Contenuto sponsorizzato
Cultura | 27 giugno 2025 | 12:00

"L'avversione per i sentieri battuti è prova di un intelletto indipendente, anche se tale indipendenza può a volte rivelarsi molto cara". Enrico Camanni e il ruolo della montagna nella Resistenza

"Le montagne, e anche le colline, furono buone alleate della Resistenza soprattutto quando i resistenti, aiutati dalle popolazioni, conoscevano perfettamente i luoghi, e infatti alpinisti e montanari si mostrarono talvolta determinanti nell’individuare le strategie e accompagnare le brigate nei sopralluoghi". Sabato 28 giugno (ore 18:30, Centro Culturale Silvio Guarnieri di Pedavena) all’interno della rassegna Liberazione80, Enrico Camanni terrà un incontro dal titolo "Alpi Ribelli", in cui approfondirà il ruolo delle montagne durante la Resistenza

scritto da Fabio Dal Pan
Festival AltraMontagna

"Le montagne, e anche le colline, furono buone alleate della Resistenza soprattutto quando i resistenti, aiutati dalle popolazioni, conoscevano perfettamente i luoghi, e infatti alpinisti e montanari si mostrarono talvolta determinanti nell’individuare le strategie e accompagnare le brigate nei sopralluoghi. In alcuni di loro c’era già prima un’avversione verso il fascismo, più estetica che ideologica, che li portava in montagna senza clamori e in stile austero. Ma fu dopo la Resistenza che la 'montagna' per molti diventò un simbolo di resistenza, fratellanza e utopia politica, per un mondo più giusto e umano. Purtroppo durò troppo poco, perché le istanze ideali si scontrarono con la politica di bassa lega, e pian piano furono assorbite o estromesse".

 

Sabato 28 giugno (ore 18:30, Centro Culturale Silvio Guarnieri di Pedavena, BL) all’interno della rassegna Liberazione80, Enrico Camanni terrà un incontro dal titolo "Alpi Ribelli", in cui approfondirà il ruolo delle montagne durante la Resistenza. L’incontro si terrà ai piedi delle Vette Feltrine, dove tra il ‘43-’45 operò la Brigata Gramsci del comandante "Bruno" Paride Brunetti, la cui vicenda si intrecciò per breve tempo con quella di H.W. Tilman, uno dei più grandi alpinisti della storia, che nel ‘44 si unì con la sua missione ai partigiani bellunesi.

 

Per prepararci a questo appuntamento abbiamo fatto qualche domanda ad Enrico Camanni sul ruolo delle Terre Alte nelle resistenze di ieri e di oggi.

 

 

Il sottotitolo del suo libro "Alpi Ribelli" è: "storie di montagna, resistenza ed utopia". Perché secondo lei le montagne sono state il luogo d'elezione durante la Resistenza? Solo per motivi geografici o c'è qualcosa di più, che ha a che fare con l’utopia?

 

Certo la montagna rispondeva a ragioni logistiche, perché nelle città o in luoghi aperti la guerriglia di disturbo dei partigiani avrebbe avuto ben poche possibilità. Però bisogna considerare che le montagne, e anche le colline, furono buone alleate della Resistenza soprattutto quando i resistenti, aiutati dalle popolazioni, conoscevano perfettamente i luoghi, e infatti alpinisti e montanari si mostrarono talvolta determinanti nell’individuare le strategie e accompagnare le brigate nei sopralluoghi. In alcuni di loro c’era già prima un’avversione verso il fascismo, più estetica che ideologica, che li portava in montagna senza clamori e in stile austero. Ma fu dopo la Resistenza che la "montagna" per molti diventò un simbolo di resistenza, fratellanza e utopia politica, per un mondo più giusto e umano. Purtroppo durò troppo poco, perché le istanze ideali si scontrarono con la politica di bassa lega, e pian piano furono assorbite o estromesse.

 

 

Molti alpinisti si sono spesi nella lotta del '43-'45; vengono in mente Tissi, Castiglioni e molti altri. Tra questi uno dei meno noti è forse Bill Tilman, che ebbe un ruolo importante come ufficiale di collegamento nel bellunese. Ci racconta qualcosa del suo profilo come alpinista e partigiano, e perché, secondo lei, il suo nome è stato quasi dimenticato?

 

Direi perché non era italiano e rappresentava un’eccezione nel panorama locale, e anche nazionale. Forse pochi sapevano veramente chi fosse e che cosa avesse fatto prima della guerra. E poi era un uomo romantico, libero e poco allineato, che odiava ogni conformismo. Infatti scriveva che “l'avversione per i sentieri battuti è prova di un intelletto indipendente, anche se tale indipendenza può a volte rivelarsi molto cara" e che "Viaggiare nella direzione sbagliata è probabilmente meglio che seguire le proprie orme".

 

 

Come si impara leggendo i suoi libri, la montagna è sempre stata un'avanguardia di idee e di incontri tra popoli doversi, un laboratorio di pensieri larghi, viene in mente per esempio Alexander Langer. La domanda, secca, è questa: vivere la montagna aiuta davvero ad avere uno sguardo più lucido sul mondo?

 

La risposta secca è no. Altrimenti gli alpinisti sarebbero lucidi e lungimiranti e i montanari non mostrerebbero il terribile conformismo che vedo oggi, anche nelle valli. Certo la montagna può essere un formidabile strumento di ricerca personale, e anche un osservatorio privilegiato sul nostro mondo, ma come l’automobile, o come internet, gli strumenti vanno compresi e maneggiati nel modo corretto, eliminando molte tentazioni, altrimenti non sono niente o diventano addirittura nefasti. Dipende da come la intendiamo, la montagna, che patto stringiamo con lei, quanto la interroghiamo e quanto ascoltiamo le risposte.

 

 

In questo momento le terre alte vivono una strana polarizzazione tra sempre maggiore spopolamento e picchi di overtourism stagionale. Quali sono secondo lei le alternative per il futuro della montagna, che sembra stretta tra queste contraddizioni, tra divertimentificio e mancanza di servizi per i residenti?

 

Tutto il mondo va verso la polarizzazione e non vedo grandi vie alternative per la montagna. Dipende tantissimo dalle scelte politiche, ma anche dalla cultura locale e globale. L’unica novità che vedo, ed è positiva, è l’affievolirsi della contrapposizione tra città e montagna, che non ha più nessun senso. E’ del tutto antistorica. Proprio ieri scrivevo sulla Stampa: 'Non sono gli spiantati, gli emarginati e i senza lavoro a cercare rifugio in montagna, ma persone sempre più colte e consapevoli, che approfittando di una seconda casa, una rete internet e qualche conoscenza locale intensificano gli scambi e le trasferte tra la città e la valle fino al punto da diventare "montanari" loro stessi, se il termine ha ancora un significato, fondendo abitudini urbane e montane, il giù e il su, nel quadro di una cultura globale che non si declina più secondo la tradizione o in ossequio ai centri di produzione e potere, ma in base ai luoghi e ai territori. Siamo sempre noi, in ambienti diversi. Si diventa montanari restando cittadini allo stesso tempo, e si compie il difficile passo se esiste una comunità accogliente, se ci sono le scuole, i servizi e almeno una piazza che risponda al nome'. Il gioco vale la candela se la "civitas" sale in montagna e ne anima gli spazi senza stravolgerne gli ambienti naturali e le serenità esistenziali, che sono una cosa molto diversa dall’emarginazione e dalla solitudine.

 

Qui il PROGRAMMA completo dei prossimi eventi della rassegna bellunese

la rubrica
Liberazione 80: storie di montagna

"Liberazione80: storie di montagna" è una rassegna multidisciplinare che ripercorre, nell'anniversario della liberazione dal nazi-fascismo, la Resistenza veneta ed italiana. Viste le complessità geopolitiche e la rinascita dei totalitarismi che segnano questo periodo storico, legare la lotta della Liberazione a un movimento vivo può ispirare le lotte per la libertà e la giustizia anche nel presente

 

SOSTIENICI CON
UNA DONAZIONE
Contenuto sponsorizzato
recenti
Cultura
| 10 maggio | 06:00
"I paesi spopolati hanno pochi abitanti, quindi pochi voti. La politica tende naturalmente verso dove ci sono [...]
| 09 maggio | 19:00
Un classico itinerario dell'Alta Lessinia, sul grande altopiano di pascoli e boschi alle spalle di Verona, che da San [...]
Cultura
| 09 maggio | 18:00
Domenica 7 giugno (ore 14), al Festival de L'Altramontagna "Il Fiore del Baldo" sull'Altopiano di Brentonico, Matteo [...]
Contenuto sponsorizzato