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Cultura | 06 novembre 2025 | 12:00

Gli impianti "non hanno mantenuto le persone sui territori, sono crollati su loro stessi e non sono stati in grado di rigenerarsi economicamente": l’Ultima Neve, docu-inchiesta sul destino dei comprensori sciistici del Centro Italia terremotato

Il documentario racconta le trasformazioni, le fratture e le resistenze che emergono nei territori montani dell'Appennino colpiti dal sisma del 2016-17, indagando i conflitti ambientali, sociali e politici intorno agli investimenti sulle infrastrutture sciistiche. Realizzato da Veronica Machiavelli e Cecilia Fasciani, sarà proiettato sabato 8 novembre ad Amatrice e Roma 

Festival AltraMontagna

Una fotografia sbiadita come il tempo della neve è l’estetica poetica e grave de L’Ultima Neve. Appennino terremotato e conflitti in alta quota, documentario realizzato da Veronica Machiavelli e Cecilia Fasciani, all’interno di ‘All’Erta - Osservatorio Conflitti Ambientali nel Cratere’.

 

Denso come un saggio, il documentario racconta le trasformazioni, le fratture e le resistenze che emergono nei territori montani colpiti dal terremoto del 2016-17, indagando in particolare i conflitti ambientali, sociali e politici intorno agli investimenti sulle infrastrutture sciistiche. La fotografia sbiadita - cifra stilistica del documentario - accompagna la narrazione, forse alludendo a un passato recente, vicino eppure trascorso, in cui le stagioni invernali erano intense e le nevicate sufficienti ad animare i comprensori sciistici, e le loro economie. Dietro l’armonia, i paesaggi sbiaditi testimoniano un conflitto profondo: tra l’ambizione di sviluppo e la realtà demografica, economica e sociale dei territori colpiti dal sisma nel 2016-17, cratere sismico diventato osservatorio delle politiche di sviluppo della montagna appenninica, e non solo.

Il documentario è il risultato del lavoro di ricerca dell’Osservatorio sui Conflitti Ambientali del Centro Italia, nato dall’incontro di due soggetti che si occupano di processi territoriali in prospettiva critica: Emidio di Treviri, collettivo di ricerca-azione costituitosi per un’inchiesta sul cratere sismico del Centro Italia, e il Centro Documentazione sui Conflitti Ambientali Abruzzo che monitora le politiche di gestione dei territori e i conflitti intorno allo sfruttamento delle risorse socio-ambientali.

 

In particolare, dal sisma in poi, il collettivo Emidio di Treviri ha indagato gli effetti del modello di ricostruzione post-sisma, incrociando l’analisi degli interventi emergenziali sulle condizioni strutturali di spopolamento, marginalizzazione sociale ed economica della montagna appenninica. Il documentario si inserisce nel solco delle ricerche dell’Osservatorio, approfondendo il ruolo degli impianti sciistici nelle trasformazioni della montagna appenninica terremotata. Un tema “molto caldo” - come sostiene Veronica Machiavelli, ricercatrice e regista del documentario - “per la quantità di risorse in gioco e per il modello di sviluppo messo in campo”. Le opere connesse agli impianti sciistici raccontati nel documentario, infatti, sono sostenute da fondi pubblici ed evidenziano i conflitti sociali e ambientali che ruotano attorno ad alcune scelte economiche e infrastrutturali.

 

Il documentario si basa su un’inchiesta narrativa: si alternano testimonianze dei comitati locali, studiosi e attori del territorio per restituire le diverse prospettive delle comunità intorno al tema degli impianti, tra conflitti, ambizioni e delusioni.

L’inchiesta non presenta solo dati e analisi, ma storie di persone e paesi. Gli impianti di Sarnano, Bolognola, Montagna dei Fiori, Terminillo nascono tra gli anni ’60 e ’70, quando più in generale la montagna appenninica diventa oggetto di investimenti dell’industria turistica. In quella fase, la montagna racconta il passaggio dalla pastorizia al turismo, dal lavoro contadino a quello stagionale, dai sogni di sviluppo ai segni tangibili del declino. Di ogni località si ricostruiscono la storia e le specificità, che nel racconto corale diventano esempi diversi di uno stesso modello: un modello che dipende dai finanziamenti, produce reddito stagionale, genera un enorme fabbisogno energetico e lascia un’impronta irreversibile sul paesaggio, alterando le ecologie.

 

Il documentario ricostruisce la storia degli impianti, inserendola nella parabola di trasformazione della montagna appenninica e della società contadina. Negli anni Cinquanta, gli impianti portano - o accelerano - la modernizzazione e industrializzazione della montagna appenninica, seguendo un modello urbano. Così, come spiega lo storico Augusto Ciuffetti nel documentario, la manodopera contadina si trasforma in manodopera edile: muratori e manovali sono impiegati nei cantieri degli impianti e delle strutture di ricettività turistica, ma passata la fase di infrastrutturazione delle destinazioni di turismo sciistico, la popolazione torna a diminuire. L’industria sciistica, fin dal primo giorno, si manifesta come strumento di arricchimento per pochi, non di sviluppo distributivo e continuativo.

 

Come commenta Veronica Machiavelli, sono storie che “si inseriscono nel declino della società rurale: la popolazione non cresce, anzi diminuisce, e le economie generate sono stagionali e fragili”. Mentre le comunità montane si svuotano, le città iniziano a guardare alla montagna come spazio di evasione temporaneo in cui proiettare bisogni e aspettative di consumi urbani che poco o nulla si integrano nel tessuto locale.

 

Nel corso degli anni, gli impianti iniziano a mostrare i limiti intrinseci del modello: condizioni climatiche sempre più critiche alzano le quote della neve naturale, mentre i costi di gestione e di innevamento artificiale crescono, nel quadro generale di aumento dei costi per l’energia. Le destinazioni sciistiche declinano, determinando la crisi degli indotti turistici locali e il declino dei territori montani diventa ancora più acuto. Come commenta Veronica Machiavelli, gli impianti “non hanno mantenuto le persone sui territori, sono crollati su loro stessi e non sono stati in grado di rigenerarsi economicamente”. Il settore del turismo sciistico diventa, così, terreno di sperimentazione di investimenti pubblici, senza garanzia di risultati concreti e duraturi.

Su questo sfondo ricostruito dettagliatamente, il documentario racconta il rilancio degli impianti nella delicata fase post-sisma. Nonostante sembrassero destinati a finire, alcuni impianti vengono sostenuti e ammodernati attraverso fondi pubblici ingenti: il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e il Piano Nazionale Complementare con i pacchetti di ricostruzione e sviluppo. L’obiettivo dichiarato dai progetti finanziati pubblicamente è la destagionalizzazione dei siti: mantenere gli impianti aperti tutto l’anno, trasformandoli in infrastrutture turistiche polivalenti. Non si investe per smantellare (1 ) gli impianti e bonificare i siti, ma per ampliarne le vocazioni al di là dell’uso sciistico perché il modello del turismo sciistico è ancora radicato nell’immaginario collettivo e nelle morfologie: “gli impianti hanno modellato la montagna, visivamente ed economicamente, ed è difficile staccarsene”, come afferma Veronica Machiavelli.

 

Le risorse pubbliche dei piani di investimento post-sisma finiscono, quindi, per finanziare progetti che trasformano questi impianti in attrazioni - che siano di massa o di élite - senza garantire un ritorno stabile alle comunità locali. Attraverso un’inchiesta approfondita, le ricerche dell’Osservatorio evidenziano che la ricostruzione post-sisma è spesso gestita da logiche volatili di bando, senza visione complessiva del territorio. I soggetti più forti — fondazioni, imprenditori, lobby politiche — riescono a imporre i propri progetti, mentre i territori restano marginali e assistono a iniziative, cantieri, investimenti e abbandono.

 

L’Ultima Neve offre il quadro della montagna dello sci appenninico, sospesa tra passato e futuro. Gli impianti hanno lasciato tracce visibili e invisibili: infrastrutture, economie effimere, comunità che restano o si diluiscono. La montagna appare come spazio di conflitto e armonia, luogo di lavoro e di evasione, terreno di sperimentazione e speculazione. In modo sottile il documentario pone alcune domande: quali sono gli interessi che muovono gli investimenti sugli impianti sciistici, dal momento che si tratta di infrastrutture in perdita? Qual è, invece, la strada per un’economia di montagna che garantisca lavoro continuativo e giustamente retribuito, catene del valore locali e sostenibilità ambientale?

 

Il documentario non offre risposte, ma invita a osservare, ascoltare e riflettere, con la consapevolezza che la montagna non è solo uno spazio da sfruttare, ma una dimensione abitata. In definitiva, L’Ultima Neve è un’indagine sulla montagna, sulle comunità e le scelte politiche che ne determinano il futuro. Il film riesce a raccontare conflitto e armonia, sviluppo e declino, ambizione e fragilità, rendendo chiaro quanto i territori del cratere sismico siano complessi, e poco raccontati. È una montagna che parla, e chi sa ascoltare scopre storie, contraddizioni e memoria in ogni pista, edificio vuoto, valle silenziosa.

 

In attesa che, anche quest’anno, torni l’ultima neve, potete vedere il documentario in giro per l’Appennino, e non solo. Dopo Rieti, Ascoli Piceno, Soveria Mannelli e Grassina, L’Ultima neve sarà proiettato sabato 8 novembre ad Amatrice (Centro Pio Cretaro, ore 17) e Roma (Communia, via dello Scalo San Lorenzo 33, ore 21:30).

Per aggiornamenti sulle prossime proiezioni: www.allerta.emidioditreviri.org

Per ospitare la proiezione, potete contattare: osservatorioallerta@gmail.com

 

 

1 Fa eccezione il comprensorio di Frontignano in cui parte dell’impianto sciistico è stata smantellata: https://capocronaca.it/turismo/ussita-frontignano-la-nuova-cabinovia-del-canalone-prende-forma/

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Racconti dagli Appennini in mutazione

Gli Appennini sono da sempre abitati, vissuti e lavorati. La loro geografia lo testimonia: piccoli paesi incastrati tra le alture, collegati da strade e sentieri che raccontano storie di mobilità. Luoghi che storicamente sono stati centrali nelle relazioni politiche, economiche e culturali del Mediterraneo in cui si estraevano risorse, producevano beni preziosi, sperimentavano innovazioni e mestieri. 

Partendo dall’Appennino centrale, contesto delle nostre ricerche e attività politiche e sociali, il blog racconta storie ed economie montane contemporanee, intendendo economia come cura e gestione del bene comune, inserita in trame ecologiche multi-specie. Raccontiamo pratiche collaborative di gestione e cura del rurale con radici secolari, così come di esperienze recenti e soggettività impreviste che immaginano nuovi modi di abitare e produrre in montagna. Raccontiamo queste storie con uno sguardo che cerchi di parlare al futuro e di stare - senza scioglierle - nelle contraddizioni del presente

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