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Ambiente | 11 novembre 2025 | 12:00

20.000 piantine di abete bianco e rosso per salvare la ricchezza genetica dell’Appennino settentrionale: "Bisogna evitare di perderla, non esiste un piano B"

Nei territori del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano si trovano piccole, frammentatissime popolazioni di conifere estremamente peculiari da un punto di vista genetico. A partire dal 2022 il Parco ha organizzato la raccolta di centinaia di migliaia di semi di abete bianco e rosso, ora diventati piantine pronte per realizzare importanti progetti di conservazione

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Nei due diversi versanti dell’Appennino settentrionale, all’interno dei vivai di Camporgiano (LU) e Ponte Scodogna (PR), oltre 20.000 piantine di abete bianco e abete rosso sono in “attesa di trasferimento” nei boschi del Parco Nazionale dell'Appennino Tosco Emiliano, dove diventeranno protagoniste di particolari interventi di conservazione.

 

Si tratta di di due sole specie, ma caratterizzate una preziosissima diversità genetica: quella delle ultime popolazioni sopravvissute in questo territorio. “Questi piccoli, preziosissimi boschi sono oggi troppo isolati per scambiarsi polline e semi”, ha scritto Andrea Piotti, genetista del CNR-IBBR - Istituto di Bioscienze e BioRisorse, “così… gli diamo una mano noi”.

 

Proprio ad Andrea Piotti abbiamo posto alcune domande relative a questo interessante progetto del Parco.

 

“Nei territori del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano (PNATE), e della Riserva MAB UNESCO che lo circonda, si trovano piccole, frammentatissime popolazioni di conifere estremamente peculiari da un punto di vista genetico”, spiega il ricercatore. “L’abete bianco, che deriva localmente da un’estesa area in cui la specie si è rifugiata durante le glaciazioni, ha tanta diversità genetica, soprattutto considerando le ridottissime dimensioni attuali della dozzina di popolazioni presenti in Appennino settentrionale. Le due popolazioni residue di abete rosso (quella della Val Cedra nel territorio del PNATE e quella più nota di Campolino - PT), hanno invece una diversità genetica ormai ridotta all’osso, ma molto peculiare rispetto alle enormi popolazioni che, dalle Alpi verso nord, costituiscono la stragrande maggioranza dell’areale della specie. Ma l’Appennino settentrionale ospita popolazioni geneticamente molto interessanti anche di altre conifere, come il pino silvestre e il tasso, due specie su cui sarebbe molto interessante eseguire ulteriori approfondimenti”.

 

Le situazioni descritte da Piotti sono accomunate dall’estrema fragilità delle popolazioni rimaste, che si sono fortemente contratte nelle ultime centinaia di anni anche a causa delle attività antropiche (cambi di uso del suolo e interventi selvicolturali svolti senza le odierne accortezze). Proprio per porre rimedio all’andamento di questa pericolosa curva demografica il PNATE, nel 2022 (un’annata di pasciona, cioè grande e sincrona produzione di seme), ha organizzato la raccolta di centinaia di migliaia di semi di abete bianco e rosso per realizzare progetti di conservazione di queste importanti risorse genetiche forestali.

 

“Gli interventi, che hanno l’obbiettivo generale di aumentare la complessità ecosistemica delle foreste, sono stati progettati tenendo in forte considerazione i risultati ottenuti negli ultimi anni dalle ricerche svolte nel Parco, mostrando come la sinergia tra centri di ricerca ed enti pubblici deputati alla gestione del territorio possa avere risvolti applicativi di grande rilievo”, sottolinea Piotti.


Non si tratta quindi di piantine qualunque, come abbiamo capito. Da questa constatazione deriva una domanda spontanea: come sono stati selezionati i semi?

 

“Il Parco, avvalendosi della collaborazione con il nostro gruppo di ricerca e dei risultati di una serie di progetti finalizzati a capire il valore delle popolazioni di conifere ancora esistenti, ha accuratamente selezionato sei popolazioni di abete bianco da cui raccogliere i semi”, spiega il ricercatore. “L’obiettivo, tenendo in considerazione la complicata logistica della raccolta, era di arrivare a produrre piantine con tanta diversità genetica, capaci anche di conservare quelle caratteristiche rare che rendono queste popolazioni tanto peculiari”. Per quanto riguarda l’abete rosso, invece, si tratta di una situazione demografica così estrema che non c’era possibilità di pianificare granché la raccolta: “Le circa 20 piante da cui è stato possibile raccogliere semi rappresentano approssimativamente un decimo di quelle adulte esistenti, il che dovrebbe garantire un’ottima rappresentatività della diversità della popolazione”.

 

Si tratta di attività di conservazione decisamente interessanti, ma anche complesse e costose. Viene quindi da chiedersi anche perché sia così fondamentale mantenere la diversità genetica di queste due specie autoctone.

 

“Siamo in un momento storico in cui sappiamo che la maggior parte delle specie dovrà intraprendere rapide e difficoltose migrazioni altitudinali e latitudinali”, spiega Piotti. “In tale contesto, la ricchezza e peculiarità genetica delle conifere del PNATE potrebbe rivelarsi cruciale per i destini di queste specie in tutto il loro areale, sia nelle aree meridionali che le ospitano – come la penisola italiana – ma soprattutto più a nord, dove la loro diversità genetica potrebbe rivelarsi decisiva per affrontare il clima del futuro”.

 

Andrea Piotti sottolinea come la richiesta di semi di popolazioni meridionali da parte del settore vivaistico forestale centro e nord-europeo stia incrementando notevolmente e quanto gli investimenti siano sempre più indirizzati a valutare quali saranno le performance di questo germoplasma nel futuro orizzonte climatico: “Siamo custodi di una diversità che potrebbe davvero rivelarsi cruciale per la nuova generazione di foreste europee, e questo deve ulteriormente responsabilizzarci nelle scelte che faremo, soprattutto considerando che, qualora questa diversità genetica si estinguesse, sarebbe persa per sempre, senza alcun piano B per recuperarla”.


I risultati ottenuti negli ultimi anni dal CNR-IBBR, in studi sostenuti economicamente dal PNATE, stanno aiutando non solo nella scelta delle piante da cui raccogliere semi, ma anche nel programmare le azioni di conservazione che sarà possibile attuare con le circa 20.000 piantine attualmente in produzione.

 

“Abbiamo recentemente dimostrato come, per mantenere la propria diversità genetica, le popolazioni frammentate di abete bianco abbiano molto più bisogno di non scendere sotto una soglia critica in termini di numero di piante riproduttive, piuttosto che essere ben connesse con le popolazioni circostanti”, spiega il ricercatore. “Questo significa che, nell’urgenza attuale, è molto più efficace investire nell’allargare i nuclei esistenti piuttosto che creare nuove "popolazioni ponte" che favoriscano il flusso genico”.

 

“Le analisi genetiche sulle popolazioni locali di abete bianco e abete rosso del Parco, così come le attività vivaistiche condotte nei vivai, sono finanziate nell’ambito di attività di ricerca e conservazione promosse dal PNATE in stretta collaborazione con alcuni dipartimenti universitari, come il DAGRI dell’Università di Firenze, e il CNR”, sottolinea Willi Reggioni, tecnico forestale dell’Area protetta. “In particolare, i costi di queste attività sono sostenuti principalmente attraverso lo strumento finanziario del Ministero dell’Ambiente "Parchi per il Clima", che ci ha permesso di avviare e sviluppare questo filone di lavoro a partire dal 2020. Parte delle attività sono supportate anche dal programma europeo LIFE Clima Adattamento, che contribuisce a finanziare azioni di monitoraggio e gestione sostenibile delle risorse genetiche forestali”.

 

Gli stessi strumenti finanziari, spiega Reggioni, consentono anche di sostenere i costi degli interventi selvicolturali e di una campagna di comunicazione e sensibilizzazione che trova nel "Centro uomini e foreste d’Appennino", istituito formalmente nel 2018, la sua anima e la sua forza propulsiva.

 

L’obiettivo dei Parchi e, in particolare, delle riserve MAB (Man and Biosphere), è di “garantire un equilibrio tra uomo e ambiente attraverso la tutela della biodiversità e le buone pratiche dello sviluppo sostenibile”. Laddove storicamente l’uomo ha contribuito a creare squilibri, come nel caso della frammentazione delle popolazioni di abete bianco e rosso nell’Appennino settentrionale, è necessario porre rimedio, per continuare così a gestire e utilizzare il bosco ma garantendone al tempo stesso la tutela. Le 20.000 piantine di abete bianco e rosso in attesa di essere messe a dimora sono un esempio pratico di questa visione lungimirante, che sarebbe da esportare anche al di fuori delle aree protette.


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