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Ambiente | 11 settembre 2025 | 18:00

C'è un larice di oltre 500 anni che dialoga con il ghiacciaio delle Grandes Murailles: se un tempo potevano sfiorarsi, ora si guardano da lontano

Ghiacciaio e larice si osservano ancora, ma lo spazio che li separa è aumentato sensibilmente. Tuttavia, se l’albero sembra viaggiare su una scala temporale indipendente, quella del ghiacciaio sta invece allineandosi a quella umana. Pare infatti invecchiare con la medesima rapidità delle persone e questo, purtroppo, è un fenomeno da non sottovalutare

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Il larice ha sicuramente superato i 500 anni. Qualcuno sostiene ne abbia addirittura 520. In ogni caso, come mi ha fatto notare una signora, quando si è affacciato dal terreno l’America era stata scoperta da pochissimi anni.

 

Vecchio è vecchio. Lo si nota immediatamente avvicinandosi corteccia spessa e ruvida: una pellaccia bruna, screpolata, che ricorda il cuoio indurito dal tempo e dall’usura e che ne ricopre il tronco rastremato, molto largo alla base e stretto in punta.

 

In Valpelline (e non solo) in molti sostengono sia il primo a mettere gli aghi in primavera e l’ultimo a ingiallire in autunno.

 

Ma la sua peculiarità più preziosa, dal mio punto di vista, è un’altra. Il larice di Gordzé (come viene chiamato) è infatti un importante punto di riferimento per misurare le profonde e repentine trasformazioni paesaggistiche che stanno caratterizzando la storia recente.

L’esistenza degli alberi monumentali e del contesto in cui si inseriscono, come ben sottolinea Marco Albino Ferrari nel suo ultimo libro La montagna che vogliamo, è infatti fittamente intrecciata a quella delle comunità che abitano il territorio, ma può anche dipendere da fenomeni esterni ai confini delle valli.

 

Prima di recarmi in visita al larice da più fonti ho appreso che, all’inizio del XX secolo, il ghiacciaio delle Grandes Murailles si spingeva fino a lambire le sue radici, che affondano nel terreno a 2.080 metri.

 

Sono trascorsi appena cento anni, eppure il paesaggio parla chiarissimo: la fronte glaciale, nuda, grigiastra e frazionata in una ragnatela di crepe, oggi si trova diversi chilometri a monte.

 

Sembra quasi ordinario ricordarlo, ma guardandosi attorno forse è un’informazione che vale la pena ripetere: la causa del ritiro, l’estinzione della lingua di ghiaccio, sono i gas serra immessi in atmosfera dalle attività antropiche.

 

Ghiacciaio e larice si osservano ancora, ma lo spazio che li separa è aumentato sensibilmente. Tuttavia, se l’albero secolare sembra viaggiare su una scala temporale indipendente, godendo di una buona salute nonostante l'età, quella del ghiacciaio sta invece allineandosi a quella umana. Pare infatti invecchiare con la medesima rapidità delle persone e questo, purtroppo, è un fenomeno da non sottovalutare.

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