A 22 e 25 anni prendono in gestione il rifugio costruito dal bisnonno nel 1902: "Oggi bagni chimici per combattere l'overtourism ma la passione è sempre la stessa"

Sono trascorsi oltre cent'anni da quando il bisnonno Bepo dava vita al rifugio Gardeccia. Lungo tempo durante il quale la gestione è rimasta sempre stretta fra le mani dei componenti di una stessa famiglia: i Desilvestro. Oggi a portare avanti la struttura ci sono i giovanissimi Simone e Giuseppe: "Dal 1902 sono cambiate tante cose, ma la passione è sempre la stessa"

Oltre cent'anni di storia non sono poca cosa. E fra le mura del rifugio Gardeccia, che sorge a quota 1.949, in val di Fassa (Trentino), i Desilvestro lo sanno bene. Tutto ha avuto inizio con Giuseppe Desilvestro, meglio conosciuto nella zona come "Bepo de Medil", che nel 1902 decise di dare vita ad una struttura gestita, tutt'oggi, con tenacia e passione, dalla stessa famiglia.

Il primo a gestire il Gardeccia fu proprio Bepo accanto alla moglie Giulia fino alla metà degli anni '50, quando il testimone passò nelle mani del figlio più giovane Doro, che gestì per lungo tempo la struttura con la moglie Maria e i sei figli. Ampliato e ammodernato, negli anni Duemila la gestione è poi passata nelle mani dei fratelli Marco e Mario, che hanno lavorato insieme fino al pensionamento di Marco, che ha scelto di salutare l'amato rifugio nel 2024.
A subentrare da ottobre 2024, dopo un'attenta valutazione ma con la consapevolezza di fare la scelta giusta i figli di Mario (che tutt'oggi lavora nella cucina del Gardeccia ndr) Simone (25 anni) e Giuseppe (22 anni), portando avanti una tradizione ormai più che centenaria.

A raccontare il rifugio sono proprio i due, che intervistati da L'Altramontagna esordiscono: "Qui dentro, come del resto anche i nostri parenti, ci siamo cresciuti". Ma dalle corse spensierate nei prati o fra i tavoli del Gardeccia di cose ne sono cambiate: i due giovanissimi lo scorso anno hanno infatti deciso di riapprodare in struttura non più in qualità di figli del gestore (o di aiutanti) ma di veri e propri rifugisti (assumendosi tutte le responsabilità del caso).
"Diciamo che dai tempi del bisnonno sono cambiate tante cose - spiega Simone -. La cucina è rimasta quella della tradizione, anche se il menù si è ampliato con proposte vegetariane e vegane e alternative per chi ha intolleranze, com'è giusto che sia". Il tipo di clientela, però, è sicuramente cambiato e negli anni si è diversificato.
Se un tempo ad approdare in quota erano, per la maggiore, arrampicatori ed alpinisti, dal Covid in poi la frequentazione delle terre alte è notevolmente cresciuta, accogliendo anche turisti ed escursionisti che al Gardeccia ci approdano in giornata o per fare l'esperienza della notte in rifugio e non per sfruttarlo come base d'appoggio o punto di partenza per arrampicate sul Catinaccio o escursioni a quote più elevate.
Oggi, grazie agli impianti del Catinaccio che da Vigo di Fassa conducono al Ciampedie, il rifugio è raggiungibile in soli 45 minuti di passeggiata. Questo fa sì che moltissimi turisti approdino in quota solo per trascorrere una giornata circondati da panorami (davvero) mozzafiato: "Questo significa accogliere anche chi di montagna non ne sa molto e che pretenderebbe di più - prosegue Simone -. Negli anni e in particolare dopo la pandemia sono aumentate anche le persone che approdano in struttura con la volontà di utilizzare solo il bagno, cosa che formava lunghissime code".
I bagni chimici istallati (per obbligo) in tempi di Covid all'esterno del rifugio sono quindi diventati (e continuano ad essere tutt'ora) un'ottima risposta all'overtourism, ma soprattutto alla pretesa di utilizzare il bagno senza consumare (e lasciandolo magari in condizioni non propriamente adeguate): "Chi entra in rifugio, si beve il caffè o mangia da noi può usarlo senza problemi il bagno all'interno e chi pernotta può fare la doccia - fa sapere -. Chi deve soltanto fare pipì può invece usufruire dei Wc esterni con dei tornelli all'ingresso, che costano 1 euro".
Spesa che fa storcere il naso ad alcuni, non sapendo che si tratta di un piccolo contributo che aiuta i gestori del rifugio a pagare le spese di noleggio dei container e per le pulizie: "Molti apprezzano questo servizio in più, altri si lamentano: se c'è una cosa che abbiamo capito è che accontentare tutti è davvero impossibile. Poi, per assurdo, c'è chi consuma e alla cassa ci chiede il resto in monete per andare al bagno (all'esterno), ma noi spieghiamo che possono, giustamente, usufruire di quello all'interno".
Simone e Giuseppe sono ancora agli inizi della loro gestione, ma hanno la fortuna di avere al loro fianco papà Mario, rifugista esperto: "Fra qualche anno ci vediamo ancora qui - conclude Simone - e ci riteniamo fortunati di poter mandare avanti una realtà storica come questa. Lo facciamo portando nel cuore ricordi speciali, come quelli delle (tante) estati trascorse a quota 1.950 a giocare o ancora delle serate con nostro padre. Quando per l'elettricità ci affidavamo ad un generatore, la sera lo accompagnavamo a spegnerlo 'guidati' dalla luce delle candele: momenti speciali che non si dimenticano. Li porteremo sempre con noi, ora con la consapevolezza di avere sulle spalle anche grandi responsabilità".

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere















