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Storia | 13 marzo 2026 | 18:00

Una cordata di sacerdoti sulla Marmolada. Don Pietro Mugna documentò l'ascesa del 1856: "Se miro alla vasta distesa del ghiaccio, stupisco alle lunghe e profondissime fenditure"

Il 25 agosto 1856 una spedizione salì sulla Marmolada. A testimoniare l'impresa fu don Pietro Mugna, prete vicentino promotore dell'impresa. Ma don Mugna fu anche molto altro. Storia di una salita d'altri tempi

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"Mio caro e riverito Cantù; permettetemi che pubblicamente v’informi di quella siffatta gita sulle montagne dell’Agordino, pure a voi proposta e che io feci di questi giorni in compagnia di tre amici di qui". Con queste parole don Pietro Mugna apriva la lettera all’amico Cesare Cantù in cui descriveva nei particolari l’ascesa sulla Marmolada compiuta pochi giorni prima, il 25 agosto 1856. Inserito nel libretto Impressioni e desideri dall’Agordino – quattro lettere di Pietro Mugna, il testo fu pubblicato a Padova nel 1874.

 

Ma chi era don Pietro Mugna? Figlio di Giuseppe Mugna, medico e naturalista, era nato a Trissino, in provincia di Vicenza, il 30 giugno 1814. Avviato alla vita religiosa, frequentò prima il Seminario vescovile di Vicenza e quindi l’Università di Padova. Ordinato sacerdote nel 1839, fu inviato come istitutore nel Seminario di Belluno. Ma la propensione agli studi che lo aveva caratterizzato fin dai primi anni lo portò a proseguire la propria formazione ai più alti livelli.

 

Il Veneto era allora dominio asburgico. Pertanto, per completare il proprio percorso di formazione, don Pietro nel 1840 si trasferì a Vienna, capitale dell’impero, ove per quattro anni frequentò l’Istituto Sant’Agostino, conseguendo la laurea e ottenendo la cattedra di Lettere italiane all’Accademia viennese di lingue orientali. Stimato negli ambienti culturali della capitale austriaca, fu anche istitutore della figlia del principe di Metternich.


Ritratto di don Pietro Mugna - foto di Alfredo Masiero

La rottura con le autorità austriache avvenne a seguito della rivoluzione del 1848. Ritenuto coinvolto nei moti, in ottobre il sacerdote fu arrestato nonostante l’intervento in suo favore di personalità di spicco. Costretto a dimettersi dagli incarichi scolastici, era costantemente pedinato e spiato dalla polizia. Gli fu impedito di espatriare e, pertanto, ritornò a Vicenza; dopo qualche mese gli fu concesso il trasferimento a Venezia, sempre sotto stretto controllo delle autorità.

 

Nel 1855 la presa si allentò. Don Pietro poté allora spostarsi ad Agordo, ospite dell’amico conte Alessandro Fullini, arcidiacono del paese. Gli studi, che l’avevano sorretto nei periodi di persecuzione politica, trovarono fra le montagne agordine nuovi campi di interesse. È in questo contesto che maturò la salita alla Regina delle Dolomiti, la seconda di cui si abbia documentazione dopo quella del 1802, costata la vita a un altro religioso, don Giuseppe Terza.

 

La spedizione, di cui facevano parte, oltre a don Pietro Mugna, don Lorenzo Nicolai, Gian Antonio de Manzoni, don Alessio Marmolada e le guide Pellegrino Pellegrini e Gaspare Da Pian, partì domenica 24 agosto 1856. La relazione è ricca di particolari che spaziano dalle notazioni più tecniche alle descrizioni paesaggistiche, dalle note storico-culturali alla trattazione delle specie vegetali incontrate per via e fino ai consigli pratici, come quello, in conclusione allo scritto, di proteggere gli occhi dal riverbero: insomma, un piccolo ma importante saggio della cultura e della qualità della penna di don Mugna.

 

 "Erano, dunque, le dieci e mezzo del mattino, quando cominciammo a calcare il ghiaccio, ed io alle due e mezzo pomeridiane toccava una estrema cresta del monte con Don Lorenzo Nicolai e la guida". Secondo le ricostruzioni, i due sacerdoti e la guida Pellegrino Pellegrini raggiunsero l’estrema cresta della Marmolada, subito sotto Punta Rocca, a 3250 metri circa; è dubbio invece che siano riusciti a salire sulla vetta. Il resto della comitiva raggiunse invece la vetta del Monte Seràuta, a quota 3069 metri.


Copertina del libro Salve... regina. La Marmolada dei pionieri, che riporta l'ascensione del 1856

"Io non vi so descrivere a parole lo spettacolo maraviglioso di quella ascesa: tanto è grande, vario, magnifico sotto ogni riguardo. Se miro alla vasta distesa del ghiaccio, stupisco alle lunghe e profondissime fenditure, nell’interno di un azzurrognolo tirante al giallo verso i lembi, e che qua e là paurosamente spalancasi con fremito cupo di acqua e di aria giù dentro".

 

La spedizione si concluse con la discesa al lago Fedaja e quindi al Piano di Lobbia, dove il gruppo riprese le cavalcature per procedere verso valle. Ciò che invece non si concluse fu il contributo di ricerca che don Pietro Mugna continuò a dedicare alle amate montagne: nel 1858 pubblicò Dell’Agordino, Cenni storici, statistici, naturali e Scuole ed uomini celebri di Belluno. Incompiuta restò una Storia bellunese che doveva raccogliere il frutto di altre ricerche.

 

Nel 1859 Giovanni Renier, vescovo di Feltre e Belluno, lo nominò censore ecclesiastico dei testi teatrali oltre che insegnante in Seminario. Afflitto da problemi di salute, don Pietro Mugna negli anni Sessanta si trasferì a Padova, dove proseguì l’opera di insegnamento e dove continuò a coltivare gli studi e la scrittura, con opere che spaziavano in diversi campi di ricerca.


L'attestato di benemerenza assegnato dal CAI a don Pietro Mugna - foto di Alfredo Masiero

La montagna rimase però sempre nei suoi pensieri: in una lettera del 12 luglio 1877 all’amico Gian Antonio De Manzoni, presidente della sezione agordina del CAI, don Pietro espresse la sua riconoscenza per l’attestato di benemerenza che l’Assemblea del Club Alpino Italiano gli aveva assegnato il 9 giugno precedente per "le numerose esplorazioni e studi sulle Alpi Dolomitiche iniziati sin dall’anno 1856".

 

Nel 1879 don Pietro Mugna si ritirò nella villa che l’industriale scledense Alessandro Rossi gli aveva messo a disposizione a Santorso, non lontano da Schio. Qui si spense il 16 ottobre 1882. Fu sepolto nella tomba della famiglia Rossi, a Schio, dove le sue spoglie si trovano tuttora.

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