"Sono salito in montagna in compagnia di Carlo Marx, costringendolo a sporcarsi di terra le scarpe e a seguirmi, lontano dalle sue metropoli industriali". Un viaggio tra le classi sociali delle terre alte

Il riferimento alle classi sociali, liberato dall’ideologia, può tornare utile per cercare di capirci qualcosa, ad esempio nei rapporti tra città e montagna, o nei movimenti di persone dal basso verso l’alto: quelle che chiamiamo "migrazioni verticali"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Per qualche decennio, ci avevano fatto credere che le classi sociali fossero parte ormai di un armamentario del passato remoto, attrezzi da vecchi comunisti in disarmo, al più citazioni da salotto per radical chic. Poi – complici il collasso di Lehman Brothers, il Covid, la crisi climatica e la guerra in Europa – ci siamo accorti che le diseguaglianze non sono mai scomparse, tantomeno nel mondo occidentale. Anzi, vediamo tutti i giorni come sono aumentate, nonostante lo sforzo immane che è stato compiuto per nasconderle sotto il tappeto delle differenze. E abbiamo realizzato che il riferimento alle classi sociali, liberato dall’ideologia, può tornare utile per cercare di capirci qualcosa, ad esempio nei rapporti tra città e montagna, o nei movimenti di persone dal basso verso l’alto: quelle che io chiamo "migrazioni verticali".
E allora, per andare più in profondità rispetto alla retorica mediatica del "vado a vivere in montagna", alla fascinazione dei "nomadi digitali" o dell’"agricoltura eroica", sono salito in montagna in compagnia di Carlo Marx, costringendolo a sporcarsi di terra le scarpe e a seguirmi, lontano dalle sue metropoli industriali.
Sulle Alpi e sugli Appennini ho incontrato così, nei miei viaggi di ricerca insieme al filosofo tedesco, tanti soggetti diversi che - a modo loro quando non contro la propria volontà - sono diventati montanari: diversi sì, ma che sono convinto che si possano ricondurre a tendenze più ampie e condivise, ad aggregati che trascendono il singolo, a determinate classi sociali, insomma, al di là di motivazioni e storie individuali. Perché la dimensione collettiva continua a contare molto, pure nel movimento verso le terre alte, anche se preferiamo guardare il mondo con le lenti dell’individualità e delle (presunte) libertà soggettive.

Vita (agiata) sull’Haut Plateau
A Crans-Montana, nel Vallese svizzero, ho vissuto alcuni mesi da infiltrato sull’Haut Plateau, a stretto contatto con una upper class (fatta di svizzeri, italiani, nordamericani, asiatici..), spesso colta e internazionale, attenta alla dimensione ambientale e climatica (perlomeno quella del resort), alla qualità della vita e alla sicurezza personale e della propria famiglia, al proprio futuro. Una classe in crescita numerica a livello globale, mai come ora, e decisamente concentrata in luoghi come quello, che appare come una specie di astronave, scintillante a 1.500 metri di quota, sopra il mondo in affanno.
Nuovi montanari ricchi (e non è un ossimoro!), preoccupati a modo loro del clima che cambia, delle città insicure, della guerra, e desiderosi di spazi di separatezza sociale, di comunità e relazioni protette, di salute e vita all’aria aperta. Una classe che cerca una forma di auto-reclusione proprio in montagna, nei resort alpini d’alta quota, dove vive come in una "seconda città", alternativa e al tempo stesso complementare a quella lasciata giù in basso, con la quale però non si tagliano i ponti, perché laggiù batte sempre il cuore del capitale.
Una classe media in fuga
In Val Susa, a poche decine di chilometri da Torino, ho coordinato e gestito la prima edizione della Scuola di Montagna, iniziativa rivolta agli "aspiranti montanari", quelli che vogliono lasciare tutto e andare a vivere nelle terre alte, anche loro per un mix di motivazioni socio-economiche ed ambientali, a cui si possono ricondurre poi le varie scelte individuali.
Tra Bussoleno e Condove, ad un passo dai cantieri della TAV, ho incontrato una middle class estremamente variegata (e spesso molto, molto stressata), giunta da mezza Italia e fatta di lavoratori autonomi, di impiegati pubblici ma anche di neo pensionati e di giovani iper qualificati, in cerca di collocazione esistenziale, oltre che professionale.
Persone che ancora hanno qualche risorsa economica e culturale da investire - a fronte di un progressivo impoverimento del ceto medio - ma che in città non resistono più, specie dopo il Covid, e che guardano alle terre alte come "salvezza", come rifugio climatico, come alternativa allo scivolamento verso il basso della scala sociale, come futuro praticabile.
Una "migrazione verticale", quella a cui puntano, spinta anche da motivazioni simboliche – spesso legate a una visione idealizzata delle Alpi, intrisa di letture, film, contenuti social, pratiche turistiche – ma anche dalla consapevolezza del bisogno di tirarsi fuori dalla trappola urbana. Magari spostandosi in qualche borgata alpina appartata, costruendo una forma di vita "metromontana", a cavallo tra terre alte e pianura, che garantisca un benessere - psicofisico, oltre che materiale - diverso ma non così lontano da quello del recente passato, lasciato comunque a pochi chilometri d’auto più in basso.
Montanari per necessità
Infine, sono andato a trovare chi in montagna ci è salito per necessità, spesso come ripiego, a volte addirittura in modo forzato, rispetto alla vita immaginata nelle grandi città del nord globale.
Nell’Appennino abruzzese prima, e poi nelle Alpi biellesi, al confine con la Valle d’Aosta, ho potuto studiare quella che definisco una under class: una sottoclasse, che non è solo collocata in basso nella stratificazione sociale contemporanea, ma che vive al di sotto (e al di fuori) di quelle condizioni – materiali, di diritti, di opportunità – che ancora oggi definiscono la povertà, sconfinando spesso nella miseria, nella ghettizzazione, nella violazione dei diritti fondamentali. Sui monti della Laga ho conosciuto giovanissimi pastori transumanti, venuti dalla Macedonia a custodire le nostre pecore per poche centinaia di euro al mese, parte di quella massa di migranti internazionali che contribuisce in modo sostanziale a tenere in piedi le economie montane agricole, del turismo, dei servizi, dall’Alto Adige alla Sila: la manodopera senza cui è difficile pensare a qualche forma di ripopolamento delle nostre montagne.
Mentre a Pettinengo - paese sopra la piana di Biella, già sede di importanti industrie tessili - ho incrociato le vicende quotidiane e le biografie di rifugiati e richiedenti asilo, arrivati lassù dall’Africa sub sahariana, dal medio oriente, dal sud-est asiatico: ragazzi, in larga misura, che mai avevano visto la montagna e la neve, ospitati in un centro di accoglienza come quello dell’associazione Pacefuturo, che rappresenta un esempio di inclusione sociale oltre che una possibile strada di rinascita comunitaria per territori in crisi demografica, come di identità collettiva.
Un viaggio durato un decennio
Nel mio viaggio di ricerca, durato un decennio, mi sono imbattuto dunque in tre classi sociali, e quindi anche in tre montagne diverse: quelle blasonate e upper class, della "secessione verticale dei ricchi"; quelle, spesso invisibili e con pochissimo appeal mediatico, della reclusione dei miseri o dei "montanari per necessità"; e quelle del tentativo di fuga di chi è rimasto in mezzo tra questi due estremi e vorrebbe non scivolare in basso.
Ho indagato e raccontato montagne abitate, disabitate, riabitate, attraversate da mutamenti simili e toccate da dinamiche globali e nazionali di fatto omni pervasive e senza confini. Eppure montagne, e con loro nuovi montanari, che appaiono alla deriva le une rispetto alle altre: come continenti che si staccano e si allontanano, rendendo estremamente difficile costruire ponti, relazioni, visioni d’insieme, che travalichino appunto le mere motivazioni dei singoli.
Non so dire se, alla fine del viaggio, Carlo Marx abbia apprezzato almeno un po’ il giro di giostra che gli ho fatto fare lassù, suo malgrado. Che idea si sia fatto di questa nuova stratificazione della società, dove la tridimensionalità della montagna sembra entrare in gioco, in modi inattesi, a complicare le cose di un mondo sempre più difficile da leggere e da comprendere.
So che a me le "montagne di classe" sono sembrate molto più vicine e concretamente osservabili di tante rappresentazioni "piatte" del mondo, dove ciascuno di noi sembrerebbe godere di una libertà di movimento – astratta, liscia e strettamente individuale – che mi ricorda tanto quella di una palla sul tavolo verde del biliardo. In attesa del colpo di stecca.

Il libro Diventare montanari - Viaggio tra i nuovi abitanti delle terre alte di Andrea Membretti, per la collana editoriale de L'Altramontagna, è disponibile in libreria e sul sito della casa editrice People
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