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Cultura | 06 settembre 2025 | 18:00

La capacità di difendere la sua arte, i suoi interessi economici e il suo legname forse gli allungò la vita: tra i boschi e le opere di Tiziano

I boschi: un universo in quota mai dimenticato, guardato da lontano persino dalle finestre dalla sua casa veneziana. Tiziano Vecellio: sommo artista e grande imprenditore

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Prima parte

di Silvio Lacasella

 

Oggi all’interno del motore organizzativo di ogni importante mostra viene idealmente collocato un sensore capace di valutare in anticipo l’appeal socio/mediatico dell’artista preso in considerazione, a prescindere dalla qualità delle opere o dalla genialità del suo talento. Un tipo di preselezione che fa convergere le scelte su coloro che, pur non avendolo cercato, possono vantare un percorso biografico dalla trama avvincente. Così facendo, con qualche lodevole eccezione, i nomi proposti al pubblico pagante si ripetono sempre uguali, con impressionante frequenza.

 

Fatta questa premessa, sappiamo bene come l’incanto emotivo di un’esposizione possa rafforzarsi grazie ad alcuni fattori “esterni”, quali, il contesto geografico, l’allestimento e la sede in cui essa è ospitata. Tra i molti esempi che si potrebbero fare, la mostra del 2007 dedicata a Tiziano – accompagnata da un titolo fortemente evocativo, Tiziano. L’ultimo atto è rimasta sigillata nella memoria anche grazie alla sua collocazione.


La copertina del catalogo della mostra Tiziano. L’ultimo atto

Essa fu realizzata per avvicinare i quadri della tarda maturità del grande artista cadorino ai suoi amati monti e al paese che gli diede i natali, da cui si staccò poco più che fanciullo, ma dove ebbe più volte occasione di tornare nei periodi estivi.

 

Oltre che per tonificare la sua già ricca tavolozza, vi tornava per trovare un po’ di refrigerio lontano dal torrido clima veneziano. Quei soggiorni, inoltre, gli permettevano di seguire da vicino i suoi interessi, avendo egli avviato proprio “dalle parti di casa”, una redditizia attività legata alle segherie e al successivo trasporto del legname verso la laguna.

 

La mostra andava a indagare uno tra i capitoli più stupefacenti della storia dell’arte, suddivisa tra le stanze del Palazzo Crepadona di Belluno e il Palazzo della Magnifica Comunità a Pieve di Cadore dove, tra lettere autografe e documenti d’archivio, Lionello Puppi, curatore di entrambe le rassegne, aveva pensato di inserire un dipinto poco conosciuto e non propriamente “dell’ultimo atto”, Ritratto di donna davanti a paesaggio con arcobaleno. In quella circostanza le opere, come detto, beneficiarono di un’incantevole cornice naturale in grado di amplificare le emozioni create da Tiziano nella fase finale di una ricerca espressiva dagli esiti, oltre che rivoluzionari, di impressionante modernità.

 

In pratica, anziché subirla, egli sfruttò la sua vecchiaia. Ed è proprio in quei momenti che Tiziano sente l’esigenza di eliminare il superfluo, sollevando la pellicola esterna di ciò che vediamo. Inevitabilmente, la forma, ora irruvidita, inizia a sfaldarsi, svincolata dall’obbligatorietà del dettaglio.

 

Del racconto rimane la verità interiore, l’essenza, velata dalla più intimorente delle ombre. In quei momenti, con la vista che progressivamente si indebolisce, entra in ciò che solo lui vede, così come probabilmente accadde a Michelangelo con la Pietà Rondanini. Per non dire di Beethoven, al quale la sordità non tolse le note, invitandolo a percepire in se stesso ciò che più non sentiva.

 

Un albero solitario, ancora resistente nelle radici, potato dalle intemperie, con il muschio presente alla base del tronco, aggrappato al suo spirito di sopravvivenza: questo è Tiziano nel suo ultimo, non breve, “atto”, durato all’incirca un quarto di secolo. Solo la peste riuscì a bloccarlo, il 27 agosto 1576, oltrepassati gli ottantacinque anni (essendo incerta la data della nascita, generalmente indicata tra il 1488 e il 1490).

Morì a Venezia, lontano dalle sue valli, tenendo però nel pensiero gli scorci di un paesaggio che mai aveva cessato di amare, inserendolo, appena possibile, nei dipinti. Nelle giornate serene lo cercherà con gli occhi persino dalle finestre della sua casa veneziana.

 

Molto è stato indagato sul rapporto tra Tiziano e la sua affiatatissima bottega: in tanti quadri la partecipazione dei collaboratori è percepibile, talvolta percepibilissima (“la bottega era l’inscindibile ‘appendice’ del Maestro”, ha scritto Enrico Maria Dal Pozzolo).

 

Si avvicina di molto al vero ipotizzare che la vita del grande pittore si sia allungata anche grazie alla sua capacità di difendere, assieme alla sua arte, i suoi territori, i suoi interessi economici, i suoi commerci e, non ultimo, il suo legname.

 

Seconda parte

di Luca Trevisan

 

Giunto assai giovane a Venezia, una delle grandi capitali dell’arte ai primi del Cinquecento, con le narici ancora piene degli odori di muschio e resina del suo amato Cadore, Tiziano seppe dimostrare fin da subito la sua versatile inclinazione alla pittura. Subì il fascino di Giorgione, che lo volle al suo fianco, e da lui e da un confronto con le opere di Bellini apprese i segreti del tonalismo veneziano. Ma la fortuna di Tiziano risiede nella sua ininterrotta capacità di rinnovarsi, nell’instancabile fiducia nel futuro, nella sua insopprimibile voglia di guardare al domani con gli occhi di chi vuole raccontare sempre qualcosa di nuovo. Uno sperimentatore, un apripista. Questo fu Tiziano.

 

E così, qualche anno più tardi, fu lui a portare a Venezia le novità dell’energica pittura michelangiolesca o la soavità di tanti volti e gesti raffaelleschi, appresi in centro Italia. E fu sempre lui a spingersi verso esiti sino ad allora impensabili nell’ultima stagione della sua vita. E forse la più vigorosa e finanche eversiva rivoluzione di linguaggio fu proprio questa.

 

In quell’ultimo atto – per riprendere il titolo della mostra bellunese curata da Lionello Puppi alla quale ebbi il piacere di collaborare (2007) – avvenne ciò che nessuno si sarebbe aspettato, né sarebbe mai stato in grado nemmeno di prefigurarsi.

 

Tiziano cambia del tutto il modo di dipingere. La pennellata si fa sfrangiata, i tocchi di colore rapidi e pastosi, stesi sulla tela anche con le dita. Per impossessarsi visivamente dei dipinti, l’osservatore deve allora indietreggiare, porsi a giusta distanza, perché la pittura deve farsi sintesi e le pennellate devono trovare equilibrio e fusione nella retina dell’occhio, anticipando una procedura di assimilazione dell’opera pittorica che sarà, ben più tardi nella storia, propria degli impressionisti. Una tela come il Supplizio di Marsia, autentico capolavoro della fase finale di Tiziano, rappresenta forse l’esempio supremo e più noto della stupefacente, estrema modernità che caratterizza il pittore cadorino nei suoi ultimi anni di vita.


Il Supplizio (o la punizione) di Marsia

La bottega dove lavorava era a Venezia, ma il cuore rimase perennemente in Cadore e nelle giornate di cielo terso, quando l’umidità della laguna si dissolve e apre la vista ad orizzonti più lontani, è ai monti, ai suoi monti, che correvano gli occhi ormai affaticati del vecchio Tiziano. Lì, dopotutto, c’erano i suoi boschi, ai quali rimase legato non solo per ragioni affettive o per una forma di nostalgia verso lontani ricordi, ma anche per questioni più schiettamente economiche che avevano a che fare con attività imprenditoriali di famiglia. Di cosa si tratta? Per osservare da vicino la faccenda occorre considerare la dichiarazione dei redditi che l’artista presentava ai Dieci savi sopra le decime il 28 giugno 1566.

 

“Dinoto a Vostre Clarissime Signorie la pocha intrada che mi atruovo”, egli dichiarava alla Repubblica Serenissima, nel tentativo di impalcare nel documento prodotto – autentico capolavoro di evasione fiscale – uno status economico che invero non gli apparteneva affatto, avente l’ambizione di disorientare, con sottili strategie e calcolata astuzia, le autorità veneziane. Egli dichiarava quindi di risiedere in affitto nella contra’ di San Canzian, in casa di madonna Bianca Polani, alla quale pagava ducati 62 annui, più altri 32 per “due mezadi” al pianterreno “aciò non venga soto casa mia meretrice”.

 

Quanto alle proprietà, egli presentò un elenco modesto di campi a Serravalle, dichiarò un campo con una “caseta” nei pressi di Conegliano e una casa nel suo Cadore “in laqual habitava il quondam mio fratello messer Francesco Vecellio, delaqual – egli si affrettava a precisare – non cavo utilità alcuna”. Ma poco lontano, “in loco dito Ansogne” presso Pieve, denunciava la proprietà di “doi sieg[h]e” piccole, tuttavia affittate.

 

L’informazione non è di poco conto. Benché Tiziano cercasse in tutti i modi di sminuire il proprio patrimonio, essa solleva il sospetto del tutto plausibile che, morto il fratello Francesco che era stato il titolare di una delle più affermate ed importanti segherie del Cadorino, ora fosse proprio Tiziano a cedere in affitto a terzi le segherie di famiglia e a ricavarne in tal modo un utile di non poco conto.

 

L’affitto, di cui non si conosce la consistenza, non doveva essere affatto poca cosa e doveva, semmai, risultare del tutto in linea con le rendite derivanti all’impresa dalle attività di taglio, esbosco e di conseguente vendita del legname proveniente dai boschi del Cadore, tra i più rinomati nel circuito delle montagne della Repubblica di Venezia. Tant’è vero che si sospetta che anche lo stesso Tiziano fosse direttamente implicato nel traffico dei legnami, come suggerisce Puppi (2004), così da ipotizzare con buon fondamento che fosse lui stesso il vero titolare del magazzino alle Zattere: deposito che due illustri studiosi di Tiziano di fine Ottocento (Cavalcaselle e Crowe, 1877-1878) mettono per l’appunto in diretta relazione con l’artista.

 

Quando ad un certo punto, nonostante la dichiarazione dei redditi che dipingeva una condizione economica modesta, a Tiziano verrà soppressa un’esenzione fiscale (la cosiddetta “senseria”) riconosciutagli anni prima per il rilievo assunto nella professione di pittore, egli, benché anziano, non avrà timore di rivolgersi con una lettera ai Dieci savi alle decime. È il 1° dicembre 1573 e l’artista si lamenta del fatto che la tassazione applicatagli è “ingorda et eccessiva”. E prosegue, non senza una certa arguzia: “posso dire di essere senza essercitio alcuno, perché li anni miei non mi conciedono più di poter operare, come ho fatto, sì che se ben mi resta il nome di pittore posso dire di non haver guadagnato ne industria alcuna, del che ne è certa prova il vedere quanti anni sono che Vostra Serenità non si serve più di me”. Egli non afferma il falso, le commissioni di Stato risalivano ad alcuni anni addietro. Ma si guarda bene dal dire che da diversi anni ormai egli dipingeva per Filippo II di Spagna, dopo aver lavorato a lungo anche per conto di suo padre, l’imperatore Carlo V, più volte ritratto stante o a cavallo.

 

Ecco allora i boschi di Tiziano. Un universo in quota guardato da lontano, dalla laguna di Venezia, con sguardo a tratti fra il nostalgico e il malinconico, ne siamo certi. Ma anche un mondo particolarmente interessante che apre un capitolo meno noto dell’attività del pittore, in seno all’azienda di famiglia e direttamente collegata alle operazioni di esbosco e di commercio di legname. Un’attività particolarmente redditizia per chi la gestiva, soprattutto – val la pena di ricordarlo – dopo la metà del XVI secolo, quando anche nei territori della Repubblica veneta ebbe inizio la crisi climatica che è passata alla storia con la definizione di piccola glaciazione dell’età moderna e il valore del legname, com’è stato provato dagli studi di Katia Occhi (2006), crebbe esponenzialmente in risposta all’aumento della richiesta di una risorsa tanto preziosa. Tiziano seppe anche qui rimanere al passo coi tempi e aggiornarsi professionalmente alla luce delle rinnovate esigenze. Come, imprenditorialmente, aveva sempre dimostrato di saper fare anche nel campo della pittura.

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