Contenuto sponsorizzato
Ambiente | 20 settembre 2026 | 12:00

Un patrimonio di "opere di alta ingegneria" nascosto nei nostri boschi e sempre meno visibile tra la vegetazione che avanza: racconta un paesaggio che non tornerà a breve

Storia di "ingegneri di pietra" che hanno trasformato ripidi versanti in campi eroici, oggi riconquistati dagli alberi e dai carbonaz. Esploriamo l'evoluzione dei muretti a secco, un'opera di adattamento alle caratteristiche montane, che testimonia la nostra storica e solida presenza dei nostri paesaggi

scritto da Paola Barducci

Tutti i giorni cerco di ritagliarmi mezz'ora per fare una passeggiata in prossimità della mia abitazione: potrebbe sembrare, agli occhi di molti, un'attività monotona o faticosa, ma io sono cresciuta con la camminata peripatetica di Aristotele, quindi se devo sbrogliare un dubbio o abbassare un po' di cortisolo dopo una giornata stressante, camminare quasi a occhi chiusi è per me una sorta di terapia mentale.

 

Quindi lasciate le ultime case del paese mi accingo sempre a percorrere brevi sentieri che tagliano versanti prativi, ornati spessissimo di muretti a secco: questi sono per me opere di alta ingegneria, realizzate con fatica, forza ma anche conoscenze trasmesse di generazione in generazione nella scelta dei materiali, degli attrezzi e delle condizioni geomorfologiche del luogo.

 

Lo sanno bene anche a Parigi, visto che dal 2018 i muretti a secco sono diventati Patrimonio dell'Umanità assieme alle Dolomiti, ai più famosi monumenti italiani o addirittura alla dieta mediterranea.

 

Lungo queste vie di antica percorrenza mi soffermo ad indovinare il procedimento di costruzione, ma ricerco anche alcune piante erbacee o animali che so per certo preferiscono abitare in questo mosaico di anfratti e protuberanze rocciose: in primavera posso trovarci tanto la valerianella, così morbida e gustosa, quanto una muta di "carbonaz", il biacco nero che cambia la sua veste strusciandosi proprio sulle pietre. In estate assaporo i frutti della borsa del pastore e osservo le danze frenetiche delle lucertole.

Eppure poi passando, molto lentamente, all'ecosistema bosco, mi capita di essere accompagnata dai muretti a secco anche in questo ambiente; il motivo è molto semplice: un tempo questo bosco non c'era, sostituito da campi coltivati a ortaggi di montagna, come patate e cavoli, o cereali d'alta quota, quali grano saraceno o orzo. Fino a sessant'anni fa, poteva esserci anche un prato da sfalcio o una piccola radura da pascolo, in ogni caso per ridurre la pendenza delle attività agricole o di allevamento, il muretto a secco non mancava mai.

 

Sovente adesso queste pratiche agrosilvopastorali sono state abbandonate e i luoghi aperti si sono trasformati con due processi decisamente differenti come velocità ma con un obiettivo finale unico, il ritorno del bosco. Infatti da una parte l'abbandono ha portato alla disseminazione di specie arbustive e arboree poste lungo i margini aperti fino a creare un nuovo ambiente, decisamente più caotico ai nostri occhi, di noccioli, rovi, orniello e betulle, ma meraviglioso scrigno di biodiversità floristica e faunistica. Dall'altra invece possiamo trovare sopra questi muretti, boschi perfettamente squadrati, con alberi disposti per righe e colonne a uguale distanza: si tratta evidentemente di un'azione umana, conseguente almeno in Trentino al primo dopoguerra in cui si è proceduto ad intensi rimboschimenti, spesso con abete rosso e pino nero, che trovarono il culmine nel secondo dopoguerra con il "Piano Fanfani" finanziato da fondi regionali.

Il ministro del lavoro Fanfani, infatti, nel 1948 promosse i Cantieri di Rimboschimento che avevano due obiettivi, il recupero del patrimonio legnoso distrutto dalle guerre e soprattutto il sostegno all'occupazione della gente di montagna.

 

Anche sui terreni privati molto spesso in seguito all'abbandono della coltivazione si è preferito rimboschire artificialmente, poiché con gli occhi dei nostri anziani "saralo ben mejo gaver do travi per la stala che en bosc de rattarie", così mi disse un giorno un mio compaesano; per chi non masticasse il dialetto significa che un bosco piantato poteva dare legname da costruzione piuttosto che lasciare il terreno all'abbandono. È stato un gesto di amore, da non denigrare adesso vedendo questi alberi tutti uguali e magari monotoni: un gesto di amore verso le generazioni future poiché il "raccolto" in questi rimboschimenti l'hanno fatto o lo faranno i nipoti, una sorta di "buono fruttifero forestale" da beneficiare a minimo 60-80 anni dall'impianto.

Insomma che ci sia sopra un bosco di abeti oppure un'ecosistema più complesso di specie arbustive e arboree pioniere, il muretto a secco è a mio parere patrimonio anche nell'ambiente boscato, testimone della nostra storica e solida presenza dei nostri paesaggi.

il blog
Imparare a guardare il bosco

Mi chiamo Paola Barducci, ma tutti mi chiamano Forestpaola. Sono una dottoressa forestale e Imparare a guardare il bosco è l'invito che rivolgo a chiunque desideri trasformare una semplice escursione in un'esperienza di scoperta profonda. Spesso, infatti, attraversiamo i paesaggi alpini percependo i boschi come uno sfondo statico, sempre uguale. Ma la montagna in cui si inseriscono è in realtà un organismo vivo, un insieme di dinamiche invisibili e storie scritte nel tempo.

In questo blog vi invito idealmente a camminare al mio fianco, lungo i versanti e tra i boschi di abete, larice o rovere, per decifrare insieme i segni della natura e l'evoluzione del paesaggio montano: dalla semplice definizione di bosco al riconoscimento degli alberi quando non hanno le foglie, faremo divulgazione scientifica "con gli scarponi ai piedi", imparando a leggere la complessità della foresta con occhi nuovi e consapevolezza tecnica, ma senza mai perdere lo stupore di chi sa ancora ascoltare il respiro della montagna.

SOSTIENICI CON
UNA DONAZIONE
Contenuto sponsorizzato
recenti
Attualità
| 20 settembre | 13:00
Dopo vent'anni cambia la presidenza del Parco Nazionale Appennino Tosco-Emiliano. Con l'uscita di Fausto Giovanelli [...]
Ambiente
| 20 settembre | 12:00
Storia di "ingegneri di pietra" che hanno trasformato ripidi versanti in campi eroici, oggi riconquistati dagli [...]
Storie
| 20 settembre | 06:00
Claudio Mitri assieme alla sua famiglia gestisce il rifugio Flaiban-Pacherini, in Val di Suola, ormai da diciotto [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato