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Cultura | 02 aprile 2026 | 12:00

Quando la campana grande avrà concluso la funzione, il paese si fermerà per accogliere centinaia di visitatori: il più grande appuntamento appenninico dedicato alla Passione

Da oltre un secolo, cinquecento figuranti percorrono le stesse vie, sotto la stessa luce, con lo stesso passo cadenzato. La Via Crucis Vivente di Frassinoro, ritenuta una delle più significative manifestazioni religiose d'Italia

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Un paese intero è pronto a mettersi in scena. Per una notte il teatro della pietà si compie nel comune più alto dell’Emilia‑Romagna, sull’Appennino modenese. 

 

È la Via Crucis Vivente di Frassinoro, ritenuta, non a torto, la manifestazione religioso-popolare più importante della regione e una delle più significative d’Italia. Un vero e proprio rito che ogni tre anni si ripete.

 

Venerdì 3 aprile, alle 21, quando la campana grande dell’Abbazia avrà concluso la funzione del Venerdì Santo, il paese si fermerà ancora una volta per accogliere centinaia, forse migliaia di visitatori.

 

Da oltre un secolo, cinquecento figuranti percorrono le stesse vie, sotto la stessa luce, con lo stesso passo cadenzato. È il più grande appuntamento appenninico dedicato alla Passione, una tradizione che dal 1906 non ha mai smesso di rinnovarsi, salvo la pausa imposta dalla pandemia.

 

La Via Crucis Vivente affonda le sue radici nel 1865, quando una missione predicata dai Padri Passionisti accese nei frassinoresi il desiderio di costituire una "Pia Unione della SS. Croce e Passione di Gesù Cristo". Nel 1871, "per volontà del popolo frassinorese", venne acquistata una statua del Cristo morto, e dal 1872 la processione del Cristo Morto iniziò a svolgersi regolarmente ogni tre anni. Il 13 aprile 1906, come annotò il parroco don Francesco Bernardi, si tenne la prima solenne processione del Venerdì Santo nella forma che avrebbe dato origine alla Via Crucis Vivente dei nostri giorni.

 

L’evento, inoltre, fa parte di "Europassione", un'associazione internazionale che comprende le più antiche rappresentazioni storiche della Passione di tutta Italia e d’Europa.

"È una tradizione che si tramanda di padre in figlio", ricorda don Luca Pazzaglia, parroco di Frassinoro e presidente del comitato organizzatore. "Chi partecipa in scena e chi osserva da pellegrino vive la stessa emozione: quella di un paese che si riconosce nella sua storia e la offre, intatta, a chi arriva".

 

Frassinoro non ospita la Via Crucis: in qualche modo ne diventa parte integrante. Le case si trasformano in quinte, le strade in un percorso sacro. Il Comitato organizzatore e i cosiddetti capi stazione lavorano alacremente per mesi: scelgono i figuranti, preparano costumi e scenografie, ricostruiscono ambienti e atmosfere della Palestina del I secolo.

 

La rappresentazione si distingue per la staticità dei quadri: quindici in tutto, con il quadro d’apertura "Gesù nell’Orto degli Ulivi" seguito dalle quattordici stazioni canoniche. I figuranti restano immobili in pose plastiche, mentre pellegrini e visitatori avanzano in silenzio lungo il tracciato. La musica sacra e la lettura della Passione accompagnano il cammino, trasformando la rappresentazione in un’esperienza meditativa oltre che spettacolare.

 

Negli ultimi anni la pagina Facebook ufficiale della Via Crucis Vivente è diventata un archivio affettivo prezioso: fotografie d’epoca, ricordi di anziani che hanno partecipato alle edizioni del Dopoguerra, testimonianze di chi ha interpretato Cristo, Maria, i soldati, i giudei. È una memoria condivisa che continua a crescere.

 

"La cosa più straordinaria", osserva il sindaco Elio Pierazzi, "è vedere come il paese intero in questi giorni di fermento e attesa si muova all’unisono. Non c’è distinzione tra chi partecipa in scena e chi lavora dietro le quinte: tutti sentono di avere un ruolo, tutti sanno che questa tradizione vive solo se la comunità la sostiene".

 

 

Immagine di apertura: fotografie di Luigi Ottani

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