"Sarà un evento epocale", ma alla fine niente aurora. Sono salito in vetta al Portule invano?

Procedevo nel cono di luce proiettato davanti ai miei piedi dalla pila frontale. Un fascio luminoso tremolante, al di fuori del quale il mondo – non fosse stato per il soffio costante di un vento sommesso – sembrava sparire. L'assenza dell'aurora ha offerto l'occasione di riflettere sulla diffusa tendenza ad accorciare volontariamente i nostri orizzonti

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Il buio che segue il tramonto mi ha sempre dato l’impressione di avere uno spessore emotivo diverso rispetto a quello che precede l’alba, quasi fosse più denso e compatto; disincantato ma, al contempo, colmo di incanto. Nelle sere prive di luna, le ombre straripano tra le pieghe della terra, come una macchia d’inchiostro: non è più chiaro dove finiscono i confini del mondo e dove iniziano quelli del cielo.
Ieri, quando è il sole è calato, ho infilato gli scarponi per prendere quota in un buio densissimo, nella speranza di scorgere sulla vetta di Cima Portule (Altopiano dei Sette Comuni) l’aurora boreale: gli esperti sostenevano da giorni che si sarebbero presentate le condizioni ideali per osservarla. “Sarà un evento epocale”, scrivevano. Così mi sono messo in cammino, per osservare un fenomeno piuttosto raro da una prospettiva a me cara.
Procedevo nel cono di luce proiettato davanti ai miei piedi dalla pila frontale. Un fascio luminoso tremolante, al di fuori del quale il mondo – non fosse stato per il soffio costante di un vento sommesso – sembrava sparire.
Così, all’altezza della lunga cresta che accompagna alla vetta, ho deciso di togliere la pila dalla fronte per spegnerla. Un’improvvisa vertigine ha irrigidito i muscoli, quasi volessero difendersi dagli abissi del buio. Quando gli occhi hanno finalmente trovato il modo di adattarsi, si è materializzato il profilo della montagna: nerissimo emergeva da uno sfondo appena più chiaro. Il Portule in quel momento mi è sembrato più vasto del solito, senza dubbio più severo.
Per riprendere a salire avevo bisogno di rientrare nella bolla di luce artificiale, rioscurando così la montagna troppo imponente. Ho acceso la frontale e, tra gli orizzonti brevi e rassicuranti tracciati dalla pila, sono tornato a prendere quota nella convinzione, forse un po’ alterata dal contesto, che quella dinamica in qualche modo rispecchiasse una tendenza diffusa nel nostro vivere.
Quante volte accorciamo volontariamente i nostri orizzonti per rincorrere una percezione di sicurezza? Quante volte ci barrichiamo dentro a bunker sociali, condividendoli con chi più si avvicina al nostro modo di interpretare il mondo? Quante volte proviamo un senso di spaesamento uscendo, anche solo con lo sguardo, dal nostro cono di luce per confrontarci con realtà lontane dalle nostre abitudini e dalla nostra immaginazione?
Ieri sera, pur non avendo visto l’aurora (alla fine non si è palesata), credo di non essere salito sul Portule invano. Una volta in cima ho spento la frontale e, nel buio denso della sera, ho trovato la forza e l’entusiasmo di osservare profili lontani.












