Contenuto sponsorizzato
Attualità | 20 luglio 2025 | 06:00

"Niente doccia e il bagno lo può usare solo chi pernotta in rifugio", Eleonora Saggioro e la sfida di gestire una struttura ("senz'acqua") a quota 2.100

"Qui non si può fare la doccia, si dorme in camerate con gente che russa, ha caldo e ha freddo. Non c’è il wi-fi, il menu è essenziale e le birre sono ghiacciate solo in inverno. L'acqua? Va centellinata: abbiamo addirittura attaccato dei cartelli a inizio sentiero invitando gli escursionisti a non tenersi la pipì e a farla nel bosco. Siamo disperati? Forse. Ma gestire un rifugio senz'acqua è tutt'altro che semplice". Storia di Eleonora Saggioro e dei suoi (quasi) 30 anni di gestione del rifugio Sebastiani

scritto da Sara De Pascale

Nata e cresciuta in città, a Roma, ma col naso sempre (o quasi) puntato all'insù. La storia di Eleonora Saggioro è quella di una donna che ha sempre custodito nel cassetto un grande amore (che forse attendeva solo di concretizzarsi in qualcosa di più 'grande'): quello per le montagne.

 

Negli anni Saggioro non ha mai smesso di coltivare la sua passione per le terre alte percorrendole in lungo in largo (anche grazie alle escursioni del Cai), arrivando poi a viverle da rifugista, trasferendosi in Abruzzo prima per lavorare e poi per gestire il rifugio Sebastiani. 

 

Il rifugio Vincenzo Sebastiani sorge a quota 2.102 metri nel Comune di Rocca di Mezzo nel cuore del Parco naturale regionale Sirente Velino. È raggiungibile solamente a piedi in estate (attraverso due diversi sentieri escursionistici in meno di 2 ore di passeggiata), con sci e ciaspole in inverno. È aperto da inizio giugno fino a metà settembre. Poi ancora nei weekend autunnali e in inverno su prenotazione ed in base al meteo e alla neve (i due mesi di chiusura sono novembre e maggio ndr). 

 

Una struttura in quota che negli anni ha subito diversi interventi di ristrutturazione, oggi gestita da Saggioro: "Non ci sono approdata per vocazione - esordisce, intervistata da L'Altramontagna -. Ero una semplice appassionata di montagna che apprezzava le terre alte e i suoi punti d'approdo, preziosi e fondamentali per chi frequenta le montagne. A 22 anni ero in cerca di un lavoretto e mi sono detta che, invece che andare in pizzeria, avrei preferito lavorare in quota. E così ho fatto". 

 

Così Saggioro approdò al Sebastiani dove affiancò per qualche tempo l'allora gestore, fino alla chiusura della struttura (un tempo "più che mai spartana"), che necessitava di importanti lavori di ristrutturazione: "Nel 1998, una volta che gli interventi vennero completati, decisi di tornare al rifugio per riaprirlo e fare sapere che in zona c'era un luogo che tornava a vivere: risposi al bando per la gestione e fu così che cominciò la mia avventura qui, un'esperienza di gestione che dura da ben 27 anni". 

 

La rifugista fondò inizialmente una cooperativa con amici per gestire la struttura insieme ("tutti noi avevamo anche altri lavori a Roma") ma con il passare degli anni la donna si è ritrovata a prendere un'importante decisione: "Sono rimasta da sola e ho dovuto scegliere se abbandonare o restare. Ovviamente, ho scelto di restare qui, a mandare avanti il rifugio, dove ho avuto la fortuna di poter crescere i miei due figli, anche grazie al grande supporto datomi dal mio ex compagno". 

 

Quello del rifugista, ci racconta Eleonora, è un lavoro faticoso, totalizzante, ma fatto anche di grandi soddisfazioni: "Dico sempre che noi rifugisti facciamo un mestiere che ci permette di donare attimi di felicità. Ne sono profondamente convinta. Lavoriamo con persone che vengono da noi in vacanza, alla ricerca di esperienza autentiche: vederli felici di ciò che trovano è davvero appagante". 

 

Dall'altra parte, però, il contatto con le persone non è sempre semplice: "Abbiamo a che fare con escursionisti che arrivano qui stanchi, affamati o magari spaventati perché sono stati sorpresi da un temporale o si erano persi: dobbiamo essere capaci di empatizzare, oltre che di offrire agli avventori ciò di cui hanno bisogno, nei limiti del possibile. È bene sempre ricordare che un rifugio alpino non è un ristorante o un albergo". 

 

C'è chi si vuole asciugare i capelli e chiede il phon o chi ancora vorrebbe una bella birra fresca o il gelato: "Qui non si può fare la doccia, si dorme in camerate con gente che russa, si agita, ha caldo e ha freddo - spiega la rifugista -. L'acqua viene centellinata, non c’è il wi-fi, il menu è essenziale e le birre e l’acqua sono ghiacciate solo in inverno. Di richieste assurde ce ne fanno, ma in fondo noi non siamo qui anche per questo? Chi non conosce la montagna va istruito ed è fra i compiti del rifugista farlo. Il rifugio è anche questo: riempie i vuoti di inesperienza". 

 

Non tutti gli escursionisti capiscono però appieno come funziona la vita a oltre 2.000 metri di quota: "Alcuni fanno fatica o ci rimangono addirittura male ma purtroppo nelle strutture in quota funziona così - prosegue la 54enne -. Un tema che mi sta molto a cuore è quello della spazzatura, di cui parlo spesso per 'avvicinare' le persone alle difficoltà del rifugio: non a caso offriamo un caffè 'simbolico' a chi ci porta via un sacchetto di immondizia".

 

Il rifugio, come fa capire Saggioro, è un mondo complesso, fatto di momenti da assaporare, "scomodità", ma tanta bellezza: "Ci si lava con le salviette e si rinuncia al cellulare (c'è poco segnale in zona) ma in compenso si assaporano cime, tramonti, crostate, stelle, serate a giocare a carte con vecchi e nuovi amici, albe e tanto altro". A quota 2.100 la vita è sicuramente diversa rispetto a quella a valle, ma sta anche in ciò l'autenticità (e la diversità) dell'esperienza, "che tale merita di rimanere".

 

"A volte la fatica si fa sentire di più e i tanti problemi da risolvere pesano - ammette la gestrice del Sebastiani -. Non per questo ho mai pensato di mollare o ho avuto dubbi, anzi. Le difficoltà da affrontare non mancano e in testa a tutte da noi abbiamo quella della carenza d'acqua. Raccogliamo quella piovana, che non basta mai: per questo, ci facciamo portare delle cisterne dai camion per arrivare a fine stagione. Questo però significa centellinarne ogni goccia". 

 

Al Sebastiani, infatti, non è possibile fare la doccia e l'uso del bagno è consentito solo a chi pernotta in struttura: "Ovviamente se c'è un'urgenza o una persona anziana ha bisogno si fa uno strappo alla regola ma in generale siamo molto rigidi. Abbiamo addirittura attaccato dei cartelli a inizio sentiero invitando gli escursionisti a non tenersi la pipì e a farla nel bosco. Siamo disperati? Forse. Ma gestire un rifugio senz'acqua è tutt'altro che semplice. Per un escursionista che arriva qui in giornata il non poter andare in bagno o non fare ladoccia è sicuramente meno difficile che per noi che viviamo qui e per lavarci dobbiamo scendere in paese".  

 

E conclude, tirando le somme dei suoi quasi 30 anni a quota 2.100: "Un momento di felicità? La prima volta che mi sono trovata da sola qui, con una montagna di cose da fare e i carichi da sistemare, senza la minima idea di come sbrigare tutto, ma contenta per il mio nuovo inizio - conclude -. Oltre ai momenti di gioia non sono mancati alcuni di sconforto ma, nonostante le difficoltà, non cambierei nulla di questa vita". 

la rubrica
Storie dai rifugi

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere

SOSTIENICI CON
UNA DONAZIONE
Contenuto sponsorizzato
recenti
Attualità
| 28 aprile | 06:09
Da qualche giorno circola un video che mostra un'esercitazione per operazioni d'emergenza nella città di Hadano, in [...]
Attualità
| 27 aprile | 19:00
Quando le filiere corte si indeboliscono, quando i produttori perdono la possibilità di controllare direttamente il [...]
Ambiente
| 27 aprile | 18:00
"Una certa politica populista sembra offrire l'illusione di poter fermare il cambiamento. Che si tratti del lupo o [...]
Contenuto sponsorizzato