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Sport | 31 maggio 2025 | 22:26

"Volevo provare a chiudere il capitolo", dice Simon Philip Yates con gli occhi gonfi di lacrime. Ha vinto un Giro d’Italia che per lui è stato il romanzo della vita

Il Giro di Simon Yates è cominciato il 25 maggio del 2018, quando, in maglia rosa, crollò sotto i colpi di Chris Froome e della spietatezza del Colle. Arrivò a Bardonecchia con quaranta minuti di ritardo. Perse crudelmente il Giro, una corsa con la quale da quel giorno ha sviluppato una relazione complicata, una sorta di sindrome di Stoccolma: più il Giro lo bastonava, più lui lo desiderava

«Volevo provare a chiudere il capitolo», dice Simon Philip Yates con gli occhi gonfi di lacrime e la voce tremolante, addosso una maglia rosa a cui non crede neanche lui più di tanto. La parola scelta è capitolo, non cerchio: sembra essere consapevole che l’impresa che ha appena portato a termine ha a che fare molto più con la letteratura che con la geometria. Simon Yates ha vinto un Giro d’Italia che per lui è stato il romanzo della vita, un’epopea a puntate cominciata ben prima del 9 maggio. È cominciata l’11 gennaio scorso, nel momento in cui ha appreso che l’edizione 2025 della Corsa rosa si sarebbe decisa lì, sul Colle delle Finestre, il mostro che da sette anni considera «la salita che ha definito la mia carriera».

 

Perché il Giro di Simon Yates è cominciato prima anche dell’11 gennaio di quest’anno, in realtà: è cominciato il 25 maggio del 2018, quando, in maglia rosa, crollò sotto i colpi di Chris Froome e della spietatezza del Colle. Arrivò a Bardonecchia con quaranta minuti di ritardo. Perse crudelmente il Giro, una corsa con la quale da quel giorno ha sviluppato una relazione complicata, una sorta di sindrome di Stoccolma: più il Giro lo bastonava, più lui lo desiderava. Nel 2020, al termine della prima settimana, si ritirò per Covid; nel 2022, dopo il terzo posto dell’anno precedente, cadde e abbandonò di nuovo. Poi, quattro mesi e mezzo or sono, la notizia: il Colle del Finestre sul percorso del Giro d'Italia. Dopo sette anni. Dopo quella volta

 

È inverno. Simon Yates ha trentadue anni ormai, è passato a una squadra interessata a servirsene soprattutto al Tour de France come super gregario del suo super campione, Vingegaard. Prima però c’è un altro Giro d’Italia, questo Giro d’Italia. Simon Yates prende il via dall’Albania nella seconda o più probabilmente terza fascia di favoriti. In pochi lo considerano un credibile avversario di Roglič e Ayuso. Lui se ne sta nascosto per due settimane, del capitano della Visma non si parla mai. Poi, più per le defaillances degli avversari che per grandi iniziative personali, scala posizioni su posizioni in classifica. Nella terza settimana di corsa pedala sempre tra i migliori anche se non sembra brillante per davvero, non è mai lo scalatore vivace e generoso a cui aveva abituato il pubblico del Giro. Che fosse un uomo in attesa del suo momento, lo si poteva intuire; ma che Dantès fosse sul punto di trasformarsi in Montecristo, lo sapeva solo lui.

 

Il primo atto della vendetta di Simon Yates è andato in scena pochi minuti prima delle tre di oggi pomeriggio, quando, a 15 chilometri dalla vetta del Finestre, il britannico ha prima raggiunto Carapaz e Del Toro e poi, grazie a una batteria di quattro attacchi ravvicinati, se ne è sbarazzato. Era stato Carapaz, e chi se no, a spargere cherosene sulla salita simbolo di questo Giro, aggredendola sin dalle primissime rampe con un violento, sconsiderato e stordente attacco di squadra:

Carapaz era persuaso che per vincere il Giro dovesse staccare quanto prima la maglia rosa. Nella prima parte dell’ascesa al Colle ha provato a farlo un numero imprecisato di volte, invano. Del Toro non aveva occhi che per lui, e rispondeva a ogni sua stilettata, esibendo un desiderio quasi morboso di rimanere accanto all’ecuadoriano. Erano i prodromi di una marcatura asfissiante che sarebbe presto evoluta in un confronto psicologico deleterio per entrambi. Uno più orgoglioso dell’altro, Del Toro e Carapaz si negavano l’un l’altro il supporto anche quando il vantaggio di Yates, visibilmente più sciolto ed efficace, cominciava ad assumere dimensioni preoccupanti per entrambi. La maglia rosa tardava ad accorgersi che il capitano della Visma era pericoloso più dei grandi squali bianchi che infestano le acque al largo di Ensenada, la sua città natale.

 

Era esaltante a vedersi Yates, mentre scaricava sui pedali tutta la determinazione dell’uomo in missione, nel giorno più importante della sua carriera, stabilendo il record di scalata della montagna che sette anni fa l'aveva annichilito; ed era commovente il Colle delle Finestre, aperto come sempre, festoso come mai. A un certo punto, nel tratto in sterrato, più che i suoi direttori sportivi era un giovane tifoso di Del Toro a esigere dal suo idolo un supplemento di combattività:

A questo punto la vetta era vicina; il Giro d'Italia 2025, stravolto, stava per scollinare. Sono le quattro meno venti quando, lungo i primi tornanti in discesa dal Colle delle Finestre, Simon Yates ha una visione, la più rassicurante delle visioni in una circostanza di gara simile. Mancano poco più di venti chilometri all'arrivo, il vantaggio su Del Toro e Carapaz è consistente ma non del tutto rassicurante (1 minuto e 40): in questo momento, Yates ritrova per strada Wout van Aert. Non poteva sperare in un supporto migliore, per completare il capolavoro. Non esistono tre parole più celestiali di "ritrovare Van Aert" in questo sport, forse nella vita. Van Aert è uno alle cui ruote ci si sentirebbe sicuri ad attraversare l'inferno, figurarsi pedalare nella sua scia lungo il docile fondovalle tra il Colle delle Finestre e il Sestriere.

 

«Uno dei migliori compagni di squadra al mondo, oltre che un grandissimo campione», l'avrebbe descritto Simon Yates nel dopogara, sintetizzando la doppia natura di questo corridore gigantesco, il cui cruciale contributo dato oggi alla causa di Yates ha avuto, tra gli altri, il merito di riportare alla memoria l'altruismo di Michele Scarponi nella diciannovesima tappa del Giro 2016, non lontano dai teatri di oggi pomeriggio, nell'indimenticabile giorno del Colle dell'Agnello.

La Visma aveva inserito Van Aert nella fuga di giornata nell'eventualità che a un certo punto tornasse utile: una mossa tentata con lui e con altre pedine gialle in tutte le tappe di montagna di questo Giro, ma mai fruttuosa fino a oggi. Forse per questo l'avevano sottovalutata, con gran colpa, sia la squadra di Carapaz che quella di Del Toro - soprattutto quella di Del Toro, la UAE, la squadra più forte del mondo. Nessuno dei compagni della maglia rosa faceva parte della fuga; Del Toro non avrebbe recuperato nessun compagno per strada, anzi sarebbero stati Majka, McNulty e Adam Yates a recuperare il proprio capitano quando però il dado era ormai tratto. Sbaragliato nella tattica e nel morale, il giovane messicano aveva infatti gettato la spugna, limitandosi a difendere non più la maglia rosa ma il secondo posto dietro il fratello gemello di uno dei suoi gregari. Imparerà, Del Toro, tempo ne ha da vendere.

 

Sentiva di non averne più troppo Simon Yates, il cui vantaggio nel finale si dilatava oltremisura. È arrivato a Sestriere con oltre cinque minuti di vantaggio sul gruppetto maglia rosa, poco dopo le quattro, quando il sole aveva lasciato spazio a una pioggerellina più consona alla Greater Manchester che alla Baja California. Ha tagliato il traguardo emozionato, sorridente, alleggerito. Ha ottenuto la sua vendetta, lo speciale genere di rivalsa indirizzata contro avversari che non vanno in bicicletta ma non per questo sono meno subdoli: il proprio passato, i propri diavoli, il proprio destino. «Non sto certo diventando più giovane, questo è il picco della mia carriera», ha detto dopo il traguardo, realizzando che nella sua traiettoria di ciclista nulla potrà succedere di più grande e di più bello di così.

 

Ed è davvero stato un giorno grande e bello, il penultimo di questo Giro d'Italia. Un giorno in cui il ciclismo ci ha ricordato una volta di più che ci fa piangere e ammattire perché è sceneggiato dai più brillanti romanzieri del pianeta. Perché nelle nostre vite la maggior parte dei capitoli a cui vorremmo trovare una degna conclusione rimangono sospesi, troppi nodi irrisolti. Invece nelle ineffabili trame del ciclismo anche quando sembra irrealistico è possibile immaginarsi un altro Giro, inventarsi un altro Colle delle Finestre. Decidere l'ultima parola da aggiungere, anzi due: The End.

L'ALTRO PERSONAGGIO DEL GIORNO

C'è un pizzico di ironia nell'ottenere la vittoria più importante della propria carriera in un giorno che entrerà nella storia del Giro soprattutto a causa di quanto avvenuto alle tue spalle. Chris Harper della Jayco Alula però non se ne rammaricherà troppo. Australiano di trent'anni, è stato il dominatore della corposa fuga partita al mattino, quella in cui c'erano tra gli altri Wout van Aert e l'ottimo Alessandro Verre dell'Arkea, che ha chiuso la tappa al secondo posto.

 

In passato, Harper è stato anche gregario di Simon Yates, così che il trionfo dell'inglese anziché dimezzare la sua gioia l'ha raddoppiata: «Sono felicissimo per la sua maglia rosa... quasi quanto per la mia vittoria.»

IL POST DEL GIORNO

Che rumore fa la redenzione? Grosso modo questo:

LE FRASI DEL GIORNO

«Non dimentichiamoci di Giulio Ciccone, che manca a questa corsa e manca anche a se stesso.»

Stefano Garzelli, Raisport, mancando di qualcosa

 

«Sono contento anche senza guardare la classifica, perché sono tornato a giocare sulla bici».

Egan Bernal, Ineos Grenadiers, facendoci come sempre rallegrare della sua presenza in una corsa di biciclette e in questo mondo

LA POSTA DEL GIORNO

Questa rubrica ospita le missive che ci arrivano da amici, collaboratori e lettori presenti di persona - beati loro - sulle strade del Giro. Ad ascoltarne i suoni, interpretarne i colori, gli odori. È uno spazio aperto a tutte e tutti, basta inviare via mail una foto, un testo scritto, un video o un vocale all'indirizzo ciclismoliquido@gmail.com. Questo contributo ci è stato inviato da Giorgia Furfaro:

 

Sono tantissimi anni che seguo il Giro d’Italia, la prima volta lo ho visto con mio nonno ed era circa il ‘92 o il ‘93. Ho visto alcune partenze e arrivi, diverse tappe in salita, tra cui la mitica Oropa di Pantani, ma mai ero mai riuscita ad afferrare il leggendario e misterioso Santo Graal dei tifosi. Oggi dopo trent’anni ecco finalmente le tre “coppe” magiche di cui il Dio del ciclismo ha deciso di farmi dono sul Colle del Lys: quella rosa della EF gettata direttamente da Carapaz, quella della Polti con scritto sopra “Piga” a pennarello e una gialla, lanciata da un non identificato corridore della Visma. Grazie, avete reso le me
bambina e la me adulta molto, molto felice!

LA CANZONE DEL GIORNO

a cura di Filippo Cauz

 

Hyperbolicsyllabicsesquedalymistic si potrebbe tradurre con una versione mistica di "supercalifragilistichespiralodoso". E come altro si potrebbe definire l'impresa odierna di Simon Yates, un corridore per il quale oggi, dopo un simile capolavoro, persino i superlativi sarebbero insufficienti.

 

Quindi basta così, basta parole, lasciamo spazio alla danza e alla commozione, all'armonia di un pomeriggio che riconcilia con un ciclismo con cui non si sentiva nemmeno la necessità di riconciliarci, tanto sa dispensare puntualmente piacere. Un viaggio magnifico e travolgente che non vorrei finisse mai.

LE CLASSIFICHE

Ricapitoliamo, adesso. Simon Yates ha ribaltato il Giro d'Italia, salendo dal 3° al 1° posto alla vigilia della passerella romana. Ha accumulato in un solo pomeriggio la bellezza di 3 minuti e 56 su Del Toro, secondo, e 4 minuti e 43 su Carapaz, terzo. Pochi movimenti, per il resto, in classifica generale: rimane quarto un coriaceo Gee, dopo un pomeriggio da yo-yo davanti e dietro la coppia Del Toro-Carapaz. Pellizzari scalza Bernal al 6° posto, McNulty supera Storer al 9°.

 

Domani il Giro si concluderà a Roma, quasi certamente in volata. Le volate finale di un grande giro sono da tradizione atipiche, dunque non è peregrino immaginarsi la vittoria di un velocista atipico. Ne menzioniamo uno solo, un nome che abbiamo citato innumerevoli in queste tre settimane ma che continueremmo volentieri a citare per il resto dell'anno e anche oltre: Mads Pedersen.

Ma prepariamoci a quel che sarà tra meno di ventiquattr'ore nel modo migliore possibile, ovvero consultando gli esperti dell'AltraMontagna e di FSC Italia, che ci raccontano qualcosa in più sui monti e sugli alberi che vedremo o immagineremo lungo il percorso dell'ultima frazione del Giro.

LA MONTAGNA DEL GIORNO DOPO

a cura di Luigi Torreggiani

 

Le grandi montagne sono finite e l'ultima tappa di questo appassionante Giro d'Italia ci riporta in una città, e che città: Roma. Che montagna raccontare nella capitale dei sette colli? Non una montagna vera e propria, ma un ambiente naturale (costiero, di pianura) che tuttavia ci ricorda i grandi spazi verdi attraversati dalla corsa su Alpi e Appennini. Non solo la loro bellezza, ma anche le loro difficoltà. 

 

Si tratta di una delle tre residenze ufficiali del Presidente della Repubblica: la tenuta di Castel Porziano, che ospita quasi 5.000 ettari di bosco che variano da ambienti a macchia mediterranea a leccete, da sugherete a pinete artificiali di pino domestico.

 

Proprio queste pinete sono oggi in grande difficoltà, a causa di un insetto alloctono chiamato "cocciniglia tartaruga" che sta disseccando decine e decine di ettari di pineta. Vedendo le chiome secche dei pini romani viene immediatamente da pensare agli abeti rossi disseccati dal bostrico sulle Alpi, in un parallelismo che non può che farci pensare alla necessità di cura per questi ambienti che sono naturali, sì, ma anche profondamente legati nostra specie. Cura significa gestione responsabile, monitoraggio, ricerca e sperimentazione. Cura significa anche comprendere il valore di questi ambienti - talvolta vicini, altre volte lontanissimi dalle città - per la vita di tutti noi. 

 

E quindi concludiamo questa "rubrica nella rubrica" ringraziando chi si è preso così tanta cura del racconto del Giro d'Italia su L'AltraMontagna, donandoci per tre settimane emozioni, storie e sorrisi: Leonardo Piccione in primis, con tutto il fantastico gruppo di Bidon Magazine. Ma anche Fsc Italia, che ci ha permesso di realizzare questa avventura raccontandoci inoltre, giorno dopo giorno, anche di alberi e boschi.

 

Grazie! E se il ciclismo, come crediamo, "è montagna"... al prossimo "altro" Giro!

LE FORESTE DEL GIORNO DOPO

a cura di FSC Italia 

 

Eccoci giunti al termine di questa bellissima esperienza, in cui non possiamo che ringraziare L’AltraMontagna e Bidon Magazine per aver creduto in questo format un po’ laterale di racconto delle tappe del Giro d’Italia 2025. A noi è piaciuto tantissimo, e speriamo anche a voi che ci leggete.

 

La chiusura della competizione è un anellone di 143 km tra EUR, Lido di Ostia e Fori imperiali, e noi ci abbandoniamo alla forte voglia di snocciolare qualche fatto sulla relazione tra antichi romani e boschi.

 

Innanzitutto la toponomastica: dei 7 colli che compongono il nucleo storico della Città eterna, almeno 4 portavano nell’antichità nomi legati al mondo forestale: ad esempio il monte Celio era chiamato Querquetulanus per l’alta presenza di querce; l’Oppio era conosciuto come Fagutalis per via dei faggi; il Viminale prende il nome dai giunchi (vimina); l’Aventino era toccato dalle strade Lauretum Maius e Lauretum Minus, che testimoniavano la presenza di molte piante di alloro che qui vi crescevano.

 

I romani attribuivano poi una sacralità particolare ad alcune aree boschive, conosciute come lucus (da non confondere con le più comuni silvae): questi luoghi erano considerati dimora di divinità e per questo temuti e protetti attraverso leggi severe. Una di queste, la Lex spoletina o Lex luci spoletina, risale alla fine del III secolo a.C. e regolamenta l'uso dei boschi considerati sacri, imponendo restrizioni su attività come il pascolo e la raccolta di legna e punendo con sacrifici o multe chiunque trasgredisse alle disposizioni.

 

la rubrica
Un altro Giro

A partire dal 9 maggio e per ogni tappa del Giro d'Italia 2025, Leonardo Piccione del magazine Bidon coordina un resoconto serale su L'AltraMontagna, per ricapitolare quanto accaduto nella Corsa rosa, ma anche le storie e dei territori che ruotano attorno ad essa. La redazione de L'AltraMontagna contribuirà quotidianamente con aneddoti e curiosità sui rilievi attraversati dal Giro, anche laddove la montagna (solo apparentemente) non esiste. Il tutto è possibile grazie a FSC Italia, che ci racconterà le foreste certificate in giro per la penisola: modelli di sostenibilità e mete da visitare. Dal 9 maggio al 1 giugno brindiamo ogni sera al ciclismo e alla montagna con... Un altro Giro!

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