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M49 si sveglia dal letargo e arriva qualche danno. Gli animalisti invitano alla calma: “L'orso sta lontano dall'uomo, ora essenziale puntare sulla prevenzione"

Di fronte alle scorribande dell'orso più ricercato d'Italia, protagonista questo mese di danni ad arnie e malghe, dal mondo animalista arrivano gli inviti a non allarmarsi. La Lav Trentino: "Non c'è da allarmarsi, è un animale che sta lontano dalle persone. Bisogna fare investimenti per aumentare la prevenzione, che, come dimostrato in altri luoghi, funziona"

Di Davide Leveghi - 01 aprile 2020 - 18:04

TRENTO. Dopo le peripezie dell'estate, l'orso più ricercato d'Italia, M49-Papillon, è tornato a far parlare di sé. Mentre infatti gli uomini si rinchiudono in quarantena per affrontare l'emergenza sanitaria, il plantigrado, risvegliatosi dal letargo, ha cominciato a far notare la sua presenza lasciando più di un segno del suo passaggio.

 

Da ultimo, l'ingresso “con scasso” nella malga Cambroncoi, in Val dei Mocheni, dove dopo aver sfondato la porta ha rovistato nei locali alla ricerca di cibo. Qualche giorno prima, la sua presenza era stata invece notata sull'Altopiano di Piné, dove le impronte sono state fotografate accanto a diverse malghe. A Malga Pontara, secondo la ricostruzione del Servizio forestale, si sarebbe pure “scolato” una bottiglia d'olio.

 

A inizio marzo sono stati segnalati invece i primi “avvistamenti”. Risvegliatosi dal letargo e annunciato dal latrare prolungato dei cani, l'orso, “finito” nella parte “sbagliata” del Trentino dopo la rocambolesca fuga dal Casteller nel luglio 2019, ha danneggiato qualche arnia alla ricerca del dolce nutrimento nella zona di Castello di Fiemme prima, e a qualche giorno di distanza in quella di Daiano. Vicino a Molina di Fiemme, infine, si è fatto sentire cercando di predare un asino.

 

Se dal mondo della politica, e dalla Giunta in particolare – a dire il vero, giustamente concentrata in questo momento su ben altre questioni – continua a rimanere in vigore l'ordinanza che ne permette l'abbattimento in caso costituisca pericolocosì come nel vicino Alto Adigedal mondo degli animalisti arriva invece l'invito a stimolare le buone pratiche di convivenza.

 

In questo caso è la Lav, la Lega Anti Vivisezione, a sostenere la necessità di partire dalla buona prevenzione per non suscitare paure nella popolazione. “In queste prime giornate di primavera – recita una nota diffusa dalla sezione trentina dell'associazione animalista – mentre la nostra comunità è dolorosamente impegnata alla lotta contro l'emergenza coronavirus, la natura fa il suo corso come se niente fosse, dimenticandosi di noi, e M49, l'orso più famoso d'Italia, risvegliatosi dal suo letargo ha iniziato a frequentare baite abbandonate in questa stagione”.

 

“E' successo a Bedollo nei giorni scorsi, e in val dei Mocheni a malga Cambroncoi, ancor più recentemente – continuano – è un comportamento che non deve allarmare, M49 si è sempre tenuto molto distante dalle persone, ma in questo periodo nelle zone che frequenta trova baite abbandonate, da cui probabilmente fuoriescono interessanti odori e profumi di attività umane cessate l'autunno scorso. E a M49, se non vede e non sente anima viva in giro, non manca certo la curiosità”.

 

“Nella recente storia della convivenza con i grandi carnivori la Provincia di Trento ha dovuto sempre muoversi in situazioni emergenziali, cercando di risolvere criticità in corso e correndo dietro affannosamente ad esigenze impellenti. È essenziale invece giocare d'anticipo puntando forte su buone pratiche di prevenzione, soprattutto in una zona, quella orientale del Trentino, non abituata alla presenza dell'orso e chi di conseguenza ospita aziende zootecniche rimaste piuttosto indietro sul tema dell'uso delle opere di prevenzione”.

 

“In particolar modo – prosegue la Lav – il tema delle baite stagionalmente abitate è un tema importante e delicato. Si dovrebbe non far abituare l'orso ad entrare all'interno rendendole inaccessibili. Sembrerebbe questa un'opera ciclopica ma sarebbe sufficiente l'installazione di inferriate ai fori finestrati o semplicemente di pannelli di materiali adeguati. Tutte precauzioni poco costose e facilmente gestibili anche in quota”.

 

“Le fotografie di vetri infranti sono alquanto esaustive sull'inadeguatezza dei sistemi di chiusura scelti. Non si perda tempo, quindi, e si stimoli chi lavora in montagna a mettere in pratica tutti i sistemi di prevenzione i quali, se utilizzati correttamente ed in modo sinergico, è ormai dimostrato garantiscano una protezione completa”.

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