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Attualità | 05 ottobre 2025 | 06:00

"Era riverso a terra e non respirava: abbiamo tentato in tutti i modi di salvargli la vita. Quello è stato il giorno più brutto (e più bello) dei miei anni al Rifugio Padova"

"Sono passati quasi 30 anni ma chissà quanti altri ne trascorreremo quassù". Il racconto di Paolo De Lorenzo, gestore del Rifugio Padova: "Il mio giorno più brutto a quota 1.300 è stato anche il più bello: sono infinitamente grato per tutto questo"

scritto da Sara De Pascale
Festival AltraMontagna

Quasi trent'anni in rifugio non sono cosa da poco. Lo sa bene Paolo De Lorenzo, che dal 1996 gestisce il Padova, struttura che sorge in una radura ai piedi della catena dei Monfalconi e Spalti di Toro a quota 1.300 (nel Bellunese). 

 

Approdato in struttura dopo aver saputo che l'allora gestore aveva deciso di abbandonare, De Lorenzo in quota pur essendoci nato ci è finito un po' per caso (o forse per destino): "Dopo una stagione andata male come cuoco in Val Gardena, avevo deciso di tornare a casa in Comelico - spiega, intervistato da L'Altramontagna -. Avevo qualche mese libero prima di iniziare a una stagione a Jesolo, quando un amico mi disse che cercavano personale al Rifugio Scoiattoli di Cortina". 

 

Un lavoro, quello allo Scoiattoli, che per l'uomo si è presto trasformato in una grande (ed inesauribile) passione: "Così, a quota 2.255, ho scoperto che vivere e lavorare in montagna era quello che mi sarebbe piaciuto davvero fare". Qualche anno più tardi, non a caso, non appena si è presentata l'occasione di fare domanda per gestire un rifugio, Paolo si è messo a disposizione. 

 

"Mio fratello, soccorritore, era andato nella zona del Rifugio Padova per trarre in salvo un gruppetto di giovani, scoprendo che il gestore di allora era stanco e aveva deciso di abbandonare - rivela -. Non ci ho pensato due volte e quando il Cai ha presentato il bando ho fatto domanda". 

 

Da quasi trent'anni al timone del Padova c'è infatti De Lorenzo, che con tenacia gestisce cucina e rifugio accanto alla moglie, suo braccio destro in tutto e per tutto: "È cambiato tantissimo dai primi anni ad oggi - confessa -. Qualcosa in meglio e qualcosa in peggio. Posso sicuramente dire che viviamo in un mondo completamente diverso: sia a valle che in quota". 

 

Un tempo, spiega non a caso il rifugista, ad approdare in zona erano tanti arrampicatori: "Allora il rifugio era punto di partenza, oggi siamo diventati punto d'approdo in particolare per famiglie e tantissimi giovani, cosa che ci dimostra che anche le nuove generazioni sono attratte dalla montagna e dall'esperienza in quota e ciò che non può che farci piacere". 

 

La maggior parte degli escursionisti, fortunatamente, è ben attrezzata, anche e soprattutto perché i gestori tengono a spiegare "anche già al telefono come funziona qui e di cosa si ha bisogno per un'escursione tranquilla e sicura". Qualche sprovveduto, ciononostante, non manca, "ma parliamo di pochi". 

 

"Una delle cose che più mi gratificano - prosegue De Lorenzo nel racconto - è rivedere persone che sono state qui diversi anni fa, che tornano perché in questo rifugio ci sono stati bene. Ci sono uomini e donne che ora arrivano qui con la famiglia e che diversi anni fa ci avevano raggiunti con gli insegnanti in gita scolastica: impossibile ricordarsi di tutti, ma quando mi dicono di avere scelto appositamente di tornare mi sento felice e soddisfatto di quello che stiamo facendo". 

 

In quasi trent'anni di gestione, ovviamente, di episodi ne sono accaduti a bizzeffe, ma c'è un'esperienza che, in testa a tutte (e nel bene e nel male) ha segnato il rifugista e la moglie: "Si tratta di un evento accaduto ormai due anni fa - spiega -. Alcune persone sono entrate in rifugio chiedendoci aiuto: a circa 400 metri dalla struttura c'era un uomo riverso a terra, che non respirava".

 

"Non ci abbiamo pensato due volte e dopo aver allertato i soccorsi siamo accorsi sul posto con il defibrillatore, riuscendo così a salvare la vita di un escursionista di 55 anni, che qualche mese più tardi è tornato in rifugio per ringraziarci - conclude -. Lo abbiamo rianimato soltanto per 4 minuti e mezzo, che però mi erano sembrati eterni. Fortunatamente, tutto è andato per il meglio".

 

"Nonostante il tantissimo tempo trascorso al Padova non mi stanco mai di questo posto e scatto spessissimo fotografie: di anno in anno mi sento sempre più fortunato ad essere il gestore di questa meravigliosa struttura. Trent'anni sono passati ma chissà quanti ancora ne abbiamo davanti: sono infinitamente grato per tutto questo".

la rubrica
Storie dai rifugi

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere

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