Contenuto sponsorizzato
Ambiente | 04 novembre 2025 | 06:00

Circa 9.000 ranger e addetti del National Park Service sono in licenza forzata. Senza di loro i rifiuti si accumulano, i sentieri si degradano e gli ecosistemi più fragili rischiano danni duraturi

Da un mese il governo federale degli Stati Uniti è pressoché bloccato da uno shutdown che ha messo in congedo forzato centinaia di migliaia di dipendenti pubblici, tra cui scienziati, tecnici e ranger dei parchi nazionali. Si tratta di una crisi politica che lascia un evidente danno sul progresso scientifico e sulla tutela dell’ambiente

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Qualche giorno fa mandavo una mail a un collega che lavora in una nota agenzia di ricerca statunitense. Dopo pochi secondi mi è arrivata la risposta. Troppo rapida per essere un messaggio reale, ho pensato subito a un’email automatica, di quelle che si impostano quando si è in ferie o impossibilitati a leggere la posta. E infatti era così: il collega mi informava che, a causa dello shutdown governativo, era stato posto in congedo forzato e senza stipendio. Non lavorerà fino al termine del blocco.

 

Ho dovuto rileggere più volte quelle righe. Non conoscevo i termini usati per descrivere una condizione che nel nostro Paese non ha un equivalente. Per comprendere meglio ho cercato qualche informazione in più. Ho così scoperto che nella sola agenzia dove lavora il mio contatto ci sono 15.000 persone nella sua stessa situazione, sospese dal lavoro da oltre un mese. A livello nazionale, secondo stime ufficiali, oltre 700.000 dipendenti federali sono oggi in furlough, ovvero in congedo forzato e senza retribuzione.

 

Il termine shutdown significa letteralmente “spegnimento”: si verifica quando il Congresso degli Stati Uniti non riesce ad approvare in tempo le leggi di bilancio che finanziano le attività del governo federale. L’anno fiscale americano inizia il 1° ottobre, e se entro quella data non si trova un accordo, la macchina statale si ferma. Si tratta di una sorta di “standby amministrativo” che blocca tutte le funzioni non considerate essenziali per la sicurezza e il funzionamento del Paese.

 

Il principio è sancito da una legge la cui impostazione risale al 1884, l’Antideficiency Act, che vieta agli enti federali di spendere fondi non autorizzati dal Congresso. Il meccanismo servirebbe a proteggere le casse pubbliche; in pratica, ogni volta che si attiva paralizza ampi settori della vita civile, economica e scientifica degli Stati Uniti.

 

Le attività definite essenziali – come il controllo del traffico aereo, la sicurezza nazionale o la gestione delle emergenze meteorologiche – continuano, ma il resto si ferma. E in questo “tutto il resto” rientrano la ricerca scientifica, l’amministrazione ambientale e la tutela dei parchi naturali.

 

Tra le agenzie coinvolte ci sono giganti della scienza federale come la National Science Foundation (NSF), che finanzia una parte consistente della ricerca di base svolta negli Stati Uniti; i National Institutes of Health (NIH), che gestiscono la ricerca biomedica a livello federale; la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), che monitora oceani e clima; lo U.S. Geological Survey (USGS), che si occupa di geologia, idrologia e rischi naturali; la NASA, che oltre alle missioni spaziali coordina la raccolta di dati satellitari sulla Terra; e l’Environmental Protection Agency (EPA), punto di riferimento per il controllo dell’inquinamento e la qualità di aria, acqua e suoli.

 

Gran parte del personale di queste agenzie è a casa da un mese, e con esso si è fermata la macchina che coordina esperimenti, assegna fondi, elabora dati e sostiene migliaia di ricercatori e ricercatrici. I bandi sono sospesi, le revisioni di progetti congelate, e perfino l’accesso ai server e ai database pubblici può risultare limitato.

 

Le conseguenze dello shutdown non riguardano solo laboratori e computer, ma anche territori, ecosistemi e comunità. La NOAA, ad esempio, ha sospeso parte dei programmi di monitoraggio marino e costiero; lo USGS ha ridotto le sue attività di sorveglianza idrogeologica e sismica; l’EPA non può effettuare molte delle analisi di routine per la valutazione della qualità di aria, acque interne e suoli. Nel caso della NASA rimangono attive solo le attività essenziali per garantire la sopravvivenza degli astronauti della Stazione Spaziale Internazionale e il corretto funzionamento dei satelliti in orbita: poche altre missioni stanno continuando in queste settimane.

 

Ci sono inoltre i Parchi Nazionali. Anche qui lo shutdown sta lasciando segni profondi. Molti parchi rimangono aperti ma con servizi minimi e manutenzione sospesa. Circa 9.000 ranger e addetti del National Park Service sono in licenza forzata. Senza di loro, i rifiuti si accumulano nei centri visitatori, i sentieri si degradano senza poter essere ripristinati, la fauna non è sorvegliata e gli ecosistemi più fragili rischiano danni duraturi. Nel 2019, quando si verificò lo shutdown più lungo di sempre (35 giorni), i danni stimati per i parchi naturali americani furono di diverse decine di milioni di dollari, secondo la National Parks Conservation Association.

 

Lo shutdown è il riflesso di una crisi politica profonda. Per arrivare a un accordo e superare l’impasse servirebbe l’approvazione dello stesso testo di legge alla Camera dei Rappresentanti (a maggioranza repubblicana), al Senato (a maggioranza democratica) e la firma del Presidente. Il Congresso è spaccato in due e non riesce a trovare un compromesso. Il risultato è una paralisi che colpisce chi lavora per garantire conoscenza, salute e tutela dell’ambiente. Diversi osservatori temono che, a causa delle posizioni molto lontane tra i due schieramenti, l’attuale blocco possa presto diventare il più lungo della storia americana: mancano ormai pochi giorni per eguagliare il record del 2019.

 

Colpisce la scarsa attenzione verso questa vicenda: mentre si parla di politica, conflitti e rapporti internazionali, pochi notano che gli Stati Uniti, il Paese che investe più di ogni altro nella ricerca scientifica e tecnologica, ha momentaneamente “spento” gran parte delle sue attività e sta trascurando la tutela del proprio territorio. Viste le dimensioni e l’influenza degli Stati Uniti, sarebbe ingenuo pensare che queste criticità non abbiano effetti negativi anche molto lontano dai loro confini.

SOSTIENICI CON
UNA DONAZIONE
Contenuto sponsorizzato
recenti
Ambiente
| 26 aprile | 19:00
Cosa fanno i forestali mentre osservano questa avanzata? Intervenire altera l'ecologia attuale, ma il [...]
Storie
| 26 aprile | 18:00
"Loro camminano. La massa nevosa si mette in movimento. In un primo momento pare quasi innocua. Poi, in maniera [...]
| 26 aprile | 13:00
Un itinerario ad anello nella parte più appartata e autentica della Val Campelle, alle porte sudoccidentali del [...]
Contenuto sponsorizzato