Possono le persone diventare parte del paesaggio, come alberi antichi? Una risposta nella storia di Mario Meneguz (Scudelìn), primo gestore del rifugio Bruno Bòz

"Personaggi come Mario sono i depositari di un sapere, di un mondo, che girava tutto attorno alla montagna". Teddy Soppelsa ha salvato la sua storia dall'oblio con il libro 'Le montagne di Mario'

Ci sono uomini che, senza clamore, diventano parte del paesaggio. Come alberi antichi. Mario Meneguz (Scudelìn) era uno di questi. Boscaiolo, malgaro, primo gestore del rifugio Bruno Bòz, a piedi del gruppo del Cimonega nelle Dolomiti Bellunesi.
Ci sono poi uomini che questi personaggi e queste storie non vogliono che siano dimenticati, e a loro dedicano tempo, ricerca e passione.
Teddy Soppelsa è uno di questi. Fondatore del magazine altitudini.it, da decenni scrive di montagne e di alpinismo, e la sua ultima fatica è Le montagne di Mario, pubblicato da Cierre edizioni, dedicato proprio a Mario Scudelìn.
Domenica 3 agosto il volume verrà presentato in Val Canzói in comune di Cesiomaggiore (BL), nella casa dove il protagonista della storia è sempre vissuto.
Abbiamo incontrato Teddy per farci raccontare in anteprima qualcosa sul suo ultimo libro, un omaggio a un personaggio che era un tutt’uno con le sue montagne.

Teddy, perché hai voluto scrivere Le montagne di Mario?
Questo libro è nato per ricordare Mario Meneguz detto Scudelìn, il primo gestore del rifugio Bruno Boz, per non dimenticare quello che ha rappresentato per la Val Canzoi e non solo. Lo spunto è arrivato da Daniele Castellaz che ha gestito il rifugio Boz ininterrottamente dall’82 al 2020, prendendolo il testimone proprio da Mario Scudelìn. Così ho deciso di raccogliere testimonianze di quelli che l’hanno conosciuto, per costruire non una biografia tradizionale, piuttosto una narrazione affettuosa.

In che modo Mario Scudelìn è legato a quel rifugio sotto il Sass de Mura, tanto caro ai feltrini?
Il rifugio nasce dai locali di malga Neva. L’idea iniziale era di costruire un bivacco dedicato al cacciatore Bruno Boz scomparso in una battuta di caccia lì vicino, un’idea nata dai suoi amici cacciatori e realizzata nel 1970. Già dai quei primissimi tempi Mario in qualche modo gestiva il bivacco nei fine settimana, nel senso che andava su e preparava qualcosa agli escursionisti che passavano di là.
Ma in breve il flusso di persone aumentò sempre di più grazie alla popolarità dell’Alta Via n°2, creata nel 1969 e che aveva tra i fondatori Sigi Lechner, una guida alpina bavarese, che la promosse in Germania. In questo modo all’inizio degli anni ‘70 iniziarono ad arrivare molti tedeschi. L’Alpinschule di Innsbruck organizzava almeno tre gite all’anno e in breve tempo ci si accorse che il bivacco non bastava più. Quindi nel ‘74, anche con contributo importante del Cai Feltre, fu inaugurato il rifugio e Mario ne divenne il gestore a tutti gli effetti.
Pochi anni dopo arrivò Daniele Castellaz.
Però quella gestione rimase nel cuore di tutti, dei frequentatori e degli alpinisti, perché Mario era una persona particolare.
Cioè?
Era molto generoso, molto premuroso, fortemente attaccato alla propria terra. Si capiva che parlavi con un montanaro autentico, una persona che aveva una conoscenza reale della cultura alpina, ma anche una capacità di proiettarsi verso il futuro.
Non aveva nessuna difficoltà ad interloquire con persone molto diverse, ha capito anzi come fosse fondamentale per promuovere quel luogo, che spesso era uno spazio molto più internazionale della piazza di Feltre o di Belluno.
Hai detto che fare il rifugista non era il suo lavoro. Cosa faceva per vivere Mario Scudelìn?
Mario ha sempre fatto il boscaiolo e il carrettiere. Ha sempre avuto con sé dei muli, che gli servivano per i lavori in montagna. Un po’ come i corrieri moderni, però capaci di andare su per i sentieri. L'ultima è stata la mula Gina, che tutti ricordano con molto affetto e commozione, perché lei e Mario vivevano quasi in simbiosi. Quando andavi a trovarlo nella sua grande casa a Canséch, poco prima del lago della Stua, in fondo alla Val Canzoi, era naturale passare anche a salutare la Gina nella stalla.
Era molto intelligente, come tutti i muli, ma lei lo era al punto che aveva imparato ad andare da Canséch al Boz da sola, oppure anche fino in Erera. Mario la caricava e lei andava su, fermandosi diligentemente dove le avevano insegnato, che fosse al rifugio o alla malga. La casa poi era all’inizio del sentiero del Passo Finestra che porta al Boz, e quindi Mario era come una sentinella della valle. Offriva un’ombra a chi era di passaggio, dava consigli, si preoccupava se non vedeva tornare le persone che vedeva partire la mattina.

La sua storia, come il libro, si intreccia inevitabilmente con quella delle sue (e tue) montagne.
Perché personaggi come Mario sono davvero i depositari di un sapere, di un mondo, che girava tutto attorno alla montagna. Nel libro si parla della Val Canzoi, dell’Alta Via 2, del Boz, che è rimasto ancora un rifugio autentico, come se l’anima di Mario sia ancora lì quasi intatta, con i gestori che non hanno voluto eccedere in ammodernamenti eccessivi.
Ma si intreccia anche con la storia del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi.
Nel settimo capitolo racconto un episodio in cui Mario con la mula Gina accompagna in Erera-Brendòl un gruppo di cacciatori, tra cui Gianni Guarnieri che era nientemeno che il proprietario della riserva di caccia di Brendòl. Questo perché fino agli anni ‘70 quello che oggi è un santuario della natura nel cuore del Parco, una delle praterie alpine più belle delle Dolomiti, era ancora un’aerea venatoria, divisa in due riserve private. Negli anni a seguire è stata acquistata dal demanio e poi nel 1990 è entrata a far parte del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi.
All’inizio hai detto che il libro è una narrazione affettuosa. Come l’hai strutturata?
Ho messo insieme una decina di interviste a persone che hanno conosciuto Mario, dalle quali viene fuori una sensazione di “felice nostalgia”, come ho scritto nella prefazione.
Quasi un ossimoro, un ricordo che ti rende felice e quasi ti dispiace di non aver potuto vivere la sua vita.
Il passo della mula paragonato al passo che abbiamo noi, un girarsi indietro, e valutare quante cose abbiamo perso in questo mondo. Un mondo che spesso non ci piace, vorremmo cambiarlo, ritrovare quel ritmo e quel passo.
Come quel modo così ospitale di vivere la casa, sempre con gente che andava avanti e indietro a trovarlo, che fossero i parenti o gli escursionisti.
Lo raccontano le nipoti, quel trasferirsi in montagna dove passare le settimane in estate, dove ritrovavi una libertà che non era possibile altrove, andare in montagna sul dorso della Gina, fare il bagno nelle fontane e nei torrenti.
Un racconto corale che diventa un unico tributo a Mario, che ha vissuto a passo di mula.


Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere















