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Alpinismo | 12 gennaio 2026 | 06:00

"Ora il rischio viene più che altro esibito: non credo ci siano alpinisti che accetterebbero di scalare con l'attrezzatura di un tempo". La guida alpina Diego Dellai per ascensioni culturali

Esperto alpinista, guida alpina e tecnico dell’elisoccorso. Nel 2020 ha pubblicato una nuova guida di arrampicata: Val d'Astico Verticale. Tra i suoi successi si ricorda la scalata dell'enorme cascata di ghiaccio all'interno della grotta Brezno pod Velbom, a quota 2050 metri sul versante sloveno del Monte Canin; il concatenamento delle Tre Cime di Lavaredo attraverso la via Comici-Dimai sulla Cima Grande, la via Cassin sulla Cima Ovest e lo Spigolo Giallo sulla Cima Piccola; o ancora, l'apertura della nuova via "Diretta 4 Gatti", sulla parete nord est del Monte Agnèr

scritto da Samuele Doria
Festival AltraMontagna

In questo editoriale ci chiedevamo: "Come raccontare l’alpinismo?". La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché stimola la riflessione.

 

A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.

 

Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.

 

Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.

 

Oggi ne parliamo con Diego Dellai, esperto alpinista, guida alpina e tecnico dell’elisoccorso. Nel 2020, con Marco Toldo, ha pubblicato una nuova guida di arrampicata: Val d’Astico Verticale, una raccolta delle più belle salite nella zona delle Piccole Dolomiti. Tra i suoi successi, molti dei quali realizzati insieme al gruppo alpinistico dei "4 Gatti" di Arsiero, si ricorda la scalata dell’enorme cascata di ghiaccio all'interno della grotta Brezno pod Velbom, a quota 2050 metri sul versante sloveno del Monte Canin; il concatenamento delle Tre Cime di Lavaredo attraverso la via Comici - Dimai sulla Cima Grande, la via Cassin sulla Cima Ovest e lo Spigolo Giallo sulla Cima Piccola. O ancora, l’apertura della nuova via "Diretta 4 Gatti", sulla parete nord est del Monte Agnèr, che è valso loro il premio Silla Ghedina.

 

 

Il racconto attorno la pratica alpinistica si presta molto all’esaltazione del rischio e della componente adrenalinica. Credi sia una tendenza recente o è sempre stato così?

 

L'alpinismo viene da sempre esaltato come gesto eroico, una cosa estrema, si pensi alla prima salita del K2. Gli alpinisti venivano visti come dei personaggi che andavano oltre i limiti, e loro stessi erano consapevoli che rischiavano di più, era una sfida tra di loro e ci potevano essere dei grossi rischi. Secondo me ora non vengono apprezzati come lo erano un tempo, forse perché erano anche tempi più difficili. Adesso non credo che ci sarebbero alpinisti che accetterebbero di effettuare certe salite con i materiali che avevano un tempo; io di certo non andrei a scalare il Dru con l’attrezzatura di Bonatti. Oggi è diverso, il rischio ora viene più che altro esibito.

 

 

In che modo?

 

Tutti conoscono Honnold perché è stato fatto un documentario internazionale, sponsorizzato moltissimo, in cui scalava senza nessuna assicurazione. È una cosa che fa parlare anche persone che non ne sanno niente di alpinismo, sono attratte dall’immagine di lui che scala una parete enorme, slegato, rischiando la vita. È una cosa che in un attimo può arrivare alla bocca di tutti. La salita di una via difficile in cordata - come il documentario sulla Dawn Wall (per rimanere su El Captain) di Caldwell, nella quale sono rimasti giorni in parete per riuscire a liberare la via - non ha la stessa visibilità. Per un alpinista è una bella storia, che fa scalpore anche, ma per la gente comune invece non ha interesse, è roba tecnica, più colta. Parlare di rischio, di pericolo, di adrenalina e tutto il resto è anche un modo di comunicare l'alpinismo a chi non lo conosce direttamente, ma finisce spesso per cercare la notizia, l’interesse immediato, di vendere insomma. È un po’ quello che fa Red Bull ad esempio: non importa quale sia lo sport, basta aggiungerci una certa dose di adrenalina.

 

 

Cosa cercano oggi i nuovi alpinisti quando inseguono le vette? È una ricerca del limite o c'è qualcos'altro?

 

Io credo dipenda molto dall’ambiente in cui uno inizia a frequentare le montagne e diventa alpinista. Ci sono dei ragazzi che iniziano secondo me anche per un po' di emulazione, perché vedono foto, perché seguono certi social; altri invece iniziano perché trascinati da gruppetto di amici, di appassionati, dal fratello maggiore che fa già alpinismo. Sono modi diversi di iniziare che poi ti portano a una visione differente. Io ho iniziato che avevo 13 anni, ho iniziato ad arrampicare con mio fratello. Non c’erano ancora i social, non erano così diffusi, e quindi personalmente ho iniziato per piacere, per condivisione di una passione. Andavo a vedere questi che facevano dei lavori su una falesia, e tra una chiodatura e la sistemazione del sentiero mi facevano provare ad arrampicare, quindi ho iniziato proprio perché vedevo che era una cosa in cui riuscivo e mi dava del piacere. Oggi molti di più iniziano per emulazione, per la voglia di andare su un posto figo, postare la foto e dire di averlo fatto. Come guida accompagno anche delle persone a cui non frega niente di mettere le foto sui social, si vede che il solo fatto di essere lì gli provoca delle emozioni sincere.

 

 

Secondo te, come potremmo raccontare l’alpinismo in maniera più completa e consapevole? In che modo diffondere un approccio più attento alla montagna, a noi stessi e alla comunità alpinistica?

 

Potrebbe essere quella di far capire alle persone in che ambiente si muove, della bellezza che ha intorno, del fatto che lì ad esempio c'è una storia di alpinistica, avere una visione che non sia solo quella di dire ho fatto una salita difficile, sono arrivato in cima, ma ho avuto la fortuna di gustarmi una bella giornata con le persone con le quali vado d'accordo per fare una salita che ho sognato da tempo. Secondo me è importante, quando si va a fare una salita alpinistica, una cascata di ghiaccio, una via storica, non solo parlare dei gradi, dell’altitudine, dei tempi, ma anche documentarsi sugli aspetti culturali, raccontare la storia che c'è dietro ad una parete ad esempio, il perché quella via ha un determinato nome. Si tratta di creare anche una passione che vada oltre ai numeri: una visione un po' più romantica, direi.

 

 

Quali figure in particolare che potrebbero comunicare questi aspetti in maniera più efficace?

 

Sicuramente le guide alpine, siamo molti differenti uno dall’altro e ognuno ha i clienti - per dir così - che si merita. Dipende molto da come uno si approccia a queste persone. Potrebbe essere la guida "yeah yeah tutto facile", con la quale ti fai la giornata free ride, arrivi in cima alle piste e ti butti giù a manetta per goderti la scarica di adrenalina. Sicuramente farai delle persone mega contente, però quello non è alpinismo: è divertimento fine a sé stesso. Altri invece propongono attività più lente, più riflessive, ti portano ad un approccio differente, che è quello di non sfruttare il momento per queste grosse emozioni ridotte in una giornata, ma avere una visione più lenta e più capace di fiorire nel lungo termine: sognare, pensare, documentarsi, prepararsi con la testa. Dare gli strumenti per cui possa essere un piacere che si sviluppa nel tempo.

la rubrica
Come raccontare l’alpinismo?

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.

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