Ignorando il trail running andiamo a privarci di un tassello dell’attuale mosaico montano

Nonostante negli ultimi anni/decenni sia una delle attività più praticate e amate tra chi frequenta le terre alte, molti non riescono ancora a considerarla una passione degna delle nostre cime. Tale pulsione elitaria, oltre a provocare un aprioristico rifiuto, in alcuni casi comporta l’esclusione del trail running da alcuni contesti associativi imperniati sulla montagna

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Spesso all’ampia diffusione di una disciplina non corrisponde un altrettanto estesa accettazione sociale e, di conseguenza, “istituzionale”.
Concentrandoci sugli sport di montagna, i contorni di questa dinamica appaiono particolarmente nitidi osservando il trail running. Infatti, nonostante negli ultimi anni/decenni sia una delle attività più praticate e amate tra chi frequenta le terre alte, molti non riescono ancora a considerarla una passione degna delle nostre cime. Tale pulsione elitaria, oltre a provocare un aprioristico rifiuto, in alcuni casi comporta l’esclusione del trail running da alcuni contesti associativi imperniati sulla montagna.
Credo che la mancata accettazione sia prettamente di carattere stratigrafico. Almeno così ipotizzo io, da “non praticante”, magari sbagliandomi. La freschezza del trail running non gli ha infatti ancora permesso di sedimentarsi nell’opinione comune. Eppure, non è detto che uno strato collocato in superficie sia debole. Anzi, in questo caso custodisce tutti gli elementi fondamentali per delineare un’identità condivisa tra chi in questo sport trova sensazioni positive. Condivisi sono infatti alcuni punti di riferimento: atleti che hanno saputo interpretare e al contempo modellare la corsa in montagna con un approccio particolarmente originale. Condivise sono alcune storie che, grazie agli effetti del passaparola, stanno contribuendo a formare una sorta di “epica”. Condivisi sono alcuni atteggiamenti. Condivisi sono certi canoni estetici.
Infine, la condivisione si scorge anche in un particolare modo di vestire, di parlare, di comportarsi, di interpretare i rilievi e i sentieri che li percorrono.
Per i detrattori, il pensiero dei trail runner è assorbito dalla prestazione. Questa dialettica – ammetto – al principio era riuscita a convincermi: credevo infatti che nel binomio azione-contemplazione l’equilibrio pendesse fortemente verso l’azione, privando l’attività della componente contemplativa e, di conseguenza, riflessiva. Poi ho avuto modo di conoscere diversi trail runner e il pregiudizio è sfumato in breve tempo.
Dietro a questo sport c’è infatti un desiderio di studio e di consapevolezza: ho incontrato runner aggirarsi tra i monti alla ricerca non solo di nuovi tracciati, ma anche di nuove storie, di nuove curiosità e di nuovi stimoli paesaggistici. Al contrario di quanto si pensa, sono in molti a intrecciare l’attività fisica con quella conoscitiva.
Sono convinto che trascurare la progressiva diffusione di questo sport alla lunga produrrebbe un atteggiamento autolesivo, a causa del quale andremmo volontariamente a privarci di un tassello dell’attuale mosaico montano.
È forse giusto ricordare che, come sempre avviene, nei grandi numeri si trovano anche delle eccezioni negative. Tuttavia, attraverso la mia esperienza posso constatare che alcune tra le persone più attente al presente e al futuro dei rilievi hanno colto la possibilità di esprimersi attraverso questo sport. Tom van de Plassche era una di queste e proprio a lui desideriamo rivolgere un pensiero a un anno dalla sua scomparsa, riportando qui di seguito una sua bella considerazione che avevamo raccolto in occasione del nuovo record di dislivello positivo in 24 ore, compiuto dall’austriaco Jakob Herrmann con gli sci:
“Ci sono record e record - rifletteva van de Plassche - c'è chi sale tutti gli 8000 volando in elicottero da un campobase all'altro, e poi c'è chi va in montagna alla ricerca di sfide personali, allenandosi giorno e notte per settimane, mesi, anni, a volte anche decenni. Il raggiungimento di quell'obbiettivo è meramente la fine di un lungo percorso, in cui si passano ore nei boschi e sulle creste dietro casa a contemplare l'ambiente che ci circonda. Così si impara a conoscerlo, in ogni condizione e ogni stagione. A me come a Jakob piace muovermi veloce e leggero in montagna. Il suo record appena stabilito può apparire come una cosa senza senso, ma è semplicemente il culmine di un'infinità di giri in montagna, a godersi le albe e i tramonti (proprio Jakob si alza ogni mattino alle 5 per allenarsi all'alba). Sono sicuro che per lui la cosa più importante non sia stata il raggiungimento del record. È stato solo un modo per vedere quanto sarebbe riuscito a spingere il suo corpo vicino ai suoi limiti. Domani tornerà sulla sua montagna di casa, veloce e leggero, e con le prime luci del giorno penserà a nuovi giri, nuove mete, nuovi concatenamenti da fare sulle sue cime”.














