’è veramente troppa roba, e quindi o parto con l’idea di qualcosa che mi interessa cercare, altrimenti preferisco starne fuori.
È l’adrenalina che ti spinge ad affrontare le vette? Come professionista, senti di dover soddisfare in qualche modo il "mercato" dell’alpinismo?
Sicuramente, il fatto di andare a cercare qualcosa che non conosci, ti stimola in qualche modo. Certamente crea i presupposti perché nasca un senso di adrenalina, al contrario della ripetitività. Io cerco di star bene, è sto bene quando sento di variare, di cambiare anche il tipo di attività, quindi anche di mescolare un po’ di cose insieme. La montagna contiene in sé un’evoluzione, un cambiamento: ti confronti sempre tipi di terreni diversi, con obiettivi diversi. L’adrenalina ovviamente arriva, ma non è la ragione di partenza. Né tantomeno lo sono, certi numeri, performance o record imposti da qualcun altro. Credo di essere riuscita a svincolarmi da quello che vogliono gli altri. Io ho la mia indipendenza economica e personale, poi ho degli sponsor che comunque mi apprezzano come persona, come alpinista, come essere umano, e hanno deciso di supportarmi. Ma io non vivo attraverso loro, quindi io posso fare assolutamente quello che voglio.
L’alpinismo ha ancora qualcosa da raccontare? Come comunicarlo in maniera efficace?
L’alpinismo ha ancora molto da raccontare, la dimensione esplorativa è viva: salire sull’orlo di montagne che ancora non hanno un nome, ma anche fare qualcosa dietro casa e farlo a modo tuo, in un modo magari un po’ diverso dal solito. Per me l’alpinismo è andare a cercare nuove vie, su pareti nuove. Ognuno può trovare il suo spazio di esplorazione: non ne esiste uno solo, basta che qualcosa sia nuovo per te. Io credo si dovrebbe tornare un po’ a raccontarlo su carta, a leggerlo su carta. E magari anche re-imparare a scrivere, e non farsi scrivere, i libri. Se uno veramente vuole parlare di qualcosa, allora impieghi delle energie per raccontarlo. I libri di alpinismo che più mi son piaciuti, in cui mi sono davvero immersa, sono tutti del passato. Certamente anche i social possono essere uno strumento efficace, ma solo se si fa pensando bene a quello che si scrive, non buttando informazioni flash senza alcun tipo di rielaborazione.

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.















