"Non riesco più a vedere qualcuno che scala slegato. Lo so che sembra assurdo, l'ho fatto io stesso molte volte, ma non voglio prendere parte a questo spettacolo". Manolo e l'alpinismo visto da una posizione defilata

Maurizio Zanolla, altrimenti detto "Il Mago", è stato uno dei protagonisti della nascita dell'arrampicata sportiva nel nostro Paese e già verso la fine degli anni Settanta libera e apre itinerari in Dolomiti che sfiorano il 7c. Ha praticato l'arrampicata in free solo fino all'8a con "Masala Dosa" sulla falesia di San Silvestro nel 1992. Alcune apparizioni televisive e pubblicitarie l'hanno reso un'icona intramontabile nell'ambiente, cui egli si è spesso negato mantenendo una vita appartata

In questo editoriale ci chiedevamo: "Come raccontare l’alpinismo?". La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché capace di stimolare riflessioni diverse e talvolta contrastanti.
A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.
Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.
Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.
Pseudonimo di Maurizio Zanolla, altrimenti detto "Il Mago", Manolo porta al dibattito proposto da questa rubrica una prospettiva particolare, che si direbbe in qualche modo isolata. Alpinista, arrampicatore e guida alpina, Manolo con le sue scalate è stato uno dei precursori e protagonisti della nascita dell’arrampicata sportiva nel nostro Paese. Già verso la fine degli anni Settanta libera e apre itinerari in Dolomiti che sfiorano il 7c. Nel 1979 apre dal basso (e con pochissimi chiodi) la prima via nella falesia del monte Totoga, Lucertola schizofrenica 7a. Nel 1981 sfiora l’8a con Il mattino dei maghi e, nel 1985, è il primo italiano a salire una via d'arrampicata di grado 8b con Terminator, sempre in Totoga, nelle Pale di San Martino. Ha praticato l'arrampicata in free solo fino all'8a con Masala Dosa, sulla falesia di San Silvestro nel 1992. Alcune apparizioni televisive e pubblicitarie l’hanno reso un’icona intramontabile nell’ambiente, cui egli si è sempre negato mantenendo una posizione defilata e una vita appartata nella sua casa nel Primiero.
Dalla comunicazione e il dibattito attorno l’alpinismo ti sei sempre discostato, ritagliandoti una posizione più appartata. Perché questo isolamento?
Non ho Facebook, Instagram o altro e non sono costantemente informato su quello che succede nell’ambiente alpinistico e dell’arrampicata, quindi non credo di saper ricostruire un quadro generale sullo stato di salute attuale di quest’ambiente. Di sicuro, con l’avvento di Internet e social, la comunicazione è incredibilmente cambiata.
"La Tecnica procura ciò di cui abbiamo bisogno. La tecnologia ciò di cui ignoravamo d’averne bisogno", scriveva Sylvan Tesson. "È un rischio dell’alpinismo credere che la posizione sovrastante autorizzi a disprezzare il mondo sottostante. In realtà essere al vertice non accresce mai il valore della persona. L’uomo non si trasforma. Quando raggiunge altezze meravigliose vi trasporta la sua miseria".
Ho vissuto i miei viaggi e le mie esperienze in quel periodo in cui la macchina fotografica era la prima cosa che si toglieva dallo zaino e il telefonino non esisteva. Vivo tutt’ora una quotidianità senza radio e televisore, ma questo non significa che passi il tempo in una grotta come un eremita, ma solo che filtro in modo molto selettivo il bombardamento di comunicazioni odierno e soprattutto quello che succede nel mondo (non solo nell’alpinismo), mantenendo il mio spirito critico di sempre.
Credo sia anche l’età ma un certo tipo di alpinismo è lontano e non ne sento affatto la mancanza.
Eppure hai pubblicato un libro in cui racconti la tua storia, che ne è stato di quell’avvicinamento alla narrazione?
A dire il vero ho dovuto scriverlo perché avevo firmato un contratto. C’erano diverse persone che mi proponevano di scrivere, ma io non avevo alcuna voglia di esternare, di raccontare o altro. Avevo anche già una certa età e per tutta la vita non mi ero mai messo a scrivere. Un resoconto, un diario, nulla. Poi una persona è venuta qui - una, due, tre volte - finché ho preso la penna e ho firmato. È andata così, molto più semplicemente di quanto si pensi. Non avevo voglia, né sapevo da che parte cominciare.
Ho cercato di riassumere i primi vent’anni della mia vita attraverso le emozioni che mi affioravano da quel periodo. Sono storie di amicizia e di sopravvivenza in un periodo di avventura ed esplorazione della vita, che raccontano, come una persona che viene dall’esterno, estranea al mondo dello sport, dell’alpinismo e dell’arrampicata, sia finita per entrare in un mondo prepotente che non conosceva e, nella sua bolla isolata, abbia iniziato ad arrampicare e cambiare le cose.
A renderti famoso al grande pubblico è stato quello spot televisivo per la Sector. Come hai vissuto tutta quell’esposizione mediatica?
Lo spot Sector, insieme alla mia immagine mentre scalavo dei monumenti per una trasmissione televisiva, mi hanno fatto diventare quello che, secondo l’immaginario collettivo, scalava in un certo modo e usciva dalla massa degli arrampicatori. Sono diventato popolare attraverso quell’immagine, e allora mi pesava anche: andava contro i principi con cui da giovane vedevo l’arrampicata e l’alpinismo. Però arriva un punto in cui uno cambia e si chiede perché non accettare; l’unica cosa che mi preoccupava era non diventare succube di queste cose; così, quando mi hanno proposto un contratto, gli ho detto: "Datemi anche meno della metà ma non voglio nessun vincolo. Se mi lasciate vivere la mia vita come ho sempre fatto, va bene; altrimenti facciamo anche a meno". Alla fine penso di essere stato l’unico atleta che a contratto aveva "impegni zero" nei confronti dello sponsor.
È stato un bel periodo: ero giovane ho trovato il tempo di costruirmi una piccola casa e vivere la vita come mi piaceva avendo tempo per scalare senza per forza raccontarlo.
Tu sei cresciuto in un momento in cui il dibattito sull’etica dell’alpinismo era ai massimi storici. Ti definiresti uno scalatore "impegnato"?
Non so cosa intendi per impegnato, ma quando parliamo di etica passeggiamo in un campo minato: ognuno ha la sua.
Io ho fatto diversi tentativi per comprendere le cose che avevo di fronte e inevitabilmente anche degli errori. Ho provato a scalare senza niente e ho provato a usare gli spit, ho voluto capire cosa significa scalare in un certo modo. Sono approdato alla scalata sportiva dall’alpinismo, attraverso l’arrampicata libera pregna di retaggi culturali e di chiodi normali. Questo affascinante e spesso pericoloso percorso mi ha dato la possibilità di sperimentare e di poter fare quello che mi piaceva ma anche la fortuna di sopravvivere. Dunque, cos’altro potrei chiedere?
Com’è successo che sei sopravvissuto?
Io non credo che in quel periodo abbia mai posseduto l’arte della sopravvivenza, ma solo la possibilità e la fortuna di comprendere da certi errori e mi considererei un arrogante se ti dicessi che ho avuto la capacità di sopravvivere solo per bravura.
Mi sono dimenticato di legarmi ben tre volte nella vita, e sono sopravvissuto tutte e tre. Questa non è "arte", è solo fortuna. Non ho la più pallida idea di quante volte sono uscito da quelle montagne senza sapere quanto sia arrivato vicino all’impossibilità di farlo, e non potrò mai saperlo: è troppo sottile quel filo. Poi è chiaro che devo avercene messo del mio, ma a volte non basta prepararsi, e neanche saper rinunciare. È certo che devi essere preparato, per avere margine e in quegli luoghi ostili all’uomo trasformarti e diventare quasi come un animale nel suo ambiente, ma non puoi pretendere di controllare tutto, non è possibile farlo, anche i camosci sono travolti dalle valanghe. La garanzia del 100% non esiste mai in montagna (e nella vita!), devi prenderlo in considerazione e assumertene la responsabilità.
Oggi l’alpinismo è molto cambiato: il limite si è spostato più in là, è esploso il numero di alpinisti e sono cambiate le forme della narrazione. Come vivi le contraddizioni di oggi?
L’alpinismo è cambiato anche perché abbiamo cambiato le montagne, le abbiamo avvicinate, accerchiate e addomesticate (non tutte per fortuna). In fondo è uno specchio della nostra società, con le sue degenerazioni himalayane, ma anche con le sue salite incredibilmente difficili e terribilmente pericolose. Rimane la volontà, da parte di qualcuno, di rapportarsi e mettersi a nudo di fronte a un ambiente estraneo e non antropizzato, per comprendere il valore di certi luoghi e l’importanza di conservarli.
Dall’altro lato, non lo so se arriveremo al punto da pretendere di vedere in diretta quel che succede nell’alpinismo vero. Personalmente non ne ho alcuna voglia: non voglio prendere parte a questo spettacolo. Ormai non riesco davvero più a vedere qualcuno che scala slegato, né mi interessa. Lo so che sembra assurdo, perché l’ho fatto io stesso molte volte, ma è così.
Non voglio essere frainteso: ognuno ha il diritto di praticare l’arrampicata e l’alpinismo che preferisce, ci mancherebbe; assumendosene tutte le responsabilità e con il dovuto rispetto. Quest’ultimo però dovrebbe iniziare nella quotidianità sociale, non ha senso pretenderlo solo in montagna.
Penso che ci siano ancora molte possibilità per poter vivere esperienze straordinarie in questo pianeta, e magari le difficoltà maggiori saranno dovute all’ostilità della presenza umana. Forse la cosa più importante è comprendere la necessità di farlo e la capacità di distinguerla da una semplice necessità di apparire.

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.















