Arrampicata: tra le proteste della gente, sale in parete con un rumoroso soffiatore a miscela per asciugare una presa. "Questi episodi stanno visibilmente aumentando"

Un episodio a dir poco singolare, verificatosi nella falesia della Calà del Sasso, un anfiteatro di roccia a breve distanza dal paese di Valstagna. La testimonianza: "Ora tante persone frequentano contesti montani con uno spirito "da palestra": molto sportivo e poco storico. Probabilmente i divieti saranno sempre più numerosi in futuro, quando diventeremo troppi: è la logica evoluzione della scalata, perché aumentano i praticanti, ma non la roccia a disposizione. Ahimé, penso che nasceranno patenti e patentini vari, con la perdita di quella componente di libertà insita nell’arrampicata"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“L'esperienza che ho vissuto domenica scorsa ha dell'incredibile”. Inizia così il racconto di un nostro lettore, relativo a un episodio a dir poco singolare, verificatosi nella falesia della Calà del Sasso, un anfiteatro di roccia a breve distanza dal paese di Valstagna.
“In falesia c’era tanta gente”, ci è stato raccontato, “e ce l’aspettavamo, perché è facilmente accessibile grazie a una strada forestale breve e comodissimo e la base delle pareti è davvero ben curata con muretti a secco, tavoli, panchine, erba sempre tagliata”.
“Stavamo tutti scalando e in mezzo alla parete c’era un ragazzo, assicurato dalla sua compagna, che provava un tiro gradato 8a/8a+. Non riuscendo a passare a causa di una presa bagnata, è sceso dalla via e si è fatto portare un soffiatore a miscela. È poi tornato fino al punto dove si era fermato e, con il soffiatore, ha iniziato ad asciugare il tratto bagnato. Ovviamente facendo un gran baccano.
All'inizio nessuno gli ha detto niente, perché si pensava fosse solo questione di una presa.
Poi ha riprovato a salire il tiro, ma è caduto di nuovo sullo stesso punto. A quel punto ha riacceso il soffiatore e allora la gente ha iniziato a spazientirsi. Hanno incominciato a urlargli dietro, hanno chiesto all’assicuratrice di farlo smettere, ma lei ha risposto ‘non so cosa dirvi, è lui che è su e non so cosa fare’. Una volta sceso tutta la falesia l’ha ‘cazziato’, dicendogli che non lo doveva fare. A fine giornata, non pago di essersi preso parole, ha riacceso il soffiatore una terza volta”.
“A mio avviso”, continua il lettore, “questi episodi stanno aumentando nel tempo a causa del crescente numero di persone che praticano questa attività. Specialmente nell’ultimo anno e mezzo. Ad esempio è facile trovare ai piedi delle falesie cani lasciati liberi, che non è raro si azzuffino; casse con musica a tutto volume; persone che urlano a squarcia gola anche con epiteti poco piacevoli e offensivi; minacce; persone palesemente impreparate; gente che spara coriandoli per poi non pulire. Io credo dunque che questi episodi siano in aumento perché le persone stanno aumentando, ma anche perché le falesie ormai sono viste come un’estensione delle sale indoor e quindi viene saltata tutta quella parte di formazione storica, culturale ed etica che è invece necessaria per sviluppare un approccio consapevole alla scalata. La gente crede che andare in falesia sia come andare in palestra e puoi far casino e puoi fare quello che vuoi. Ma in realtà la falesia è un ambiente completamente diverso”.
“Stanno anche aumentando gli attriti tra climbers stessi, pensiamo solo ai frequenti furti dei rinvii, ma anche alle diatribe sulla chiodatura di nuove vie o alla richiodatura di vie storiche che provocano dissapori tra le diverse comunità di arrampicatori. Visioni differenti dell’arrampicata causano litigi e malumori. Ma altri attriti, sempre per le ragioni sopraelencate, non è raro si verifichino anche con le comunità locali, e questo può portare alla chiusura delle pareti o al divieto di arrampicata in alcuni settori”.
Il lettore riflette nuovamente sul cambio di approccio alle verticalità: “Io scalo da dieci anni, ho cominciato subito in montagna, a Dobbiaco, con una guida sudtirolese, e ho avuto un’impronta molto alpinistica, tant’è che per tanti anni non ho quasi mai scalato in falesia. Ho sviluppato il mio modo di fare alpinismo sulla lettura di tanti libri e articoli di montagna. Una visione del tutto personale, ma che rispecchia quella di un alpinismo basata sul rispetto. Ora, invece, mi accorgo che tante persone frequentano contesti alpini con lo stesso spirito da palestra, molto sportivo e poco storico: ormai nessuno guarda più quando una via è stata aperta; si è perso l’utilizzo corretto dei termini e per me questo è uno dei sintomi della perdita culturale all’interno del mondo dell’alpinismo”.
“Sarebbe forse necessario”, conclude, “incentivare percorsi educativi, magari attraverso serate dedicate alla cultura, alla storia e all’etica alpinistica. Tuttavia, proprio chi si dovrebbe occuparsi di sviluppare queste iniziative, spesso attrezza i nuovi itinerari in modo tale da permettere l’accesso alle masse, senza un occhio di riguardo all’etica della chiodatura e talvolta anche alla sicurezza degli itinerari, perché ho visto talvolta anche delle chiodature al limite dell’assurdo dal punto di vista della pericolosità. Il più grande cambiamento lo vedo nelle vie in montagna. Un tempo (parliamo di venti-trent'anni fa) si apriva per sé e perché la parete poneva dei problemi, usando attrezzature adeguate a superarli, senza la ricerca di ripetizioni. Oggi non si parla nemmeno più di ‘aprire’, ma di ‘attrezzare e sistemare’: una nuova via si cerca e si ‘mette a posto’ semplicemente perché sia ripetuta.
Sempre dal punto di vista educativo, la cartellonistica informativa purtroppo risulta inefficace perché viene spesso ignorata.
Probabilmente i divieti saranno sempre più numerosi in futuro, quando diventeremo troppi: è la logica evoluzione della scalata, perché aumentano i praticanti, ma non la roccia a disposizione. Ahimé, penso che nasceranno patenti e patentini vari, con la perdita di quella componente di libertà insita nell’arrampicata. Gli incidenti stanno aumentando in modo evidente e, quando inizieranno a essere troppi, qualcuno comincerà a normare. Già oggi, in diverse falesie, c’è l’obbligo di assicurazione per accedere”.












