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Storia | 21 febbraio 2026 | 18:00

Da pista da bob a postazione per cecchini e artiglieria. Olimpiadi di Sarajevo, ultimi raggi di luce prima delle tenebre: "Per le strade, migliaia di persone spalavano la neve cantando"

Una storia incredibile, che mette i brividi: dalle Olimpiadi invernali del 1984 ai terribili anni dell'assedio, fino alle volontà di recupero e valorizzazione dei giorni nostri

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Il febbraio del 1984 fu un mese d’oro per il tedesco Wolfgang Hoppe, uno dei più grandi bobbisti di tutti i tempi. Gareggiava per la Germania Est (DDR) nelle olimpiadi svolte in Jugoslavia: due stati che non esistono più.

 

Anche la pista che gli valse ben due medaglie d’oro - nel bob a due e nel bob a quattro - non esiste più. O meglio, esiste ancora tra i boschi del Trebević, montagna che domina la città di Sarajevo, ma nessuno, da più di trent’anni, sfreccia nel suo vecchio budello ghiacciato.

 

Il cemento armato esposto alle intemperie, coperto da aghi di pino e coloratissimi graffiti, è testimone di una storia incredibile, che mette i brividi.

I Giochi di Sarajevo 1984 (la prima olimpiade invernale tenutasi in un paese socialista) rappresentano uno di quei momenti della storia che sanno di speranza beffarda. Quella meravigliosa città cosmopolita, che fu messa al centro del mondo proprio perché esempio di convivenza tra culture e religioni differenti, appena otto anni dopo i Giochi finì, infatti, nella morsa di uno dei più crudeli assedi dei tempi moderni.

 

Ma per i sarajevesi che l'hanno vissuta, il ricordo della loro olimpiade rappresenta ancora oggi un sogno ad occhi aperti: l’immagine nitida di una città viva, moderna, in pieno fermento, che nei mesi e nelle settimane precedenti ai Giochi ha mostrato il meglio di sé, provando così a scacciare via i cupi presagi che, dopo la morte di Tito - lo storico presidente jugoslavo - già iniziavano ad aleggiare tra le Repubbliche della Federazione.

Così racconta Azra Nuhefendić, giornalista e scrittrice bosniaca, in un bellissimo articolo pubblicato dall’Osservatorio Balcani e Causaso: "La sera prima dell’inizio dei giochi non potevo starmene in casa mentre, pensavo, la storia raggiungeva la mia città. Sarajevo splendeva, le strade erano affollate, i negozi, i ristoranti e i bar erano aperti tutta la notte, pieni di gente. Migliaia di persone giravano su e giù, si parlava ad alta voce, quelli che non riuscivano a comunicare in una lingua straniera facevano amicizia a gesti, si facevano le foto, si rideva, così, senza motivo, solo perché noi sarajevesi eravamo raccolti là, insieme agli ospiti, per un evento grande, bello, importante. Ci pareva di essere nel centro del mondo".

 

L’inverno del 1984 fu secco e mite e in molti temevano un fallimento dei Giochi invernali per mancanza di copertura nevosa. Tuttavia, come in una fiaba, proprio la notte prima dell’inaugurazione una grande nevicata coprì Sarajevo e le montagne circostanti. Una grande notizia, ma anche un problema gestionale: così le autorità fecero un appello ai cittadini per aiutare a pulire le strade. Come racconta il giornalista Edvard Cucek, la stampa di tutto il mondo, nel primo giorno dei Giochi, poté osservare, fotografare e filmare una sorta di miracolo collettivo: "Non ho mai visto una cosa del genere in vita mia", scrisse un reporter, "per le strade, migliaia di persone spalavano la neve cantando. Tutti, ma proprio tutti i cittadini, erano fuori a pulire la città".

 

Vučko, il simpatico lupo-mascotte delle Olimpiadi di Sarajevo, sorrideva a un’intera città in festa. Un'atmosfera che, purtroppo, rappresentò uno degli ultimi raggi di luce prima cinque anni di tenebre: quelli dell'assedio.  

1984-1992: otto anni sono pochi, pochissimi. Chi si sarebbe mai immaginato che quella città olimpica, così unica e speciale, potesse tornare al centro dell’attenzione mondiale per una guerra, per un assedio di 1.425 giorni capace di causare oltre 11.500 morti tra i civili? Col senno di poi è oggi facile comprendere che proprio quel luogo, quel modello di successo dato da multiculturalismo e convivenza, era il simbolo da abbattere, nel peggiore dei modi possibili.

 

Torniamo allora alla pista di bob, quella che nell'84 vide Wolfgang Hoppe e la squadra della DDR come assoluti protagonisti.

 

Durante la guerra il Monte Trebević divenne una risorsa strategica per le forze assedianti serbo-bosniache, grazie alla sua posizione dominante sulla città. In virtù di questo, la pista fu rapidamente riconvertita in una postazione militare. Venne utilizzata come trincea per la fanteria, ma anche come postazione offensiva. Lungo il serpentone di cemento, in posizioni strategiche, furono realizzati dei fori, trasformando l’infrastruttura sportiva in una serie di postazioni di tiro per cecchini e artiglieria.

 

Dalle stesse curve su cui Hoppe era sfrecciato come un proiettile, venivano ora sparati proiettili veri, contro cittadini inermi. Uno dei lasciti del sogno olimpico si era trasformato in un cupo teatro di morte.

Dopo la guerra, com'è facile intuire, venne l’abbandono.

 

Ma la pista da bob, ormai completamente inutilizzabile per il suo scopo originario, non cadde del tutto nell’oblio e si trasformò ancora: prima coprendosi dei graffiti dei giovani sarajevesi, poi attraverso una sorta di "turismo delle rovine", ma anche della memoria del conflitto, che iniziò tra le sue curve.

 

Parallelamente incominciarono anche vari e altalenanti progetti istituzionali volti al recupero degli impianti del Trebević. La pista da bob tornò al centro dell’attenzione grazie ad alcune particolari iniziative, come le gare di pattinaggio in linea organizzate da Red Bull nel 2007 e 2008 e per i video virali di ciclisti spericolati. 

Ma negli anni è cresciuto anche un movimento che chiede di recuperare la pista per riportarla indietro nel tempo, dando così la possibilità ai nuovi Wolfgang Hoppe bosniaci di allenarsi e gareggiare. 

 

Questa "lotta" è stata documentata in un recente film, "The Track" (Staza), diretto da Ryan Sidhoo (disponibile su Amazon Prime). Il film mette in luce l'iniziativa dell'allenatore di Senad Omanović, che nel 2015 ha iniziato a liberare manualmente la pista dalla vegetazione, senza alcun supporto da parte dello Stato. Il film, che documenta gli allenamenti sul cemento asciutto e crivellato di colpi di tre giovani slittinisti (Mirza, Zlatan e Hamza), si è aggiudicato il Premio del Pubblico al Sarajevo Film Festival del 2025. Ma non sono mancati anche nuovi sogni olimpici: la potenziale candidatura di Barcellona per i Giochi del 2030 avrebbe forse previsto di realizzare proprio a Sarajevo, nella vecchia pista recuperata, le gare di bob, skeleton e slittino. Un'idea folle, o forse visionaria... in una candidatura, però, non andata a buon fine.

Merita una citazione anche la recente iniziativa di Mirko Tomašek, un giovane cittadino ceco che, colpito dalla mancanza di informazioni nell'incredibile "museo all'aperto" della pista, ha progettato e installato autonomamente dei pannelli didattici con codici QR lungo l’intero percorso, per ricordare agli ormai tanti visitatori questa incredibile storia fatta di gloria e tristezza, abbandono e volontà di riscatto.

 

Tra i pini del Monte Trebević, insomma, quel fermento iniziato negli anni '80 non smette di ribollire. 

 

Wolfgang Hoppe oggi ha quasi 70 anni. Chissà come ha vissuto la triste trasformazione della sua pista doppiamente dorata; chissà se sogna di scendere ancora una volta lungo quel tracciato, tra gli applausi e gli occhi estasiati della gente in festa di Sarajevo... tanti dei quali chiusi troppo presto, con folle crudeltà, senza alcun motivo

Foto della pista oggi: Mirnes Ibrahimagic, Dudlajzov, Anja Koeberle - Dreamstime.com; Luigi Torreggiani.

Altre immagini: Wikimedia Commons (Bundesarchiv, Ivan Terzić)

Per chi volesse approfondire, la storia degli impianti del Monte Trebević è raccontata in modo approfondito qui: https://sarajevo1984.com/en/venues/trebevic 

 

Il trailer del film "The Track":

 

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