"Ora si gioca tutto nell'unire discipline adrenaliniche come arrampicata, sci o base jumping, con l'effetto di trasformare la montagna in un luogo di performance". La narrazione alpinistica secondo Luca Calvi

Traduttore e interprete poliglotta, conosce oltre venti idiomi. Specializzato in lingue e culture minoritarie dell'Europa Centro-Orientale. Ha insegnato per alcuni anni nelle Università di Venezia, Bologna e Trieste. È autore di numerosi saggi e monografie di etnolinguistica e letteratura dei paesi slavofoni. Da anni è attivo come traduttore ed interprete per le figure più importanti dell'alpinismo mondiale

In questo editoriale ci chiedevamo: "Come raccontare l’alpinismo?". La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché capace di stimolare riflessione e dibattito.
A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.
Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.
Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.
Questa volta, il tema incontra un approccio insolito, quello della traduzione filologica. L’ospite è Luca Calvi, traduttore e interprete poliglotta, conosce oltre venti idiomi ed è un grandissimo appassionato di alpinismo. Specializzato in lingue e culture minoritarie dell’Europa Centro-Orientale. Ha insegnato per alcuni anni nelle Università di Venezia, Bologna e Trieste. È autore di numerosi saggi e monografie di etnolinguistica e letteratura dei paesi slavofoni. Da anni è attivo come traduttore ed interprete per le figure più importanti dell’alpinismo mondiale. Il suo ultimo libro, Lost in Translation (Edizioni Gran Sasso, 2023), attraverso storie e aneddoti, ripercorre i suoi incontri con le figure più rappresentative del mondo dell’alpinismo.
In che misura la narrazione sull’alpinismo è una questione culturale? Come cambia di paese in paese?
La letteratura alpinistica riflette i caratteri ciascuna realtà culturale, soprattutto riflette le modalità in cui l'alpinismo si è sviluppato in un certo paese. Per gli inglesi, parliamo soprattutto del XIX secolo, è un'esplosione di letteratura di viaggio, scoperta delle montagne, e quindi piacere dell'esplorazione e della ricerca geografica. In ambito tedesco invece l'alpinismo è nato e cresciuto in un momento in cui andavano evolvendosi anche le ideologie del pangermanesimo, c'è stato un forte afflato nazionalistico, che ha portato alla ricerca di giustificare il grande interesse per tutte le catene montuose a partire dalla geologia e solo dopo, verso la fine del XIX secolo, arrivare alla letteratura pura. Uno sviluppo dell’alpinismo legato all’emergere delle singole identità nazionali è in genere comune in Europa, si pensi a casi come la Slovenia, la Polonia o la stessa Italia.
Ci faresti qualche esempio specifico?
Per la Polonia, ad esempio, l'alpinismo si deve ai Monti Tatra, perché da lì si è sviluppato un movimento alpinistico contemporaneo alla rinascita nazionale della Polonia, che dopo il periodo delle grandi divisioni finalmente tornò a essere uno stato autonomo e indipendente. Quelle montagne vengono collegate dai polacchi a quella resistenza che fa ripartire la nascita della grande Polonia. In Slovenia, addirittura, l'alpinismo e le montagne sono considerate parte integrante della società. È l'unico paese europeo che abbia la montagna come parte fondamentale della bandiera: il Triglav (o ‘Tricorno’), la più alta montagna della Slovenia, è presente sulla bandiera della Slovenia. Questo rende l'idea, e tutto questo si traduce inevitabilmente nel modo in cui loro si raccontano e raccontano l'alpinismo per sé. Completamente differente invece è stato lo sviluppo di un contesto come gli Stati Uniti d'America, dove ha sviluppato questo senso di ricerca, di libertà, un movimento quasi filosofico, che invita a diventare tutt'uno con la natura, nato sull’onda dei movimenti hippie.
In che modo si traspone da una lingua all’altra, differenze culturali così marcate come quelle di cui parlavi?
Per tradurre è importante comprendere il modo in cui si presentano gli alpinisti, il loro background, la storia che c'è dietro. Penso ad Alex Honnold: aldilà del suo complicatissimo accento californiano, io non avrei saputo riportare i concetti da lui espressi se prima non avessi conosciuto uno dei suoi miti: Dean Potter, quel grandissimo personaggio della Yosemite Valley con la quale ho avuto la fortuna di essere in amicizia per un bel po' di tempo e che ancora adesso mi manca tantissimo. Se io non avessi capito lui, non avrei potuto capire poi lo sviluppo di Alex Honnold. Una volta Dean mi ha esplicitamente invitato a far capire, nella traduzione, che quello che cercava non è mai stata l'adrenalina. "Noi arriviamo al nostro limite cosciente - mi disse -, sappiamo di quale possa essere l'esito se per caso ci sbagliassimo, ma non cerchiamo l’adrenalina o la morte, la nostra è una profondissima ricerca interiore". Seguendo Dean Potter, ho avuto modo di vedere come lui applicasse le sue regole del movimento basato sullo yoga. "Io in qualsiasi movimento della mia vita - diceva - devo essere controllato nel mio movimento". Ecco, andare a tradurre sul palco uno così, è come andare a fare una prima su un ottomila: in cui ti incontri di fronte tutti i tipi di difficoltà, di fronte alle quali tu hai un secondo e mezzo per decidere cosa fare.
Che ne è oggi di tutta questa eterogeneità di vedute? Qual è lo status della narrazione alpinistica odierna?
Con le nuove forme letterarie e di comunicazione sociale, soprattutto passato il 2000, la montagna e l’alpinismo hanno visto un enorme esplosione di pubblico, che ha contribuito ad omologare la narrazione. Personalmente, non mi sembra che questa sia andata tanto verso una spettacolarizzazione del rischio, quanto semmai verso una focalizzazione sulla performance sportiva. A questo proposito i capofila sono i francesi, i cui migliori atleti - penso a Benjamin Vedrines - parlando delle grandi sfide future, ormai da anni si concentrano nella scelta di belle linee sportive con grandi prestazioni fisiche. Ora si gioca tutto nel saper unire discipline di per sé già adrenaliniche e rischiose come l’arrampicata, lo sci o il base jumping, con l’effetto di trasformare la montagna sempre più in un luogo di performance a livello fisico e sportivo. Sull’onda della contemporanea società dei consumi, si è passati quindi dall'individualità delle varie culture alpinistiche, fino ad allora conosciuta, ad un fenomeno di massa in cui vengono mostrati un gruppo di ragazzi in pantaloncini corti che fanno trail running su qualche cresta impressionante.
Cos’è cambiato negli anni? Possiamo individuare una frattura netta tra l’alpinismo di oggi e quello "classico"?
A cambiare è stato proprio il pubblico, che è enormemente più vasto e culturalmente eterogeneo. Ma l’idea alpinistica della "grande impresa" c'è perlomeno a partire dalla nascita dell'alpinismo, già dalla prima ascesa del Monte Bianco, passando gli alpinisti del Führer che dovevano scalare l'Eiger per innalzarvi la bandiera del Reich, fino agli "ambassadors" dei grandi brand di oggi. Alcuni grandi alpinisti italiani, per esempio, dovettero durante il ventennio aprire la "Via del Littorio" su un torrione della Grignetta e piazzare il fascio littorio sulla vetta. Quella che è la Red Bull di adesso molto semplicemente ha preso il posto della narrazione epica e fondativa degli stati. Adesso c'è la narrazione, se vogliamo altrettanto "epica", degli sponsor, che non è differente dall'Enervit che quaranta o cinquant'anni fa dava i soldi a Messner, così come ha fatto Sector poi e oggi fa Red Bull. Con le dovute cautele, la recente impresa di Nismday Purja tra India e Nepal - che ha fatto decollare l'alpinismo himalayano nepalese -, non è così diversa da quelle prime guide valdostane che, stanche di vedere le bandiere britanniche sulle loro montagne, hanno iniziato a scalare in maniera indipendente.
Foto in apertura di Jimmy Chin per National Geographic

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.















