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Riabilitazione dei fucilati della Grande Guerra, lo storico Isnenghi: "Sbagliata nel metodo. La memoria condivisa un abuso"

Può una maggioranza politica decidere cos'è giusto o sbagliato del passato? Perché a 100 anni di distanza si vogliono riabilitare i fucilati della Grande Guerra?  Dopo l'approvazione della risoluzione da parte della Commissione Difesa del Senato, il Dolomiti si è rivolto al maggiore storico della Grande Guerra, Mario Isnenghi, che non risparmia le critiche. "Politica e storiografia hanno prerogative che non si possono sovrapporre. La memoria condivisa? Un crimine metodologico e un abuso"

Di Davide Leveghi - 15 marzo 2021 - 18:28

TRENTO. “Mi pare sbagliato dall'inizio alla fine”. Commenta così, lo storico Mario Isnenghi, il disegno di legge approvato dalla Commissione Difesa sulla riabilitazione dei soldati fucilati durante la Grande Guerra. La risoluzione, promossa nel 2018 da una componente bipartisan del Parlamento, punta infatti a rivalutare una pagina nera della storia italiana. Una pagina risalente a oltre un secolo fa.

 

“Ritengo che riabilitare i 750 militari italiani giustiziati tra il 1914 e il 1918, compresi i fucilati per l'esempio che erano stati condannati con un processo sommario, sia stato un atto necessario e doveroso, che restituisce l'onore a centinaia di vittime ed ai loro familiari - aveva commentato invece la sottosegretaria alla Difesa Stefania Pucciarelli – finalmente, dopo poco più di un secolo, siamo riusciti a riabilitare la memoria dei nostri soldati, condannati alla fucilazione da tribunali militari di guerra, senza garanzie, in un clima di paura, dove l'esempio da dare alle truppe era spesso la motivazione della condanna”.

 

La loro riabilitazione storica, che passerebbe attraverso una targa sul Vittoriano e ai sacrari, all'apertura degli Archivi militari e all'inserimento nell'Albo d'oro dei caduti, rappresenta per Isnenghi, tra i principali esperti italiani della Grande Guerra, un atto politico nel campo della storia. Una misura che attacca un'etichetta morale dell'oggi ad un contesto molto diverso dal nostro, in nome di valori che contrastano chiaramente con quelli del tempo.

 

E' la politica di oggi che si appropria del passato. La politica lo fa – spiega – e lo utilizza per i propri scopi. Ma uno studioso di fronte a una risoluzione del genere non può che difendere i criteri metodologici. È una questione di metodo. Non può essere una maggioranza politica di un secolo dopo a decidere ciò che è giusto o ciò che è sbagliato. Politica e storiografia hanno prerogative diverse che non si possono sovrapporre”.

 

La scelta di riabilitare una memoria, quella dei fucilati della Grande Guerra, “come atto di riparazione civile e umana” (si legge nella risoluzione), sarebbe dunque il tentativo di adattare il passato ai nostri valori, di piegarlo ai nostri desideri. “In altri spazi e tempi si fa un atto simile per essere pietosi, promuovere la non violenza, e così via. Non metto in dubbio che in alcuni vi sia una motivazione morale, ma la pietas dello storico è altra cosa, perché il suo compito è di cercare di capire come siano andate le cose”.

 

Non è un caso, d'altronde, che tra i firmatari convivano anime politiche diverse – se non opposte, da LeU a Fratelli d'Italia – a dimostrazione dell'ennesima ricerca, come ribadito anche nel testo, di “una memoria condivisa”, in questo caso sulla Prima guerra mondiale. “La memoria condivisa è un crimine metodologico – continua Isnenghi – la vera memoria è quella che sa riconoscere le divisioni. Pretendere che si ricordano le stesse cose è quindi un abuso. Possiamo essere rispettosi delle posizioni degli altri, ad esempio, o cercare di comprenderle. Io da sempre nel mio lavoro mi sono occupato più dei fascisti che degli antifascisti, proprio per cercare di capire cosa li muovesse. Non è la memoria ma la storia a essere la stessa”.

 

Studiare il passato e non cercare di ingabbiarlo in giudizi morali avulsi dal loro contesto e utili soltanto a farci sentire a posto con la nostra coscienza è pertanto la soluzione. Anche perché la “memoria condivisa” finisce per essere una coperta troppo corta, che da qualunque parte venga tirata, finisce per lasciare qualcuno scoperto. È infatti la stessa memoria quella di un contadino povero mandato in trincea o di un borghese imboscato nelle retrovie? È la stessa memoria quella del bisnonno di un trentino, che combatté con indosso la divisa austro-ungarica, e quella dell'avo di un italiano delle vecchie province?

 

“Ci vuole il rispetto reciproco delle memorie, specie in una regione di frontiera – spiega Isnenghi – è importante conoscersi, non far finta di essere dalla stessa parte. Non si poteva fare al tempo, come si può farlo 100 anni dopo? Conosciamoci, riconosciamoci. Ognuno poi è libero di dare un giudizio, ma questo ha altro a che fare con la storia. I fatti restano a noi da accertare, a partire dai punti di vista e dalle interpretazioni. Questi cambiano con il tempo, i fatti no. Il paradosso è che vogliamo unire tutti sulla guerra ma non lo eravamo 100 fa, né lo siamo adesso sulla pace”.

 

Approvata all'unanimità dalla Commissione Difesa del Senato, la risoluzione passa ora al vaglio dell'Aula. E laddove dovesse trovare la maggioranza – cosa molto probabile – potrebbe portare a delle conseguenze nella considerazione istituzionale e pubblica di Luigi Cadorna, il “grande colpevole” delle fucilazioni sommarie. “Assieme a Giorgio Rochat (nel libro 'La grande guerra 1914-1918', edito da La nuova Italia nel 2000, ndr) abbiamo raccontato come Cadorna fosse un generale come gli altri. Aveva la stessa età e seguiva le stesse dottrine militari dei comandi di Paesi diversi”.

 

“E il fatto generazionale è importante – prosegue lo storico veneziano – poi ci sono i codici militari e i tribunali. E anche le condanne a morte hanno numeri diversi. Perché si fucila di più in Italia? Da dove vengono i codici? Quando nascono? Queste sono le domande che ci si deve porre. Il codice militare piemontese era già molto duro per conto suo. Cadorna lo rende più duro con una circolare che richiede un pronto intervento da parte dei sottotenenti, che devono ripulire le trincee dopo l'attacco sparando sul posto a chi rimane. E queste sono le cosiddette fucilazioni sommarie”.

 

Anche la decimazione è una misura introdotta da Cadorna. Queste se vogliamo sono le cose peggiori. Ma nella violenza, dai tribunali alla decimazione, c'è una gradazione. Che in Italia fosse più dura che in altri Paesi è un fatto. Ma senza pietismi dobbiamo capirlo attraverso la storia. Il Regno d'Italia è un Paese più giovane di altri. C'è più diffidenza nei confronti della popolazione. Pensiamo ai rapporti difficili tra lo Stato e la Chiesa. Su questo c'è un altro paradosso, e cioè che Cadorna è molto cattolico, così come la sua famiglia. Alcune sue sorelle sono suore. Ecco qual era la famiglia del famoso assassino. Queste sono cose che si dovrebbero sapere”.

 

Da tempo al centro delle richieste di eliminazione dalla toponomastica (da ultimo, in regione, con il fallito tentativo di cambiare il nome di una via a Merano – QUI e QUI gli articoli), il generale Cadorna torna quindi nel mirino. Ma quali saranno le prospettive in caso di approvazione della risoluzione? “Ci sarà uno iato di criteri, di metodo e di attese tra la politica e gli storici, che ragionano diversamente. La discussione se vogliamo rinasce dopo la vicenda delle foibe in Veneto, con la lettera inviata dagli studiosi a Mattarella per impedire una legge che limita la ricerca (della questione ci eravamo occupati in questo articolo, ndr)”.

 

E sulla toponomastica? “Io resto convinto che i cambi delle vie si facciano nelle rivoluzioni, non a bocce ferme – afferma Isnenghi – perché fino ad oggi non si è sentito il bisogno di togliere questo nome a Piazzale Cadorna (a Milano, ndr)? E se domani qualcuno arrivasse dagli abitanti di Via XX settembre (nel 1870, giorno della Breccia di Porta Pia, ndr) e dicesse che dovrebbe essere cambiata con Via XI febbraio (nel 1929, giorno della firma dei Patti Lateranensi, ndr)? Sono guerriglie semiologiche, che non andrebbero fatte a spizzico ma più sistematicamente. Per cambiare la toponomastica, dunque, aspettiamo la prossima rivoluzione, non la prossima risoluzione”.

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