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Itinerari | 20 giugno 2025 | 20:00

Dorsali allungate, valli profonde e rilievi aspri: viaggio nel cuore nascosto del Pollino calabrese

Un anello selvaggio tra faggete, creste ventose e valloni remoti fino alla cima del Cozzo del Pellegrino, massima elevazione dei Monti dell’Orosomarso

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
L'itinerario
Calabria
E (escursionistico)
650 m
5 h/5 h e 30 min l’intero anello
rifugio Piano di Lanzo (1351 m)
Cozzo del Pellegrino (1987 m)

dalla costa tirrenica, all’altezza di Belvedere Marittimo, si segue verso l’entroterra la SP263 fino a San Donato di Ninea, raggiungibile anche dalla A2 (Salerno-Reggio Calabria) dall’uscita di Sibari; dal piccolo paese si sale a nord su una piccola rotabile per 6 chilometri fino al rifugio Piano di Lanzo

Il Cozzo del Pellegrino, con i suoi 1987 metri di quota, è la cima più alta dei Monti dell’Orsomarso, il massiccio che occupa il versante sudoccidentale del Parco nazionale del Pollino. Siamo in Calabria, tra le ultime propaggini dell’Appennino Calabro-Lucano, in un’area di straordinaria ricchezza naturalistica e, al contempo, tra le più isolate e selvagge del Meridione e dell’Italia intera. Le montagne e le valli, qui, si presentano in una intatta primordialità, quasi assenti le infrastrutture turistiche, conservando un fascino integro e silenzioso. E la scarsa frequentazione le rende ideali per chi cerca un contatto autentico con l’ambiente appenninico.
I Monti dell’Orsomarso si distinguono per la loro morfologia complessa, con dorsali allungate, valli profonde e rilievi aspri, che culminano nel Cozzo del Pellegrino e nel vicino Monte La Mula (1935 m), poco più a sud. Il substrato geologico è prevalentemente carbonatico, con frequenti affioramenti di calcari e dolomie mesozoiche, che modellano paesaggi di cresta e forme carsiche – doline, canaloni, fenditure – ben visibili nei tratti sommitali. Dal punto di vista botanico, inoltre, il versante occidentale è dominato da ampie faggete, cui si affiancano nuclei di abete bianco e, in quota, il rarissimo pino loricato, vero simbolo del Parco del Pollino. Più in basso, nei versanti esposti a sud, compaiono lecci, ornielli e una vegetazione mediterranea più decisa, mentre nei valloni più freschi si sviluppano ambienti ombrosi ricchi di felci, muschi e flora d’altitudine. È in questo contesto che, con grande curiosità, salgo verso la mia meta di oggi, proprio la massima elevazione dei Monti dell’Orsomarso.


Il rifugio Piano di Lanzo (1351 m). © Marcovaldo Secondo

Faggete e creste ventose
Il punto di partenza è il rifugio Piano di Lanzo (1351 m), facilmente raggiungibile da San Donato di Ninea con una piccola strada in buone condizioni. Voglio percorrere un anello di cui ho letto alcune relazioni, che sale sul versante ovest, raggiunge la cima del Cozzo del Pellegrino attraversando La Cresta e La Calvia, e scende poi sul versante orientale, lungo la suggestiva Valle Lupa, rientrando infine al punto di partenza. Lascio l’auto nei pressi del rifugio, struttura semplice ma accogliente incastonata in una radura silenziosa, circondata da faggi secolari. L’atmosfera è fresca, anche in estate, e m’incammino sul sentiero in direzione nord, inoltrandomi in una faggeta luminosa. Il primo tratto è dolce e regolare, ideale per scaldare le gambe, e attraverso versanti boscosi punteggiati da qualche abete bianco, mentre a tratti si aprono scorci verso la bassa Valle del Rosa e i crinali dell’Orsomarso. Dopo circa mezz’ora raggiungo una radura a 1550 metri di quota, da cui si comincia a salire più decisamente lungo La Cresta, un dosso boscoso che segna l’inizio della dorsale che dovrò seguire. Continuo a camminare tra gli alberi, ogni tanto qualche radura e formazioni rocciose, mentre la traccia si fa più erta e sassosa. Più in alto, oltre La Calvia (1910 m), l’ambiente si apre, e lo sguardo può spaziare verso sud e ovest, fino a scorgere in lontananza il Tirreno e, nelle giornate più limpide, le sagome affusolate delle Eolie. Una breve discesa, in un intrico di faggi, poi di nuovo in salita sul panoramico crinale, affacciandosi sul ripido versante settentrionale della montagna, caratterizzato da una caratteristica e immensa fenditura-canale, seguendo l’evidente traccia evidente che conduce alla vetta. Affronto d’un sol fiato l’ultimo tratto, dominando tutto l’altopiano sottostante, e quando arrivo sulla cima del Cozzo del Pellegrino, con un piccolo ometto di pietre e un pianoro erboso, mi fermo a lungo per contemplare uno dei panorami più vasti dell’intero Appennino Meridionale. Non c’è nessuno, e con il solo rumore del vento che si intreccia con i pensieri, lascio vagare lo sguardo dal blu del mare a una distesa che pare infinita di creste e cime, valli, boschi, radure. Sulle Alpi i punti di riferimento non mi mancano, ma qui devo ammettere la mia ignoranza, non conosco nulla di ciò che mi circonda, credo di distinguere solo il Pollino a nord e la Sila a sud. E a dire il vero non ho nemmeno voglia – stranamente – di aprire la cartina e avere dei seppur minimi punti di riferimento. Mi crogiolo nella mia ignoranza e in questi ambienti particolari, selvaggi nella loro solarità. Ma non per troppo tempo, che la discesa non è affatto corta!


Sulla cima del Cozzo del Pellegrino (1987 m). © Franco Danzi

Valloni solitari
Dalla cima proseguo in direzione est lungo la traccia di cresta, che poi piega a sinistra verso la Valle Lupa, un vallone profondo e ombroso che solca il versante nordorientale del Cozzo. La discesa è inizialmente su terreno aperto e pietroso, ma subito il sentiero entra in una bellissima faggeta, dove i raggi del sole si diffondono tra i rami, creando stupefacenti giochi di luce e ombra. Il fondo è a tratti sdrucciolevole, specie in caso di terreno umido, e in alcuni punti è richiesta un po’ di attenzione, ma nel complesso il sentiero è ben tracciato. Raggiungo una radura a circa 1800 metri di quota e prendo a destra il sentiero che torna nel bosco di faggi. Dopo un tratto immerso nella vegetazione, mi rendo conto di compiere un ampio giro in senso orario, per doppiare la dorsale orientale del Cozzo del Pellegrino, e verso sudovest scendo in direzione del Piano Pulledro. Ormai non manca molto, e in costante discesa, superando altre piccole radure circondate dagli alberi, torno al punto di partenza. Mi fermo a riposare, a mangiare qualcosa, scambio qualche parola con altri escursionisti e semplici gitanti, saliti fin qui a prendere un po’ di fresco. E mi rendo di aver attraversato un territorio solitario, integro, ancora poco segnato dalla frequentazione umana, ma piuttosto dai silenzi della Valle Lupa e del lungo crinale di salita, dal vento sulla vetta, dagli immensi boschi che ho attraversato. Lontano dalle Alpi, una montagna vera, senza concessioni, che richiede rispetto e restituisce visioni larghe, profonde, sincere.

 

 

IL PERCORSO
Regione: Calabria
Partenza: rifugio Piano di Lanzo (1351 m)
Arrivo: Cozzo del Pellegrino (1987 m)
Accesso: dalla costa tirrenica, all’altezza di Belvedere Marittimo, si segue verso l’entroterra la SP263 fino a San Donato di Ninea, raggiungibile anche dalla A2 (Salerno-Reggio Calabria) dall’uscita di Sibari; dal piccolo paese si sale a nord su una piccola rotabile per 6 chilometri fino al rifugio Piano di Lanzo
Dislivello: 650 m
Durata: 5 h/5 h e 30 min l’intero anello
Difficoltà: E (escursionistico)

 

Immagine di apertura: il Cozzo del Pellegrino dal Piano La Sepa. © Marcovaldo Secondo

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