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Cultura | 25 luglio 2025 | 12:00

Marmolada: icona di un processo politico che rende i rilievi terre di conquista, luoghi di sfruttamento economico e colonizzazione culturale

Una lunga storia di contenziosi che arriva fino ai giorni nostri, spostandosi dal passo di Fedaia ai ghiacci "eterni" e alle creste sommitali della vetta più alta delle Dolomiti. Un testo tratto da "La lezione della Marmolada", il secondo libro della collana de L’AltraMontagna, a cura di Mauro Varotto e da oggi in libreria

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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“M” non è solo l’iniziale del nome “Marmolada”, o il logo azzeccato di un’impresa di funivie. È il segno grafico che meglio rappresenta fisicamente un massiccio che, per le popolazioni delle due valli contigue, termina con due punte: c’è la “punta” di Penia, che corrisponde al punto più alto (3.342 metri sul livello del mare), e c’è la “punta” di Rocca (Rocia in ladino), una cinquantina di metri più bassa (3.265 metri). Queste due punte distano circa duecento metri in linea d’aria, una distanza irrisoria e al tempo stesso siderale: sono da sempre le vette di riferimento per i due villaggi più prossimi, rispettivamente Penia di Canazei in val di Fassa e Rocca Pietore in val Pettorina, ma sono anche due cime separate da decenni di contese.

 

Nella M, queste due vette si collegano idealmente in un punto più basso: quel punto è il passo di Fedaia, oltre mille metri più giù, a quota 2.050. Se vi fermate in prossimità dei cartelli che indicano oggi il passaggio dal Veneto al Trentino, tra i Comuni di Rocca Pietore e Canazei, nel prato poco sotto il ciglio stradale troverete ancora un cippo confinario in cui è incisa la data 1778: segnava, all’epoca, il confine tra le terre di Venezia e la contea del Tirolo, tra Serenissima e Impero asburgico. Da quel punto, la cima della Marmolada nemmeno si vede. I periti addetti alla terminazione ne collocarono altri, di cippi, ravvicinati e molto simili, numerati da 1 a 12, arrivando fino alle rocce che sovrastano i prati-pascoli di Fedaia. Non si sognarono nemmeno di procedere oltre con quella perticazione, sopra i possenti bastioni di Serauta o del Sasso delle Undici: marcare un confine tra rocce e ghiacci, a quel tempo, non interessava proprio a nessuno. Inutile dunque ricercare precisione ed esattezza in antiche mappe per luoghi dove queste non erano richieste, non servivano.

 

La prima lezione della Marmolada comincia da questo cippo, l’inizio di una lunga storia di contenziosi che arriverà fino ai giorni nostri, spostandosi dal passo di Fedaia ai ghiacci “eterni” e alle creste sommitali della vetta più alta delle Dolomiti.

 

Se la Marmolada è una “montagna di confine” da sempre – tra due comunità, tra due valli, tra i bacini idrografici di Piave e Adige, tra entità politiche: Venezia e Tirolo, Italia e Austria, Veneto 20 e Trentino –, ciò che qui interessa sottolineare è che essa lo è stata in maniere diverse, e il modo di intendere questo confine dice qualcosa sul modo in cui viene organizzandosi lo spazio politico sulla montagna – sulla gran parte delle montagne, non solo italiane – con l’affermarsi degli Stati nazionali. Possiamo allora leggere la Marmolada come un’icona del più ampio e pervasivo processo di assoggettamento della montagna da parte di centri di potere che si allontanano progressivamente, processo che include i rilievi in ingranaggi politici sempre più grandi e li rende territori contesi, terre di conquista, luoghi di sfruttamento economico e colonizzazione culturale.   

 

 

Da La lezione della Marmolada, il secondo libro della collana de L’AltraMontagna, a cura di Mauro Varotto: da oggi in libreria e online.

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