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Storie | 11 gennaio 2026 | 12:00

I Bastardi dei Monaci: nel mondo del vino, le parole non sono mai neutre, sono atti politici e culturali. In questo caso indicano un prezioso incontro

Lungi dall'essere un'offesa, nel lessico agrario e storico locale questo nome ha una genesi tecnica precisa e nasce dall'incontro tra la sapienza agraria dei monaci benedettini e la forza della natura locale. Una ricerca sul Pecorino rosso

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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Se il nome Pecorino affonda le radici in una precisa logica linguistica che nulla ha a che fare con l’appetito degli ovini, come già scritto in questo articolo, di seguito vorrò soffermarmi sulla sua (o meglio sulla loro), genesi geografica e spirituale. La "stirpe" dei Bastardi è una eredità monastica che svela una doppia anima, bianca e rossa.

 

Nel mondo del vino, le parole non sono mai neutre, sono atti politici e culturali. Possono restituire dignità a un territorio o, al contrario, operare una forma di cancellazione culturale e di memoria con un colpo di spugna semantico. Il caso del vitigno Pecorino è emblematico di una narrazione parziale che per quattro decenni ha preferito il termine rassicurante di "riscoperta" alla verità storica della "continuità".

 

Oggi il Pecorino è celebrato come un miracolo dell'enologia moderna, un reperto riportato alla luce dopo l'oblio. Ma per la comunità di Arquata del Tronto, questo oblio non è mai esistito. La narrazione della riscoperta, pur avendo accompagnato e sostenuto il successo commerciale del vitigno, ha operato una forma di cancellazione culturale. Ha trasformato una tradizione contadina ininterrotta in un reperto archeologico, spostando l'asse dell'origine geografica lontano dalla vetta appenninica del Monte Vettore.

 

L'identità profonda di questo vitigno risiede nel termine storico "Bastardo". Lungi dall'essere un'offesa, nel lessico agrario e storico locale questo nome non indica un’anomalia, ha una genesi tecnica precisa, nasce dall’incontro tra la sapienza agraria dei monaci benedettini e la forza della natura locale.

 

Custodi del territorio, effettuarono nuovi innesti sulla vite rustica locale, la bastarda, pianta selvatica nata qui, resiliente, perfettamente adattata ai rigori della montagna. Questo è quello che ci è stato sempre raccontato dai più anziani e a loro dai più anziani per generazioni. Da questo matrimonio tra la pianta indigena e l'innesto curato dai religiosi, ebbe origine la discendenza dei Bastardi, identità non addomesticate, nate per resistere dove altri vitigni soccombono. Nacquero almeno due varietà distinte: il Verdicchio bastardo bianco denominato Pecorino per omonimia dal 1883, prima d’allora il termine indicava un uvaggio, ed il Verdicchio bastardo rosso. Spero che quest’ultimo possa mantenere la nomenclatura storica funzionale di Pecorino Rosso a partire dal 2021, in continuità con la scelta storica ottocentesca. Tutto ciò, grazie a un lavoro di identificazione ampelografica sul campo, nelle vigne storiche a piede franco, non solo in quelle di mia proprietà, insieme ad Assam Marche, oggi Amap Marche (Agenzia per l'Innovazione nel Settore Agroalimentare e della Pesca "Marche Agricoltura Pesca" - Regione Marche).

 

La mia ricerca non si è fermata alla difesa del passato. Se il bianco è ciò che oggi il mondo chiama Pecorino, la storia ha taciuto per troppo tempo l'esistenza del suo gemello Rosso, forse perché non era verosimile che Arquata del Tronto fosse depositaria di tanta biodiversità. O forse non rientrava nella priorità della narrazione contemporanea, concentrata sulla sua attualità produttiva. Questa scoperta chiude il cerchio, il progetto dei Monaci non era isolato, ma mirava a una viticoltura completa, capace di produrre bianchi e rossi di carattere identitario e forza montana, entrambi figli della stessa radice rustica arquatana.

 

La storia poi non è un’opinione quando poggia su fonti scritte che confermano una presenza mai interrotta. Nel 1982, al terzo Censimento Agricolo Istat: "Scheda ufficiale di Lipari, Biblioteca Digitale ISTAT", lo Stato italiano registra ufficialmente i nomi dei Vitigni di Uve da Vino (codici 199/200), troviamo tra gli altri: Arquitano, Pecorino Arquatanella, Pecorino di Arquata, a pagina 118. La particolarità curiosa è nel fatto di essere sotto il nome Pelaverga, un uva a bacca nera del Piemonte. Io ho tratto questa mia ipotesi per cercare di capire cosa abbia potuto spingere a questa scelta. Forse tra i dati pervenuti ci saranno stati sicuramente nomi come Pecorino Rosso provenienti dai coltivatori Arquatani. I rilevatori non hanno, evidentemente, ritenuto plausibile l’esistenza di un vitigno a bacca rossa alla luce dell’iscrizione del solo Pecorino Bianco al Registro Nazionale delle varietà di vite del 1970. L’impossibilità concettuale in un sistema rigido classificatorio, li ha portati a normalizzare il tutto inserendo il vitigno sotto la voce Pelaverga con la lista dei presunti sinonimi storici usati per il bianco a corredo per cercare di normalizzare il tutto. A volte la burocrazia può commettere errori che salvano la memoria.

 

Scorrendo nell’elenco alfabetico dei nomi e sinonimi dei Vitigni, nello stesso censimento a pagina 145, si riportano: Pecorina, Pecorina Arquatanella, Pecorino di Arquata, (Codici 199, 200). Non erano tracce isolate, ma dichiarazioni d'orgoglio dei contadini locali, compresi i miei genitori.

 

Nello stesso anno lo storico locale Don Adalberto Bucciarelli nel suo "Dossier Arquatano" ne parla e lo definisce: "Pecorino dei monaci" e nello stesso titolo: "La tradizione continua". Descrive una viticoltura radicata e documentata come parte integrante della vita comunitaria, proprio nell’anno del presunto recupero.

 

Il Pecorino Bianco e il ritrovato Pecorino Rosso non chiedono di essere riscoperti, chiedono di essere riconosciuti. Non sono "ritorni", ma "persistenze". Il verbo "riscoprire" ha servito il marketing ma non la storia. Ha ignorato Arquata, dove è sempre stato coltivato, vinificato e amato. Ha significato oscurare il lavoro di generazioni che li hanno protetti dall'omologazione. Oggi, con la consapevolezza della doppia anima del Pecorino, Arquata riafferma il suo ruolo di culla genetica e spirituale di un vino che non ha mai smesso di scorrere, protetto dalle montagne e dalla memoria. 

 

Articolo a cura di Giacomo Eupizi, socio fondatore dell’Associazione Culturale Alto Tronto, ricercatore e viticoltore in Arquata del Tronto

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