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Alpinismo | 02 marzo 2026 | 06:00

"Possiamo essere amiche, non per forza rivali: mi piacerebbe creare un gruppo di ragazze con cui organizzare spedizioni insieme". L'alpinismo di Camilla Reggio

Nell'aprile del 2023 è entrata a far parte del Cai Eagle Team. Ha compiuto spedizioni in Kyrgyzstan e Patagonia, dove ha aperto "Jineteada", una variante della via "Rubio y azul" sulla Aguja di Media Luna. Tornata recentemente dal Giappone, l'alpinista e dottoranda torinese, alla domanda "pensi mai che potresti vivere di alpinismo?", non esita un secondo: "Sarebbe un sogno"

scritto da Samuele Doria
Festival AltraMontagna

In questo editoriale ci chiedevamo: "Come raccontare l’alpinismo?". La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché capace di stimolare riflessioni diverse e talvolta contrastanti.

 

A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.

 

Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.

 

Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.

 

Protagonista di questo articolo è una giovane promessa, che si sta ritagliando una strada sempre più luminosa nel mondo dell’alpinismo. Parliamo di Camilla Reggio, ingegnere biomedica e ricercatrice torinese, ma soprattutto alpinista. Nell’aprile del 2023 è entrata a far parte del Cai Eagle Team, un gruppo di giovani talenti selezionato per un percorso formativo con i più grandi esperti in Italia. Da allora sono iniziate le spedizioni, prima il Kyrgyzstan e poi la Patagonia nel febbraio 2025. Lì ha aperto Jineteada, una variante della via Rubio y azul sulla Aguja di Media Luna. Di recente è tornata dal Giappone, dove ha vissuto un anno per un progetto di ricerca e, nel frattempo, ha potuto scalare tre montagne sacre e assaggiare l’arrampicata del Sol Levante. Alla domanda, "pensi mai che potresti vivere di alpinismo?", non esita un secondo: "Sì, sarebbe un sogno".

 

 

Come ti sei avvicinata all’alpinismo?

 

Ho cominciato circa 9-10 anni fa, grazie al Cai, al Cai di Chieri. Ero un po’ curiosa dell’arrampicata e quindi ho iniziato ad andare in questa piccola palestra lì vicino. Ho iniziato a frequentarla assiduamente, loro organizzavano delle gite sociali, e così mi sono unita a queste uscite. Ho visto subito che mi piaceva e quindi ho deciso di fare i corsi veri e propri in una scuola di alpinismo a Torino, alla Motti. Quell’anno ho fatto tutti i corsi: dall’arrampicata su roccia al ghiaccio, fino a quelli di vie lunghe e alta montagna. Avevo 19 anni, perché avevo appena iniziato l’università. Mi sono sempre più appassionata e ho iniziato ad andare con un istruttore che faceva principalmente vie lunghe. Poi mi ha introdotto anche allo scialpinismo e l’anno successivo ho iniziato a praticare anche quello. È una passione sempre più crescente: da nove anni a questa parte ho sempre organizzato i miei weekend, le festività e ogni tempo libero per andare in montagna.

 

 

Che ruolo ha l’alpinismo nella tua vita di oggi?

 

Mi piace considerarmi un’alpinista o un’arrampicatrice. Però per vivere devo avere un lavoro: e allora faccio la ricercatrice. In qualche modo bisogna pur mantenersi. In questo periodo ho potuto unire le due cose: sono stata in Giappone per ricerca, e ho potuto vedere anche l’alpinismo giapponese, e sono fresca di quell’esperienza. L’alpinismo, l’esplorazione, l’andare lontano mi piace tanto. Anche per questo, durante il periodo lì ho voluto capire com’erano le montagne, come si muovevano i giapponesi, scoprendo magari qualche loro "trucco". Secondo me sono culturalmente più metodici, molto tranquilli. Per esempio, gli arrampicatori hanno un loro progetto e si dedicano esclusivamente a quello. Anche qui in Italia succede, ma in Giappone l’ho percepito di più. Ho sentito di persone che provano lo stesso tiro per un anno intero.

 

 

Come sei entrata nel Cai Eagle? Cosa significa far parte di un team come questo?

 

C’è stato il bando e in quel momento ho pensato: perché no? Proviamo a candidarci, a passare le selezioni. Poi quel che sarà, sarà. Ho passato le selezioni e sono entrata a far parte del team. È stato un grande stimolo per migliorarmi, allenarmi e conoscere altre persone. È stato molto bello e molto formativo. Forse all’epoca non ne capivo fino in fondo il valore, ma adesso lo capisco molto di più. Quando ti confronti con persone molto più esperte di te, e che poi diventano amici, beh, lì ti si apre un mondo. Per esempio, grazie all’Eagle Team ho iniziato ad aprire vie e a capire come farlo: non è affatto una cosa banale. È bello anche trarre ispirazione: ho iniziato col trapano, poi ho visto chi non lo usa e mi sono chiesta cosa significhi aprire in modo più tradizionale. Chissà, magari in futuro proverò anche così. Per ora ho iniziato col trapano. L’Eagle Team ti permette di connetterti con altri alpinisti e ti fa scattare la scintilla di provare cose nuove.

 

 

Credi che l’alpinismo possa essere un’occasione per portare avanti anche istanze esterne alla performance o ricerca della vetta?

 

Secondo me sì. A patto che lo si divulghi bene, si possono dare spunti importanti agli altri. È vero che spesso la comunicazione si concentra molto sulla performance, ma non è solo quello. Molti alpinisti si dedicano anche a progetti di pulizia delle falesie, dei sentieri o al volontariato nel Cai. Si mettono in gioco per la comunità. Certo, ci sono anche alpinisti concentrati solo sulla prestazione, e va bene così, ognuno ha la propria sensibilità. Io mi sento un po’ nel mezzo. Sono istruttrice Cai e cerco di divulgare il mio modo di vivere l’alpinismo anche attraverso le piccole cose: le buone maniere in montagna, non lasciare rifiuti, raccogliere una cartaccia se la trovi. Sono piccoli gesti, ma importanti. L’ambiente è uno solo, non possiamo permetterci di trascurarlo.

 

 

Hai mai riscontrato forme di disparità di genere all’interno della comunità alpinistica?

 

Forse una volta sì, era più maschile. Temo che in Italia ancora manchi un po’ di aggregazione tra noi donne, siamo ancora un po’ isolate. Ma oggi qualcosa sta cambiando, magari tra un anno sarà diverso. È comunque un ambiente difficile, in cui noi donne dobbiamo farci valere per essere prese in considerazione. Io devo dire di non aver mai vissuto discriminazioni dirette, ma il rispetto me lo sono sempre un po’ dovuto conquistare. Quando mi metto in gioco, metto tutta me stessa. Mi piacerebbe creare un gruppo di ragazze con cui organizzare spedizioni insieme. È un piccolo sogno: avere un gruppo affiatato con cui condividere progetti. Credo possa essere utile a dare ispirazione e fiducia ad altre ragazze: possiamo essere amiche, non dobbiamo essere per forza rivali.

 

 

Perché vai in montagna? Cosa cerchi tra queste pareti di roccia?

 

Non ho mai vissuto la montagna come qualcosa da conquistare. Mi piace mettermi in gioco, mi piace l’avventura, quel margine di rischio in cui mi porto al limite. Mi sento su un filo un po’ traballante, ma grazie alle mie decisioni e ai miei compagni riesco ad attraversarlo. E poi ci si trova in posti bellissimi, sperduti, che altrimenti non avrei occasione di conoscere. È bello quando ti fermi un attimo e ti accorgi del contesto in cui sei. Quando eravamo in Kyrgyzstan, ricordo che eravamo al campo base, durante una giornata di riposo, e mi sono fermata a guardare le montagne intorno. A un certo punto, tutto era calmo e ho pensato che in quel momento volevo solo essere lì. È stata un’emozione molto intensa. Andare per monti mi fa bene e mi dà grande felicità, sia mentre salgo, sia quando scendo e guardo il percorso fatto.

 

 

Senti mai il bisogno spontaneo di raccontare questi sentimenti?

 

Sì. Proprio grazie al progetto di Eagle Team, in cui ci spronano anche a raccontare l’esperienza tramite delle serate o altro, ho iniziato a comunicare un po’ di più e ho scoperto che è una cosa bella. Anche attraverso i social a volte scrivo qualche pensiero dopo una salita, quello che mi viene in mente, quando ne ho voglia. Ho partecipato a qualche serata-evento e ho visto che le persone erano curiose e si appassionavano ai miei racconti. È una cosa che mi piace e che sento importante.

la rubrica
Come raccontare l’alpinismo?

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.

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