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Cultura | 28 gennaio 2026 | 06:00

"Pale di San Martino: perché vi siete fatte così marce che appena a toccarvi crollate giù con orrendi schianti e viene la paura?" Lo struggente addio di Dino Buzzati alle sue montagne

Oggi ricorre l'anniversario della morte di Dino Buzzati (28 gennaio 1972). Lo ricordiamo con questo celebre brano del 1966: un’automobile che scende a valle, lo sguardo rivolto all'insù e il cuore che resta ancorato a quegli appigli che il tempo ha reso inarrivabili. Un omaggio al Buzzati uomo, prima ancora che al grande narratore

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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Il 28 gennaio 1972 si spegneva Dino Buzzati. Scrittore, giornalista, pittore (e molto altro, che sarebbe limitante ingabbiare in una sequela di etichette), l’autore bellunese nel corso della propria vita ha sempre nutrito un legame profondo con le montagne, e le Dolomiti in particolare.

 

A partire dalle vette dolomitiche che definivano l’orizzonte della dimora di famiglia, come "l’amico Schiara", cui dedicò un testo pubblicato nel 1964 come introduzione a La S’ciara de oro di Piero Rossi:

 

"Esco dalla casa, attraverso il prato che c’è davanti, e mi volto. Tutte le estati, quando torno alla nostra casa di campagna qui a due passi da Belluno, al mattino esco, attraverso il prato che c’è davanti alla casa e quando sono arrivato in fondo, mi volto. Allora vedo lo Schiara – scrive Buzzati -. […] Seduto su un gradino della piccola scala di pietra, mentre il sole gira lentamente, io guardo la montagna della mia vita, ma lei no non mi guarda, essa è chiusa nei suoi impenetrabili pensieri e nelle concavità dei suoi precipitosi grembi le ombre si dilatano e si rattrappiscono lungo gli apicchi, rammemorandomi strani incanti della giovinezza perduta".

 

La Schiara, le Pale di San Martino, la Croda da Lago sono alcuni dei "grandi amori" buzzatiani. Proprio dall'affascinante microcosmo delle Pale, dove si estende un vastissimo altopiano dall’atmosfera lunare e si innalzano guglie aguzze e pareti vertiginose, tra angoli remoti e solitari, deriva l'ispirazione per i paesaggi surreali del suo capolavoro, Il deserto dei Tartari.

 

Le montagne per lui non sono mai state solo rocce, ma uno specchio dell'esistenza: prima custodi di aspirazioni giovanili, poi di ricordi lievi e infine teatro dove mettere in scena il dramma di un animo tormentato dal desiderio di lasciare un segno, dall’angoscia del tempo che fugge, dall’amarezza data dalla disillusione per le occasioni perdute.

 

Oggi, nell'anniversario della sua scomparsa, lo ricordiamo attraverso un testo apparso nel 1966 sul Corriere d’Informazione: un’automobile che scende a valle, lo sguardo rivolto all'insù e il cuore che resta ancorato a quegli appigli che il tempo ha reso inarrivabili. Un omaggio al Buzzati uomo, prima ancora che al grande narratore. 

 

È una pagina intrisa di quella "malattia delle montagne" che segnò tutta la sua vita: un dialogo struggente con le Pale di San Martino, in cui il declino fisico dell'uomo si riflette, per paradosso, in un presunto mutamento della roccia. Non sono le gambe a cedere, suggerisce Buzzati con la sua sublime eleganza e lucida immaginazione, ma sono le vette a farsi "marce" e inospitali, sigillando per sempre l'epoca delle grandi illusioni giovanili. Un'ode che restituisce un intenso senso di distacco, delusione e disincanto. 

 

Sono parole sofferte, che suonano come un addio ai monti e un congedo dalla vita più amata, ma anche parole in cui l'amara malinconia sfuma in una velata ironia. È il suo modo, magistrale e umanissimo, di condividere con il lettore uno stato d’animo intimo e affrontare la dolorosa consapevolezza di un tempo che non tornerà più.

 

Buzzati morì sei anni dopo a causa di una malattia, a Milano, lontano da quelle montagne che seppe narrare, dipingere, scalare e sicuramente, fino all'ultimo, amare. 

 

O Pale di San Martino

O Pale di San Martino, o vecchia, o patria! In automobile io risalgo la valle e vi guardo, la mia giovinezza è lassù. E non è rimasto più niente.

Mi illudevo di lasciare per sempre qualcosa di me su quelle rocce così brave, solide e oneste, con preziosi piccoli intelligenti appigli al punto giusto, di scriverci qualcosa di me per sempre, e invece io passo di sotto in automobile e vi guardo e non tornerò, mai più tornerò sulle vostre pareti anche se al principio di ogni estate faccio proponimenti ridicoli di riscossa. Il camino della Rosetta! Dove – non avevo ancora vent’anni – mi trovai dinanzi alla bocca un mucchietto di materia cerebrale dai colori delicati. Il mio sacco da montagna che vola giù per l’orrenda parete ghiacciata del Cimone!

La guida alpina che dice "Mi dispiace, non ci credo, impossibile" quando noi due ragazzi, Sandro Bartoli e io, sul Winklerkamin della Madonna, ah!

E Gabriele Franceschini, guida, amico, spirito della terra, che a metà della Schleierkante, sul dorso dello smisurato pilastro, declama una sua sbilenca poesia: "Vagan pei boschi, siedon su rocce, volan per rivi e sentieri ombrosi". Impossibile. Non succederà più. Di me lassù non è rimasto niente. Mica che io sia stanco, o malato, o vecchio, figurarsi. Sempre in gamba come allora, occorre dirlo?, anche se sono passati settecento anni. Siete voi, Pale, che non siete più le stesse. Da qualche anno siete cambiate. Perché?

Perché siete diventate così grandi e alte di statura, che adesso non si arriva mai? Perché siete diventate così ripide, proprio un’assurdità! E quando ci si avvicina all’attacco oggi viene meno il fiato? Chi può avere seriamente il desiderio di salirvi se non un pazzo?

Perché siete diventate così fragili, perfino il Campanile Pradidali che una volta era tutto di cristallo? Perfino la Torre di Valgrande che una volta era tutta di ferro? Perfino la "Est" del Sass Maor che ai tempi antichi delle illusioni fantasticavo stupidamente di scalare? Perché vi siete fatte così marce che appena a toccarvi crollate giù con orrendi schianti e frane di pietra, e viene la paura? Basta.

Non siete più quelle di una volta, non mi incantate più, addio, addio, in automobile io discendo la valle tristemente.

 

Corriere d’informazione, 6-7 settembre 1966

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