Aprì per primo una strada lungo le Alpi Occidentali, attraversandole con la mandria. Quando i greci si affacciarono sulla catena alpina: la marginalità geografica fu compensata dal mito

L'ingresso della catena alpina nella storia antica costituisce ancor oggi un terreno di indagine complesso per gli addetti ai lavori, caratterizzato da poche luci e molte ombre. Cominciamo dal principio e, quindi, dalla scoperta delle Alpi da parte dei Greci

L’ingresso della catena alpina nella storia antica costituisce ancor oggi un terreno di indagine complesso per gli addetti ai lavori, caratterizzato da poche luci e molte ombre. Per tutta l’età classica (V-IV secolo a.C.), lo spazio alpino occupava infatti un ruolo marginale e trascurabile nell’orizzonte culturale greco, poiché coincideva con il paesaggio "di sfondo" che i marinai greci potevano osservare dalle coste tirreniche e adriatiche, dove sbarcavano per le loro attività commerciali o esplorative. Soltanto dall’età ellenistica (IV-I secolo a.C.) le Alpi sarebbero diventate una solida realtà geografica, rilevante dal punto di vista cartografico e degna di interesse per studi storici ed etnografici. Ma cominciamo dal principio e, quindi, dalla scoperta delle Alpi da parte dei Greci.
La cornice storica entro cui si colloca il primo contatto tra i popoli greci e il milieu alpino è la seconda colonizzazione greca, il fenomeno migratorio che interessò le città della Grecia e dell’Asia Minore tra VIII e VI secolo a.C., nel quale una parte del demos venne indotto a lasciare la madrepatria e a tentare la via del mare, alla ricerca di nuove terre da colonizzare. Numerose furono le regioni interessate da questo fenomeno, dalla Sicilia all’Italia peninsulare, dalle coste dell’Africa a quelle del Mar Nero.
Intorno al 600 a.C., alcuni abitanti di Focea, città dell’Asia Minore, irretiti dai racconti di alcuni esploratori locali, salparono alla volta delle coste della Gallia, sino ad allora poco conosciute dai marinai greci. Il risultato della fortunata spedizione fu la fondazione di Massalia (l’attuale Marsiglia), un emporio commerciale situato a sud-ovest delle Alpi marittime, e destinato a diventare una delle città greche d’Occidente più floride e ricche, almeno fino alla conquista romana.
Pochi decenni dopo, flotte mercantili provenienti da Atene, Corcira ed Eretria risalirono le coste del mar Adriatico, scoprendo che si trattava di un mare chiuso ("kolpos"), e avviando relazioni commerciali con i centri etruschi di Spina (nei pressi delle valli di Comacchio) e di Adria.
Dalle coste della Gallia e dagli empori adriatici, nelle giornate di cielo limpido e sereno, i marinai greci potevano scorgere in lontananza la "linea lunga" delle Alpi, con i loro versanti dirupati e le vette aguzze e innevate, senza però aver contezza né della loro estensione, né della loro morfologia. Ai loro occhi le Alpi si stagliavano come un paesaggio imponente e inedito, "altro" rispetto alle dolci vette della Grecia o dell’Asia Minore cui erano da sempre abituati.
Proprio questa dimensione di alterità, unita alla scarsità di informazioni sulla regione, rese le Alpi l’ambientazione ideale per uno dei tanti miti legati alla saga di Eracle e delle dodici fatiche. Secondo la tradizione, egli giunse in Iberia o in Gallia per rubare i buoi di Gerione, un gigante a tre teste famoso per la sua ferocia, e nella strada del ritorno attraversò la catena alpina con la mandria al seguito, aprendo per primo una strada lungo le Alpi Occidentali. Lo scheletro del mito è questo, e risale probabilmente all’età classica, ma nel corso dei secoli esso verrà ridisegnato alla luce delle conoscenze geografiche che man mano si acquisivano della regione alpina: verrà individuato il valico attraversato dall’eroe, poi i popoli da lui affrontati nella traversata ed infine le tracce (tekmeria) del suo passaggio sul territorio. Tale era la prassi della cultura greca, che nel racconto mitico condensava nozioni di taglio storico, geografico ed etnografico.
L’impresa di Eracle, passata alla storia come la decima fatica dell’Alcide, ebbe una larga eco nella storia successiva: Annibale Barca, il generale cartaginese protagonista della Seconda guerra punica, volle presentarsi agli occhi del pubblico come nuovo Eracle, capace di superare i "gioghi invincibili" delle Alpi col suo esercito e con i suoi elefanti; un secolo e mezzo dopo, Giulio Cesare riprese lo stesso mito quando attraversò i passi alpini per cominciare la spedizione in Gallia.
Se in età arcaica le Alpi dovevano già essere note ai mercanti e agli esploratori greci, bisogna attendere l’età classica per trovare attestazioni letterarie di oronimi o idronimi collegabili con esse. Nel V secolo a.C., Erodoto di Alicarnasso, il primo grande storico greco, traccia in questo modo il profilo dell’Italia settentrionale:
"Dal territorio al di là degli Umbri il fiume Karpis e un altro fiume, l’Alpis, scorrendo anch’essi in direzione del vento Borea, sfociano nell’Istro. L’Istro, infatti, percorre tutta l’Europa a partire dai Celti, che verso occidente, dopo i Cineti, ne sono gli ultimi abitanti; scorrendo dunque attraverso tutta l’Europa, sbocca sul fianco della Scizia".
Alpis è un fiume situato genericamente a nord della regione degli Umbri, che insieme al Karpis sfocia nell’Istro, cioè il Danubio. Che il nome Alpis fosse utilizzato anche per una catena montuosa, o per la montagna dov’era situata la sorgente del fiume, è impossibile da dimostrare. È chiaro che, a questa altezza, le conoscenze del territorio alpino e della sua idrografia fossero ancora vaghe e imprecise, come testimonia la collocazione delle sorgenti del Danubio nella Gallia Celtica, cioè nell’attuale Francia.
La stessa scarsità di informazioni si riscontra a distanza di un secolo nella Metereologia di Aristotele, in cui fra le catene montuose dell’Europa Occidentale sono evocati i Pirenei ma non le Alpi, a riprova del fatto che ancora a tale altezza cronologica esse non avevano un rilievo cartografico significativo. Occorrerà attendere la piena età ellenistica, e in particolare la Geografia di Eratostene, per trovare la prima attestazione del toponimo Alpi in riferimento alla catena montuosa, e per individuare un embrionale rilievo cartografico ad essa assegnato.
Per tracciare un bilancio sull’età classica, possiamo affermare che la marginalità delle Alpi nell’orizzonte visivo dei marinai e in quello letterario degli storici sia stata in qualche modo compensata dalla centralità assunta dalle stesse nell’economia narrativa del mito di Eracle. In tal senso, da linea di sfondo le Alpi diventano uno scenario del mito, e in questa veste conosceranno una larga fortuna nell’immaginario degli antichi. Glossando Beethoven, si potrebbe così affermare che "dove non arrivano le parole, la fantasia parla".














