"Il disastro della Marmolada parte da lontano e interroga il nostro modo di frequentare la montagna e i nostri modelli di consumo". In libreria 'La lezione della Marmolada', di Mauro Varotto

Domenica 3 luglio 2022, una slavina di ghiaccio e roccia, trascinata dalla caduta di un enorme seracco del ghiacciaio della Marmolada, travolse due gruppi di alpinisti causando 11 morti e 7 feriti. A distanza di tre anni dalla tragedia, Mauro Varotto riflette sulla stratificazione di significati che permea il ghiacciaio e il suo cedimento. Lo fa nel secondo volume della collana firmata L’AltraMontagna, intitolato "La lezione della Marmolada"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Tre anni fa, sul ghiacciaio della Marmolada, alle 13:43 di domenica 3 luglio 2022, due cordate di alpinisti furono travolte da una slavina di ghiaccio e roccia. Fu un’onda di circa 200 metri, con un'altezza di 60 e una profondità di 80 metri, scesa a 300 chilometri orari per 500 metri circa. La valanga di detriti, causata dal distaccamento di un grosso seracco, si portò via undici vite. Secondo la Commissione glaciologica l’evento non era prevedibile, ma sarebbe stato causato dalle elevate temperature dei giorni precedenti e dall’enorme afflusso di acqua di fusione tra le profondità del ghiacciaio.
Considerate le temperature degli ultimi giorni e lo squarcio ancora visibile vicino Punta Rocca, rimane da chiedersi cosa abbiamo imparato da quella catastrofe, e se siamo stati in grado di elaborare il lutto in maniera costruttiva.
In occasione dell’anniversario della tragedia, abbiamo parlato della Marmolada con Mauro Varotto, professore ordinario di Geografia all'Università di Padova, da oltre venticinque anni impegnato nella misurazione e nello studio del ghiacciaio dolomitico. Di recente è uscito in pre-ordine il suo nuovo libro, La lezione della Marmolada, parte della collana de L’AltraMontagna, per la casa editrice People. Il volume esplora quattro punti di vista che vedono il ghiacciaio in estinzione come un’occasione per una serie di riflessioni e riletture che interpellano gli approcci più diversi.
Cos’è successo il 3 luglio 2022? Quali sono state le cause del crollo?
La tragedia è stata un evento parossistico, fuori dall’ordinario, improvviso e imprevedibile. È chiaro però che la storia fa precedente; quindi il fatto che sia accaduto mette in guardia sulla possibilità che riaccada in condizioni simili. Si è trattato di un complesso connubio di condizioni: una situazione di caldo anomalo e persistente, che ha determinato condizioni di fusione molto intense, e che ha colpito un’area fortemente crepacciata, quindi già in buona parte staccata dalla massa retrostante del ghiacciaio. E poi c’è stato un altro effetto combinato dovuto alla temperatura delle rocce circostanti, che si sono riscaldate molto facilitando il distacco della nicchia di ghiaccio. Questa porzione di ghiacciaio, così instabile, era poi prossima ad una parete rocciosa strapiombante, quella del versante laterale della valle che sale a Punta Penia. Questo ha determinato il disastro; se non ci fosse stata pendenza, il distacco non avrebbe avuto esiti così tragici. Di recente è uscito un articolo scientifico di Aldino Bondesan, che spiega il crollo nel dettaglio dal punto di vista geofisico.
Prima dell’ultimo volume, avevi partecipato alla stesura di un manifesto “per un’altra Marmolada”. Com’era emersa quest’esigenza?
Il manifesto è un’iniziativa della Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile (RUS), che ogni anno, da sei anni a questa parte, lancia un’iniziativa che si chiama Climbing for climate: ogni anno si sceglie una sede particolarmente significativa da cui lanciare messaggi di allerta sul fronte del cambiamento climatico. L’anno scorso eravamo in Marmolada, quello precedente in Adamello. Per quest’ultimo, la scomparsa del ghiacciaio - il più grande delle Alpi - è prevista entro la fine del secolo. Per la prima, potrebbero bastare 15 anni.
Nel manifesto abbiamo ripreso tutta una serie di istanze e appelli che erano in qualche modo già presenti nella storia della Marmolada: c’era stato un manifesto di Mountain Wilderness del ’98, poi uno studio del Muse nel 2006. Tutti orientati a uno sviluppo sostenibile, contro l’heliski, contro gli impianti di risalita, contro la perpetuazione dello sci di massa in alta quota nonostante le condizioni sempre più precarie. Poi c’è stato un ulteriore rilancio di Guido Trevisan, gestore del rifugio Pian dei Fiacconi, con il quale avevamo lanciato tutta una serie di proposte di turismo dolce, di frequentazione alternativa. Dopo che una valanga ha distrutto il suo rifugio - purtroppo - il progetto si è arenato.
Per questo abbiamo voluto riprendere queste istanze, su tre livelli. Il primo è politico; la montagna - la Marmolada - è sempre stata divisa: cordate diverse, ognuno a rincorrere il suo interesse, chi dal lato bellunese chi da quello trentino, senza mai pensare ad una gestione coordinata. Il secondo è economico e chiede di ripensare i modelli di fruizione: accanirsi con teli protettivi e nuovi impianti di risalita pensando allo sci come unica modalità di valorizzazione della montagna è una visione che ha gli anni contati. Infine, sul piano culturale, la proposta verte su una sensibilizzazione al cambiamento climatico attraverso l’esperienza della Marmolada, con iniziative educative, scientifiche e culturali.
Perché dedicare alla Marmolada tutta questa attenzione se il ghiacciaio è destinato a scomparire?
Quello della Marmolada è uno dei primi ghiacciai “importanti” che sparirà, è importante dunque farne un monito, un esempio anticipatore di ciò che accadrà presto anche altrove, occasione per riflettere su ciò che sta accadendo non solo in Marmolada, facendo luce soprattutto sulle connessioni più ampie e profonde che ne sono l’origine. La Marmolada assume un valore simbolico perché riflette la crisi nella quale ci troviamo a vivere. Il valore simbolico della Marmolada ha poi una radice profonda legata al substrato leggendario: la famosa maledizione della Marmolada che condanna la vecchia contadina avida che vuole guadagnare il più possibile, senza lasciare spazio ad altro e ad altri. Il messaggio di questa leggenda è sempre attuale: anche se la maledizione portava allora alla nascita del ghiacciaio, mentre ora alla sua scomparsa, si tratta in entrambi i casi di una metamorfosi inattesa e imprevista, che rimanda all'azione umana, segnala un pericolo e una crisi. Questo vale per le grandi glaciazioni del passato come per la fusione odierna ed il surriscaldamento globale.
“La lezione della Marmolada”. Quali sono gli obiettivi dietro questa pubblicazione?
I motivi che mi hanno spinto alla stesura e alla pubblicazione di questo libro sono molteplici. In primo luogo per dare ancora più risalto al Manifesto, e quindi al messaggio che comunica la crisi del ghiacciaio della Marmolada. Un manifesto (“Per un’altra Marmolada”) che mi sembra perfettamente in linea con le linee ispiratrici de L’AltraMontagna. Poi c’è un secondo aspetto, per certi versi più personale. Ho misurato questo ghiacciaio per venticinque anni, e ora mi accingo a passare il testimone a qualcun altro. È un libro che chiude un’esperienza, è un lascito di un'epoca segnata dal cambiamento climatico. Chi lo studiava prima di me, negli anni ‘80-‘90, non aveva nessuna percezione della tragicità di quanto stava per accadere. È qualcosa che, in termini di dinamiche, velocità ed effetti, è precipitato negli ultimi venticinque anni. Infine, un ultimo obiettivo: concentrare l’attenzione sulla Marmolada significa guardare oltre ad essa, tenere presente che i disastri che accadono in Marmolada partono da lontanissimo, e interrogano il nostro modo di frequentare la montagna e i nostri modelli di consumo.
Com’è strutturato il volume?
Il libro è organizzato in quattro “lezioni” che, a mio avviso, si possono apprendere dalla Marmolada. C’è una lezione politica, legata al tema del confine, della spartizione della montagna che si struttura dall’Ottocento, con attenzione a tutta la dinamica degli spartiacque della Marmolada, nient’affatto semplice. C’è una lezione economica, legata allo sfruttamento della montagna per il comparto dello sci che oggi dev’essere ripensato. C’è una lezione più filosofica che riguarda la nostra percezione del tempo, il ghiacciaio è sembrato a lungo un corpo immobile, fuori dal tempo, poi d’improvviso subisce un’accelerazione, scatta il tempo dell’emergenza, ma c'è anche un terzo tempo, più stratificato, che ci fa riflettere sulla necessità di considerare insieme temporalità diverse. Infine, l’ultima lezione si concentra sull’aspetto mitologico della Marmolada, e sul significato antropologico della “maledizione”. Sono quattro piani, quattro linguaggi, quattro approcci che da prospettive diverse invitano a una riflessione e a un ripensamento.













