Contenuto sponsorizzato
Ambiente | 25 novembre 2025 | 15:34

COP30 di Belém: tra piccoli passi avanti e grandi occasioni mancate

Nei primi dieci giorni sembrava essersi aperto uno spazio reale per un accordo ambizioso: il Brasile aveva tentato di costruire un’alleanza con la Cina e più di 80 Paesi spingevano per una roadmap sull’uscita dai combustibili fossili. I Paesi del Golfo hanno difeso lo status quo e l’assenza degli Stati Uniti – unico attore in grado di esercitare pressione sull’Arabia Saudita – ha pesato sul risultato. L’accordo finale evita di citare petrolio, gas e carbone e non accoglie la proposta del presidente Lula di definire una tabella di marcia vincolante su fossili e perdita di foreste tropicali

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

La COP30 di Belém si è conclusa dopo oltre due settimane di negoziati. Nei primi dieci giorni sembrava essersi aperto uno spazio reale per un accordo ambizioso: il Brasile aveva tentato di costruire un’alleanza con la Cina e più di 80 Paesi spingevano per una roadmap sull’uscita dai combustibili fossili. Ma negli ultimi due giorni le distanze sono riemerse con forza. I Paesi del Golfo hanno difeso lo status quo e l’assenza degli Stati Uniti – unico attore in grado di esercitare pressione sull’Arabia Saudita – ha pesato sul risultato.

 

L’accordo finale, la "Mutirão Decision", evita di citare petrolio, gas e carbone e non accoglie la proposta del presidente Lula di definire una tabella di marcia vincolante su fossili e deforestazione.

 

Ma non rappresenta un arretramento rispetto a Dubai: l’avvio di un acceleratore globale per l’attuazione, un processo volto a coordinare e monitorare la messa in pratica degli impegni climatici fissati negli ultimi cicli negoziali, e della Missione di Belém per 1,5°C, che mira a mantenere le politiche allineate alla soglia critica attraverso piani nazionali più coerenti, mantiene aperta la traiettoria verso una fase di implementazione più concreta, anche se priva di obblighi quantitativi.

 

Sul fronte dell’adattamento, uno dei temi più attesi dai Paesi più vulnerabili, il testo finale introduce un risultato rilevante: si chiede uno sforzo per almeno triplicare entro il 2035 le risorse finanziarie dedicate a questo tema, esortando i Paesi sviluppati a rafforzare la loro traiettoria. L’obiettivo si inserisce nella decisione presa a Baku di mobilitare almeno 300 miliardi di dollari l’anno verso i Paesi in via di sviluppo, includendo i flussi delle banche multilaterali e i contributi volontari Sud-Sud. È un passo avanti rispetto alle COP precedenti, soprattutto considerando che l’attuale quota di finanza climatica destinata all’adattamento oscilla intorno al 28% del totale e spesso in forma di prestiti. Tuttavia, resta debole rispetto alle richieste dei Paesi meno sviluppati, che domandavano obiettivi annuali vincolanti, maggiore trasparenza e una quota più alta di finanziamenti a fondo perduto.

 

La distanza tra impegni e bisogni rimane quindi ampia, soprattutto in un contesto in cui secondo il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente il gap nell’adattamento potrebbe raggiungere i 300 miliardi di dollari l’anno entro il 2030.

 

La questione della responsabilità condivisa continua a essere rinviata, mentre gli impatti climatici avanzano più rapidamente della capacità di risposta: nel 2023 oltre 30 milioni di persone sono state sfollate da eventi estremi, un dato che conferisce ulteriore urgenza al tema.

 

E se l’adattamento avanza con cautela, il tema della deforestazione resta uno dei grandi nodi irrisolti. Il lancio del Tropical Forests Forever Facility, il fondo per proteggere le foreste tropicali lanciato dal Brasile, non è accompagnato da impegni vincolanti né da criteri di monitoraggio, un limite che pesa ancora di più per un Paese ospitante che ha fatto della tutela dell’Amazzonia un simbolo politico. Un nuovo report del WWF conferma la gravità della situazione: la perdita di foreste tropicali procede a un ritmo incompatibile con l’obiettivo di 1,5°C e oltre il 90% della deforestazione è legata a poche filiere agricole – soia, carne bovina, palma da olio e cacao. E non si tratta di un problema distante. Secondo il WWF, il 10% della deforestazione è legata ai nostri consumi e ogni italiano, con le proprie scelte alimentari, è responsabile della perdita di 6 metri quadrati di foresta l’anno. Significa che, su scala nazionale, i consumi alimentari dell’Italia contribuiscono ogni anno alla distruzione di un’area equivalente a oltre 4000 campi da calcio. La deforestazione non è più pensabile come un fenomeno che accade altrove: il legame tra scelta individuale e impatto sistemico è ormai tracciato con chiarezza scientifica. Senza un intervento coordinato lungo tutta la catena del valore, dalla produzione al consumo, il rischio è che gli impegni restino marginali e frammentati, con un impatto globale insufficiente.

 

Questo quadro riguarda da vicino anche l’Europa. A pochi giorni dalla chiusura della COP, il Consiglio UE ha deciso di posticipare di un anno l’entrata in vigore del nuovo regolamento contro la deforestazione importata. Il rinvio amplia il divario tra ambizione dichiarata e pratica commerciale, mantenendo i mercati europei come destinazione finale di filiere ad alto impatto provenienti dal Sud globale. È un campanello d’allarme che Belém non ha contribuito a smorzare, soprattutto in assenza di un collegamento esplicito tra i negoziati sul clima e le trasformazioni dei sistemi alimentari, responsabili di quasi un quarto delle emissioni globali e tra i principali driver della distruzione degli ecosistemi. A ciò si aggiunge una crescente pressione politica interna: diversi Stati membri hanno chiesto maggiore flessibilità per le imprese, mentre le organizzazioni ambientaliste denunciano il rischio di "un anno perso" in un settore dove la velocità è decisiva.

 

E l’Italia, che ruolo ha giocato a Belém? La COP ha segnato una riduzione del peso negoziale di Roma. L’Italia ha mantenuto una postura difensiva, frenando gli slanci europei e brasiliani e non aderendo ad alcune delle principali iniziative collettive, come la coalizione per pianificare l’uscita dai combustibili fossili. Anche sul fronte forestale, la posizione è apparsa prudente, senza impegni aggiuntivi né contributi finanziari dedicati. Una scelta che rischia di indebolire la credibilità internazionale del Paese in un momento in cui l’Europa tenta di ridefinire la propria leadership climatica.

 

Molte, dunque, le ombre e le criticità di questo negoziato. Ma è importante sottolineare anche i passi in avanti. La società civile è tornata centrale dopo tre edizioni ospitate in contesti a libertà limitata: la Cupola dei Popoli ha riportato al centro le rivendicazioni legate a giustizia, governance e diritti, mentre le comunità indigene hanno ottenuto il riconoscimento di dieci territori. Allo stesso tempo, fuori dal negoziato guidato dalla presidenza brasiliana si è mossa una nuova geografia della cooperazione. La Belém Declaration, guidata da Colombia e Paesi Bassi, riunisce un gruppo crescente di Stati impegnati a pianificare collettivamente l’uscita da petrolio, gas e carbone. Può questa dinamica dal basso spingere il multilateralismo oltre l’impasse negoziale?

 

Belém non chiude il divario tra le politiche attuali e la traiettoria di 1,5°C. Ma in un contesto segnato da tensioni geopolitiche e nuove alleanze, la cooperazione internazionale non si è fermata. Il percorso rimane fragile, ma aperto. Il prossimo appuntamento per i Paesi volenterosi sarà a fine aprile a Santa Marta, in Colombia, mentre tra un anno ci si ritroverà ad Antalya per la COP31 a doppia presidenza turco-australiana con la sfida più urgente ancora sul tavolo: trasformare le parole in azioni e rendere irreversibile l’uscita dai combustibili fossili.

 

In apertura: fotografie dalla Cop30, credits Ricardo Stuckert; Lou Gold; Loss and Damage Collaboration

SOSTIENICI CON
UNA DONAZIONE
Contenuto sponsorizzato
recenti
Alpinismo
| 27 aprile | 06:00
Conosciuto con il progetto "The Vertical Eye", lavora da anni come fotografo e filmer professionista [...]
Ambiente
| 26 aprile | 19:00
Cosa fanno i forestali mentre osservano questa avanzata? Intervenire altera l'ecologia attuale, ma il [...]
Storie
| 26 aprile | 18:00
"Loro camminano. La massa nevosa si mette in movimento. In un primo momento pare quasi innocua. Poi, in maniera [...]
Contenuto sponsorizzato