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Idee | 28 luglio 2025 | 06:00

Non solo un ecomostro ma una vera e propria bomba ecologica: cosa resta, oggi, dei trampolini abbandonati di Pragelato

Quando si è di fronte a grandi cambiamenti come quelli che stiamo attraversando si dovrebbe progettare il più possibile pensando a eventuali cambi di destinazione d’uso, all’adattabilità nei confronti di nuove e imprevedibili esigenze. Invece niente è più rigido e definitivo dei “grandi eventi”, appuntamenti con la storia che hanno già in sé la scadenza prevista. Costruire per un solo utilizzo. Costruire nella logica dell’usa e getta. Dovremmo invece costruire strutture versatili, che contemplino fin dall’inizio la possibilità di essere rinnovate, riusate, aggiornate strada facendo

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Cos’è il tubing?, mi sono chiesto mentre venivo a fare un sopraluogo ai resti dei trampolini olimpici di Pragelato, in Val Chisone. Cos’è il tubing? È una discesa su una ciambella gonfiabile monoposto chiamata “tube”. Ci si dà una spinta, si salta a bordo, e si inizia a urlare mentre si accelera lungo la ripida discesa d’atterraggio usata un tempo di saltatori.

 

Questo è il tubing. Un modo per rilanciare – ormai una decina di anni fa – l’immenso impianto per le discipline di salto con gli sci costato 34 milioni di euro, e caduto in disuso poco dopo la fine delle Olimpiadi di Torino 2006.

 

A sette anni dalla fine dei Giochi, i trampolini vennero rivestiti con un tappeto di fili di plastica verde che consente di scivolare quasi come sulla neve. Da lì, via libera a qualche gara di salto in assetto estivo e, ovviamente, al tubing, nel tentativo disperato di tenere in vita quell’impianto che non aveva alcuna ragion d’essere, visti gli esiti infruttuosi del progetto originario.

 

Tutto è finito nel nulla. Sono anni che dai trampolini né si salta, né si fa tubing.

Oggi l’impianto non è solo un ecomostro, ma, lo vedo con i miei occhi, una vera e propria bomba ecologica. Milioni di fili di plastica che compongono la pavimentazione si stanno sfaldando e presto potrebbero disperdersi nell’ambiente.

 

Ora sono arrivati 5 milioni di euro per evitare il peggio. Ma i lavori inizieranno – se tutto va bene – solo nell’estate del 2026.

Ciò che sconcerta, aggirandosi per questo luogo fantasma, è constatare anche come è avvenuto il suo abbandono. I lampioni funzionanti, gli infissi, persino parti di mobilio, le sovrastrutture di pregio riciclabili sono rimasti lì, intatti. Abbandono, come quando si lascia in tutta fretta una nave che affonda. Un immenso sperpero di denaro pubblico. Sarà così anche per le imminenti Olimpiadi Milano-Cortina?

 

Quando si è di fronte a grandi cambiamenti come quelli che stiamo attraversando si dovrebbe progettare il più possibile pensando a eventuali cambi di destinazione d’uso, all’adattabilità nei confronti di nuove e imprevedibili esigenze.

Invece niente è più rigido e definitivo dei “grandi eventi” (e dunque delle Olimpiadi). I grandi eventi sono appuntamenti con la storia che hanno già in sé la scadenza prevista. Costruire per un solo utilizzo. Costruire nella logica dell’usa e getta. Dovremmo invece costruire strutture versatili, che contemplino fin dall’inizio la possibilità di essere rinnovate, riusate, aggiornate strada facendo. E, quando possibile, preferire il riuso dell’esistente.

 

Qui a Pragelato ho l’ennesima conferma che stiamo trattando il futuro come una discarica nella quale buttiamo – insieme a gas climalteranti, scorie nucleari, debito pubblico… – anche giganteschi impianti caduti in disuso (e tonnellate di fili plastica verde che avrebbero dovuto imitare la neve). La politica deve ascoltare la voce di chi chiede versatilità, adattabilità, riutilizzo. Non può essere più il tempo dell’usa e getta.

 

Articolo tratto dal libro La montagna che vogliamo di Marco Albino Ferrari

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