Fuggire in montagna non sempre aiuta a incontrare una libertà duratura. Nelle parole dell'alpinista Tita Piaz uno spunto per raccogliere tra i rilievi "nuove energie"

Bisogna fare attenzione a sovrapporre il termine "fuga" con il concetto di "libertà", perché non sempre coincidono. Allora, più che vedere nei rilievi uno spazio di evasione, bisognerebbe provare a percepirli come un luogo capace di offrire una maturata consapevolezza, che non deriva dalle altezze, dalla solennità o a una supposta carica sacrale

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“Si va in montagna per essere liberi, per scuotersi dalle spalle tutte le catene che la convivenza sociale impone, per non inciampare ogni due passi in imposizioni e proibizioni. Si va in montagna per sottrarsi da norme ammuffite, per sbizzarrirsi una buona volta e immaginare nuove energie”.
È sempre interessante soffermarsi qualche istante sulle citazioni che sono riuscite a farsi sintesi della vita di una persona; della complessità biografica.
Questa citazione, trovando ampia diffusione tra gli appassionati di montagna, ha senza dubbio contribuito a scolpire pubblicamente i contorni del personaggio Giovanni Battista Tita Piaz (di cui oggi, 13 ottobre, ricorre l'anniversario della nascita), alpinista fassano conosciuto anche come “il diavolo delle Dolomiti”.
Uno spirito ribelle, scrivono in molti, proteso verso un’inesauribile ricerca di libertà.
Tuttavia, in quello che a uno sguardo rapido può sembrare un afflato anarchico, oppure la risoluta volontà di allontanarsi da un contesto sociale per molti aspetti asfissiante, in realtà è custodito il desiderio di intervenire sulla propria vita “immaginando nuove energie”.
Bisogna quindi fare attenzione a sovrapporre il termine “fuga” con il concetto di “libertà”, perché non sempre coincidono. Intendere infatti i territori montani come uno spazio dove allontanarsi temporaneamente dalle preoccupazioni della vita quotidiana non sempre aiuta a incontrare una libertà duratura e stabile.
Allora, più che vedere nei rilievi uno spazio di evasione, bisognerebbe provare a percepirli come un luogo capace di offrire una maturata consapevolezza, che non deriva dalle altezze, dalla solennità o a una supposta carica sacrale ma, piuttosto, dalla possibilità di incontrare tra i rilievi alcune differenze rispetto ai contesti più familiari (siano essi di fondo valle o di pianura). Pertanto, in montagna, possiamo godere di una prospettiva parzialmente esterna da cui osservare la nostra vita; abbiamo il privilegio di acquisire uno sguardo meno coinvolto e, dunque, più lucido e obiettivo.
La fuga, presto o tardi, si esaurisce e torniamo a essere parte attiva di un contesto: sta a noi decidere se viverlo in modo passivo, oppure contribuire alla sua evoluzione, magari mettendo a frutto le “nuove energie” immaginate in montagna.
La libertà di Tita Piaz non si limitava a un elenco di vie alpinistiche, ma era caratterizzata anche da un impegno sociale non indifferente. Un aspetto importante, ancora attuale, la cui eredità è rilanciata dalle sue parole.












