Il corpo esanime fu raccolto da un carretto della nettezza urbana, come fosse spazzatura. A freddarlo fu un quindicenne della Muti. L'ultima corsa di Sandro Delmastro

Oggi, 25 aprile, ricordiamo l'ultima corsa di Alessandro (Sandro) Delmastro, chimico, alpinista, ufficiale di marina, partigiano, compagno di studi e di cordata di Primo Levi. Insieme andavano in montagna. Levi gli dedicò il capitolo Ferro del Sistema Periodico. Le ultime ore della sua vita - fu ucciso da un "mostruoso carnefice-bambino" - invitano a riflettere sui risvolti biechi e deplorevoli dei fascismi

Oggi, 25 aprile, ricordiamo l’ultima corsa di Sandro Delmastro, chimico, ufficiale di marina, alpinista, partigiano, compagno di studi e di cordata di Primo Levi. Insieme andavano in montagna. Levi gli dedicò il capitolo Ferro del Sistema Periodico.
Il brano che segue è tratto dal libro Liberi di sbagliare (People edizioni), di Pietro Lacasella.
Per chi fosse interessato ad approfondire ulteriormente la figura di Delmastro, nel 2025 è uscito per Einaudi Svegliarsi Adulti di Roberta Mori.
Le ultime ore di vita di Alessandro (Sandro) Delmastro, ucciso da un quindicenne della Muti, invitano a riflettere sui risvolti biechi e deplorevoli dei fascismi.

L’ultima corsa di Sandro – di Pietro Lacasella
[…] Sandro, nel frattempo, lasciò i compagni del Sap e scese dalla Val Pellice per prendere posto nell’organizzazione clandestina torinese del Partito d’Azione. Come scrive Roberta Mori in Svegliarsi Adulti, le ragioni del suo trasferimento non sono chiare ed è facile che fosse una conseguenza del nuovo assetto che stava acquisendo la lotta partigiana. C’è anche chi, come Carole Angier tra le pagine della sua biografia dedicata a Levi, ipotizza che avesse abbandonato le amate montagne per un altro e più vincolante motivo: durante gli anni in Marina, un violento attacco di artrite reumatoide gli aveva provocato non trascurabili problemi al cuore. Così, dopo aver passato ogni ora libera della sua gioventù in parete, dovette ricalibrare la vita su orizzonti meno impegnativi.
Nonostante questo, partecipò alla Resistenza in modo attivo. Assieme alla sua ragazza, Ester Valabrega (che gli era stato impossibile sposare perché di origini ebraiche), era quotidianamente impegnato nella causa antifascista. La passione per l’alpinismo venne così in breve tempo trasformata in un laborioso fervore politico.
Dopo l’arresto di Gianni Aliberti, fu incaricato di riorganizzare le squadre cittadine. Sprofondò presto nel baratro colmo d’incertezza in cui si articolava la vita clandestina. Per privare il nemico di preziosi punti di riferimento erano richiesti incessanti spostamenti. Gli interessi soggettivi venivano spesso trascurati in favore di quelli collettivi, per supportare una battaglia finalizzata anche e soprattutto a disinnescare i congegni culturali elaborati dal fascismo.
Come racconta sempre Roberta Mori, sappiamo che
divenne membro del Comitato militare piemontese del Partito d’Azione e mise al servizio della causa le sue conoscenze tecniche di chimico impegnandosi nella costruzione di ordigni per sabotaggi.

Nel febbraio del 1944, Sandro contribuì alla nascita del giornale clandestino Il partigiano alpino, e a inizio marzo partecipò all’organizzazione degli scioperi che bloccarono le fabbriche di Torino per un’intera settimana, frenando in questo modo la produzione destinata alla Germania nazista e all’Italia fascista.
Imparò a conoscere in modo ancora più approfondito il capoluogo piemontese, strada per strada, quartieri, vicoli, portici, palazzi. Percorreva quella città dal sapore d’oltralpe con disinvoltura, come se a guidarlo fosse un istinto atavico.
Dopo cinque mesi di lotta cittadina avvenne però un fatto tremendamente grave: il 31 marzo 1944 un’imboscata portò all’arresto della maggior parte dei membri del Comitato militare piemontese. Furono quasi tutti sorpresi mentre si stavano recando alla cattedrale di San Giovanni Battista.
Sandro, scampato alla cattura, corse da Ester, con la quale aveva un appuntamento al ristorante, mangiò al volo e la salutò con la promessa di mandarle presto notizie. Non si rividero mai più. In quei mesi Sandro aveva intrecciato una stretta rete di contatti con i membri del Comitato militare, pertanto la sua posizione si era fatta particolarmente delicata. Doveva sparire dalla circolazione, almeno per un periodo, ma non aveva intenzione di allontanarsi da Torino. Forse preferiva restare in un ambiente familiare senza affrontare contesti sconosciuti, dove non avrebbe potuto muoversi con uguale sicurezza. Giorgio Agosti, commissario politico regionale delle formazioni di Giustizia e Libertà, si era invece persuaso che per Sandro sarebbe stato meglio cambiare aria, spostandosi dove la sua presenza non avrebbe attirato l’attenzione. Così lo invitò a partire per una missione nel cuneese, al fine di organizzare uno scambio di ostaggi per provare a salvare i compagni arrestati.
Roberta Mori ci racconta inoltre che Alberto Salmoni, rientrato a Torino dalla Val Pellice giusto il 30 marzo, era riuscito a incontrarlo prima che lasciasse la città:
Quando, dopo tanti mesi, si trovarono di nuovo insieme, si misero a parlare dei loro progetti per il futuro: per qualche ora, la minaccia che gravava su Sandro sembrò allontanarsi, spinta lontano dalla speranza, dall’amicizia, dalla voglia di vivere.
Sandro accettò di partire il 2 aprile, in treno. Raggiunta Cuneo, cambiò rotaie per dirigersi a Demonte e, da lì, si inoltrò in Valle Stura. Alla fermata di Borgo San Dalmazzo, una squadra della "Ettore Muti" – legione autonoma formata da un’elevata percentuale di delinquenti, oltre che da ragazzi spesso arruolati nei riformatori – salì sul suo vagone per perquisire i passeggeri. Sandro, vestito con abiti da città, ma con ai piedi i pesanti scarponi che tradivano le sue intenzioni, li insospettì, e così decisero di tradurlo al presidio di Borgo San Dalmazio.
Roberta Mori ci accompagna nella drammaticità di quei frangenti con grande accuratezza:
Venne perquisito. Gli trovarono in tasca annotazioni che furono giudicate sospette e appunti su personalità militari della Rsi (Repubblica Sociale Italiana). Aveva con sé anche un foglio di avvenuta presentazione ai bandi Graziani, ma fiutarono subito l’imbroglio. Iniziò un interrogatorio. Gli chiesero perché non si era presentato e perché si era fatto rilasciare quel foglio evidentemente falso, e qui Sandro non provò neanche a bluffare: mentire oltre un certo limite non rientrava nella sua natura, e poi non sarebbe servito. Dichiarò che non si era presentato perché era contrario al nuovo regime e ai suoi rappresentanti. L’affermazione dovette suonare come una piccola deflagrazione, dentro e fuori di lui, che l’aveva pronunciata forse anche per un’"impuntatura d’orgoglio", per marcare la sua diversità rispetto ai ceffi che aveva davanti. Gli proposero di arruolarsi con loro in cambio della salvezza, e lui rifiutò con sdegno.
Il mattino seguente, lo caricarono su un camion per trasferirlo nella vecchia sede della Gioventù Italiana del Littorio di Cuneo, in corso 4 Novembre, a pochi metri dalla casa di Anna Delfino, futura moglie del celebre partigiano e scrittore Nuto Revelli. Dalla finestra della sua camera da letto, Anna fu così spettatrice degli ultimi istanti di vita di Sandro.
Probabilmente distratte da alcuni operai sopraggiunti per montare una stufa, le guardie per un momento si disinteressarono di lui. Appena se ne accorse, abituato com’era al rischio e senza pensarci due volte, Sandro spinse a terra l’uomo che gli era più vicino per farsi largo. Corse a rotta di collo verso la fine del viale, dove una svolta secca l’avrebbe protetto dalla vista e dalle armi dei soldati. Furono attimi eterni. La velocità era rallentata dagli scarponi da montagna, mentre le estremità dell’impermeabile sventolavano come una triste bandiera dietro il suo incedere disperato; vibranti e dinamiche, riflettevano la sua apprensione. Sperava di averli presi alla sprovvista, ma due colpi lo centrarono in pieno. Alla curva mancavano poche falcate, quando la sua corsa si esaurì con una mezza piroetta. Una contorsione aerea lo accompagnò delicatamente al suolo.
A freddarlo fu un quindicenne della Muti. Quel "mostruoso carnefice-bambino" – come lo avrebbe definito in seguito Primo Levi – gli piombò addosso, controllò che effettivamente fosse morto e dopo aver raccolto da terra il suo berretto glielo gettò in faccia sprezzante. Dietro di lui, pieni di boria, arrivarono altri fascisti che, nel complimentarsi sguaiatamente con il giovane, infierirono su quello che consideravano nient’altro che un bandito ammazzato.
Il corpo esanime fu lasciato per circa mezz’ora sul marciapiede prima di essere raccolto da un carretto della nettezza urbana, come fosse spazzatura.
La vita di Alessandro (Sandro) Delmastro terminò lontana dalle sue vette, dalla sua Ester e dalla sua Torino. Tuttavia morì a modo suo, a testa alta, con il vento in faccia, correndo incontro a quella libertà respirata tra le amate montagne. Gli arroganti fascisti che gli si radunarono attorno non potevano certo immaginare che la sua corsa, in realtà, non era affatto finita. Grazie a Primo Levi prosegue tutt’oggi, fissata per sempre in un racconto di montagna che non ha eguali nella sua forza.
Immagine copertina a destra: Archivio famiglia Delmastro

Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".













