Contenuto sponsorizzato
Cultura

Ogni relazione lascia un segno

Tanti strani segni, incontrati durante una camminata in una bella pineta friulana, mi hanno fatto riflettere su quanto la "lettura del bosco" spesso si fermi in superficie, generando molte incomprensioni. In foreste che in molti definiscono "naturali" o "incontaminate" è in realtà spesso facile trovarsi di fronte ad indizi che fanno riflettere sull'antichissima relazione tra la nostra specie e gli alberi del bosco

Di Luigi Torreggiani 10 febbraio | 12:00

Alcuni mesi fa ho tenuto una piccola lezione, o meglio, una chiacchierata, dove ho raccontato come riconoscere, in foreste che in tanti definirebbero "naturali" o "incontaminate", i segni dell'antichissima relazione tra la nostra specie e gli alberi del bosco. Il mio obiettivo, dichiarato fin dall’inizio di quella serata, era di portare un pizzico di complessità nella lettura del paesaggio forestale, che troppo spesso oggi si ferma in superficie, generando tante incomprensioni. 

 

Durante un’escursione, o un avvicinamento in parete, avete mai provato a "leggere" davvero il bosco e il paesaggio che stavate attraversando? Oltre al saper riconoscere, seppur vagamente, in che tipo di bosco stavate camminando (una faggeta, una pineta, una lecceta), avete mai notato quanti "indizi" si possono trovare tra gli alberi?

Forme, segni e oggetti che in una foresta vergine non esisterebbero.

Forme, segni e oggetti che raccontano, ciascuno, una diversa storia

 

Quella sera ho mostrato, ad esempio, le forme date alla foresta, nel tempo, dalla selvicoltura: la forma del ceduo e quella della fustaia; il bosco coetaneo e quello disetaneo; le file regolari di alberi ancora riconoscibili in un vecchio rimboschimento; un taglio a buche di qualche anno prima ora ingombro delle piantine nate a seguito del piccolo abbattimento, appena la luce ha iniziato a filtrare verso il suolo. 

 

Ho poi mostrato tonde radure che altro non erano che vecchie aie carbonili e pezzetti di carbone che ancora si trovano, scavando appena in quelle piazzole, sotto lo strato di humus. Ho mostrato un muretto a secco di un campo ottocentesco ora inglobato dalle radici degli alberi che l'hanno riconquistato; poi secolari cippi di confine ormai quasi sepolti nella terra; ancora, antiche canalizzazioni in pietra per il trasporto del legname (chiamate rìsine) e cavi arrugginiti avvinghiati agli alberi, quasi del tutto inglobati dalla crescita degli stessi: ancoraggi di "fili a sbalzo" un tempo utilizzati per l'esbosco del legname.

 

Infine ho mostrato anche strani alberi.

Contorti "mostri vegetali" che altro non erano che castagni da frutto prima innestati, potati, curati come piante da giardino e poi lasciati al totale abbandono.

Monumentali "faggi a candelabro" di quella stranissima forma perché capitozzati di continuo, in un lontano passato, per fare fascine.

E poi un'immagine che ha stupito molto i miei interlocutori: i segni lasciati dalla pratica della resinazione.

 

 

Mi è capitato di recente di trovare i segni della resinazione in Friuli, camminando nel bellissimo sentiero che sale verso i paesi semi abbandonati di Moggessa di Qua e Moggessa di Là, in una valletta laterale del Canal del Ferro.

In un’affascinante pineta naturale di pino nero abbarbicata alle rocce mi sono ritrovato di fronte a decine e decine di strane incisioni a doppia spina di pesce, che sembrano raffigurare delle piume d’uccello. Sono in realtà i segni lasciati dalla scortecciatura e poi dai tagli che servivano per stimolare la resinazione dei pini. Incisioni oblique e convergenti in un canale centrale per raccogliere al meglio, in particolari contenitori che venivano posti alla base del fusto, la resina prodotta dagli alberi. Un prodotto venduto per svariati utilizzi che ancora oggi, in alcune pinete d'Europa, ad esempio del Portogallo, è estratto esattamente così. 

 

Quasi tutti gli alberi di quella pineta friulana avranno sicuramente ben più di un secolo di vita. In quei boschi i resinatori - mestiere ormai quasi estinto in Italia - non ci sono più. Ma i pini sì, la loro vita prosegue con addosso il "tatuaggio" lasciato dalla nostra specie. Il segno di una relazione, di un pezzo di strada percorso assieme, esseri umani e alberi.

 

Capisco bene il fascino del selvaggio, dell'incontaminato, ma personalmente provo ancora più attrazione da certi luoghi, come quella pineta incontrata per caso. Li ritengo preziosi proprio perché "contaminati": pieni di segni, di storia, di indizi di un'antica relazione.

 

Ogni relazione lascia un segno. Sta a noi saperli riconoscere, elaborarli, riempirli di significato, non lasciarli cadere nell'indifferenza e nell'oblio. Perché non tanto della resina, ma di quel legame profondo, vivo, materiale, abbiamo ancora oggi un estremo bisogno. 

 

 

l'autore
Luigi Torreggiani

Luigi Torreggiani è giornalista e dottore forestale. Collabora con la rivista “Sherwood - Foreste ed Alberi Oggi” e cura per Compagnia delle Foreste la comunicazione di progetti dedicati alla Gestione Forestale Sostenibile e alla conservazione della biodiversità forestale. Realizza e conduce podcast, video e documentari sui temi forestali. Ha pubblicato “Il mio bosco è di tutti”, un romanzo per ragazzi, e altre storie forestali illustrate per bambini.

SOSTIENICI CON
UNA DONAZIONE
recenti
Cultura
| 03 marzo | 06:00
Nelle terre alte lo sguardo delle donne porta lontano. Lo ha intuito, in alta Valle Maira in Piemonte, il Coordinamento Donne di Montagna. In vent'anni di attività ha raggiunto la Bolivia dall’altra parte del mondo, per poi tornare a casa, nelle Valli che si affacciano sul Monviso. Oggi punta a valorizzare le attività e le piccole aziende a conduzione femminile, a creare una rete di amministratrici dei Comuni delle aree interne, ma soprattutto a rendere la montagna un luogo animato da nuove comunità e da uno sviluppo sostenibile
Ambiente
| 02 marzo | 19:00
Il modulo esperienziale - a numero chiuso - si propone di far sperimentare uno spaccato di vita in alpeggio, confrontarsi con esperienze sul campo, tra mandrie e degustazioni organolettiche del "latte che prende forma"
Ambiente
| 02 marzo | 18:00
Un team di ricercatori di Ginevra evidenzia, per la prima volta, la correlazione tra l'aumento delle frane e l'aumento delle temperature in un sito nelle Alpi svizzere
Contenuto sponsorizzato