Quando la montagna salva e quando invece rende fragili: due aspetti che convivono nell'ultimo libro di Luca Trevisan

"Stagioni fragili" mette in evidenza come, nello stesso territorio, possano convivere, dialogare e anche scontrarsi personalità differenti

Stagioni perché corrispondono a un tempo fatto di colori, di voci e suoni differenti, di ritmi: ogni passaggio significativo del libro di Luca Trevisan trova una sorta di accordo ideale nelle parole di Mario Rigoni Stern, tratte da Stagioni, non mascherando quel legame profondo che l’autore ha con lo scrittore asiaghese e con l’Altipiano, un sentimento sincero di chi conosce a memoria i luoghi, le strade e i boschi più appartati e desidera proteggerli, proteggendo in tal modo anche se stesso.
Fragili perché in questo libro si raccontano storie di uomini e di donne del presente e del passato che hanno attraversato o stanno attraversando momenti difficili. Ne esce un’umanità descritta con un forte, contagioso coinvolgimento emotivo, scolpita nelle riflessioni di Sergio, il protagonista del romanzo che sin dalle prime pagine sente il bisogno di mettere a nudo le proprie difficoltà, delineando il suo rapporto con Sara, prossimo a un faticoso addio e con il proprio lavoro di giornalista, sempre meno stimolante: “Sentivo che la mia vita era in preda a una rivoluzione che non sapevo controllare, a una ribellione interiore di cui non ero ancora riuscito a costruire gli argini”.
Ecco allora i mesi di aspettativa trascorsi ad Asiago, come ospite e aiuto dello zio Michele - asiaghese per discendenza e per nascita - che d’estate trasferiva il gregge da Bressanvido ai pascoli in quota.
L’incontro con lo zio diventa un efficace pretesto per narrare il passato, quando molti asiaghesi, tra cui il bisnonno di Sergio, nella primavera del 1916 dovettero lasciare l’Altipiano. È la passione per la storia di Luca Trevisan ad arricchire la narrazione, anche nelle pagine in cui a essere ricordato è il nonno Moreno, che nel 1944 figurava tra le schiere dei partigiani ricercati dai tedeschi sulle montagne dei Sette Comuni e successivamente ebbe la fortuna di sopravvivere al disastro nella miniera di Marcinelle nel 1956, dove era andato a lavorare. “Te vedarè che in Belgio me la passerò bene. Il lavoro l’é duro, lo savimo, ma i paga discretamente”, aveva rincuorato la moglie, rimasta ad Asiago con i due figli ancora piccoli.
Così torniamo a Michele, il primogenito dei due e ai mesi trascorsi da Sergio nella sua malga verso Monte Zebio, oltre la Croce di Sant’Antonio, oltre il tornante dello Scoglio Bianco, alla casara Zingarella: chi conosce quei posti, riconosce ogni angolo e ne respira le stagioni.
Un ambiente non fatto solo di lavoro, ma che offre il pretesto per discussioni accese tra loro, come quella del ritorno dei lupi in Altipiano.
Ma anche per le lunghe chiacchierate di Sergio con Konate - un giovane senegalese, aiutante dello zio Michele - nelle pause rubate alle incombenze quotidiane, complice la nuova terra dove entrambi stavano cercando di ritrovare se stessi. I racconti di Konate sul suo terribile viaggio verso la salvezza e la libertà per sfuggire alla guerra e alla miseria si alternano quindi a quelli della fuga dalla città di Sergio. Vicini in quell'”angolo di mondo nel quale inseguire nuove prospettive”.
Poco distante, a Galmarara, davanti a un tagliere di formaggi e soppressa, Sergio e Konate incontrano una nuova, rilevante figura del romanzo, Filippo, a cui Luca Trevisan affida il compito di svelare al posto suo secoli di storia dell’Altipiano, tra toponimi, cippi e confini. In quell’occasione Sergio conoscerà Marta, immagine di un nuovo possibile amore, troppo in secondo piano per diventarlo o, più realisticamente, apparsa soltanto in un momento sbagliato.
Ma è il fratello di Sergio, Toni, a segnare il passo della vicenda: apparentemente un legame appannato il loro, con rari argomenti da condividere e fossilizzato su idee diametralmente opposte. Toni, da alcuni anni gestore di un albergo con annessi impianti sciistici, concepisce la montagna finalizzata esclusivamente a incrementare i flussi turistici, a costruire nuove infrastrutture, case, alberghi, impianti di risalita, da lui stesso definita la manna dal cielo. Sergio, invece, è sempre più alla ricerca di una vita scandita dai ritmi della natura, di una montagna tutta da proteggere e salvaguardare.
Eppure, l’ostentata sicurezza di Toni vacillerà a causa di avvenimenti che ne condizioneranno pesantemente la vita: è proprio da questa inedita fragilità che il legame tra lui e Sergio si trasformerà in una sorta di ancoraggio esistenziale, fatto di ospitalità, di attenzioni reciproche, di piccoli gesti. “Gli misi in un vaso dei rami di rosa canina per dare un tocco di colore a quella casa vuota”.
Non è facile smettere di raccontare questo libro, lasciare Sergio, Toni, lo zio Michele, Marta, Filippo, Konate e i tanti altri personaggi. Attraverso la scrittura emotivamente e visivamente ricca di Luca Trevisan si arriva alla fine per tornare all’inizio: è inverno, siamo di fronte a partenze insolute, a ritorni forse provvisori, forse definitivi. Scrivere per Sergio diviene lo strumento necessario per siglare e affrontare le proprie fragilità, assieme alla chiave nuova del suo vivere, che poi è il sogno di tanti di noi: poter avere un piede giù in pianura e uno su tra i monti.
Una sintesi poetica del titolo la troviamo nella copertina del libro: un’immagine realizzata da Loredana Scapin, un acquerello, la più fragile e delicata delle tecniche pittoriche.

Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".














