Scoperto in Carnia l’albero autoctono più alto d’Italia: è stato chiamato “La Dane”, nome dal duplice significato


La Direzione Infrastrutture e territorio della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia ha reso nota la misurazione di un abete bianco di oltre 53 metri d'altezza tra le proprietà forestali del Comune di Paularo e del Consorzio Boschi Carnici. Si tratta dell'albero autoctono più alto d'Italia e del terzo esemplare arboreo più alto in assoluto del Paese. La notizia e un approfondimento sulla specie Abies alba

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Lo sapete qual è l’albero più alto d’Italia?
Si tratta di una conifera di circa 110 anni che vegeta in Toscana, nella foresta di Vallombrosa. È alto ben 62 metri ed è una douglasia. Se il nome vi sembra strano non preoccupatevi, si tratta infatti di un “abete americano”, nome scientifico Pseudotsuga menziesii, importato ai primi del ‘900 in Italia per studiarne l’adattabilità e la produttività ai fini di produrre legname di qualità.
Trattandosi di una specie esotica, viene allora da chiedersi quale sia l’albero autoctono più alto d’Italia… e qui c’è una notizia.
Già, perché fino a oggi l’albero autoctono più alto d’Italia era considerato un esemplare, sempre una conifera, che vegeta in Toscana, nella foresta del monastero francescano di La Verna: un abete bianco, Abies alba, di 52,15 metri. Ma pochi giorni fa la Regione Friuli Venezia Giulia ha comunicato che questo “record” è stato battuto.
In Carnia infatti, a cavallo tra le proprietà del Comune di Paularo e del Consorzio Boschi carnici, è stato individuato un abete bianco di ben 53,34 metri. La misurazione è stata eseguita da esperti della Regione, stabilendo così che l’abete in questione è ad oggi la pianta autoctona più alta d'Italia nonché, in termini assoluti, il terzo esemplare arboreo più alto di tutto il Paese (i primi due in classifica sono appunto douglasie).
L’abete bianco monumentale è stato ribattezzato “La Dane”, nome della specie in lingua friulana ma anche vezzeggiativo di Diana, la Dea romana “Signora delle Selve”. Gli esperti stimano che l’albero abbia un'età superiore ai 200 anni. I record nella dimensione e le caratteristiche detenute da “La Dane” hanno permesso alla pianta di entrare nell’elenco degli “Alberi monumentali d’Italia”. Nel solo Friuli Venezia Giulia, ad oggi, sono censiti e protetti oltre 1.500 alberi monumentali. Inoltre, prima Regione in Italia, il Friuli Venezia Giulia ha anche istituito un elenco degli alberi considerati “notevoli”, quelli insomma che diventeranno i futuri alberi monumentali.
Ma cogliamo l’occasione di questa scoperta per conoscere meglio l’abete bianco, una specie molto importante per gli ecosistemi forestali montani del nostro Paese, alpini ma anche appenninici. E lo facciamo con l’aiuto della nostra esperta di alberi Paola Barducci in arte “ForestPaola”.

L'ABETE BIANCO, TRA PASSATO E FUTURO
L’abete bianco, Abies alba nel nome scientifico, è specie ben differente dall’abete rosso, Picea Abies. Certo hanno alcuni caratteri simili, come la forma tendenzialmente piramidale e la presenza sui rametti di aghi disposti singolarmente (e non a ciuffetti come nel caso di larici e cedri), ma un occhio ben accorto troverà che:
- la chioma ha una forma sì piramidale, ma negli individui più “anzianotti”, dopo gli 80-100 anni, tende ad appiattirsi sulla punta che, rallentando nella crescita, forma quello che è conosciuto come “nido di cicogna”;
- la chioma ha una colorazione decisamente più scura dell’abete rosso, con sfumature di un verde-bluastro argenteo: questo aiuta moltissimo noi forestali nell’identificazione, anche semplicemente guardando il bosco dal versante opposto;
- la corteccia è il carattere che dà il nome alla specie: infatti, negli individui giovani, è liscia e grigio-argentea, a differenza dell’abete rosso che da giovane presenta una corteccia rossastra e che si sfalda in piccole strisce; da adulta la corteccia dell’abete bianco si ispessisce e si fessura, prendendo talvolta una colorazione più scura e …creando qualche problema di identificazione ai più disattenti;
- anche gli aghi, pur essendo inseriti singolarmente sul rametto, sono un carattere distintivo della specie: innanzitutto tendono a disporsi “a pettine”, quindi su un solo piano, a differenza dell’abete rosso che li dispone principalmente “a spazzola”; ma soprattutto, sono aghi con punta arrotondata e nella pagina inferiore hanno ben evidenti due strisce bianche, le linee stomatifere.
- Infine, pur producendo coni o pigne (come d’altronde tutte le conifere), queste sono rivolte verso l’alto e non cadono a terra intere, ma si sfaldano sulla pianta, lasciando ben visibile a settembre-ottobre l’asse centrale della pigna, detto rachide. A terra troveremo quindi squame a forma di ventaglio e semi alati e piuttosto cicciotti (decisamente più grandi di quell’abete rosso) che se schiacciati emettono un intenso profumo resinato.

Fatta questa doverosa premessa di riconoscimento, va detto che l’abete bianco è specie diffusa sulle nostre montagne, dalle Alpi all’Appennino, arrivando fino alla Calabria; forma popolamenti per lo più misti, amando al centro nord Italia la compagnia del faggio, dell’abete rosso e del larice, mentre sulle Alpi sud occidentali si associa facilmente al pino uncinato (una sottospecie di pino mugo davvero interessante!) e al rododendro rosso.
L’abete bianco ama i luoghi umidi e piovosi in una fascia altimetrica fra i 900 e i 1.700 m, seppure lo potreste trovare anche a quote inferiori e superiori, anche come conseguenza della selvicoltura attuata in passato. Purtroppo, l’abete bianco ha subìto in passato una forte ostracizzazione, poiché gli è sempre stato preferito l’abete rosso a causa delle caratteristiche del legname. Addirittura, era prassi comune fino a circa 70 anni fa eliminare in bosco tutti i semenzali di abete bianco, favorendo di fatto l’abete rosso nella crescita.

Questa limitazione non è avvenuta nelle zone dell’appennino toscano, dove invece l’abete bianco è stata una specie molto amata sin dai tempi del Granducato, quando gli ordini monastici lo hanno favorito anche con rimboschimenti per la produzione di legname ma anche di liquori e sciroppi medicamentosi.
In questi ultimi decenni l’abete bianco sta prendendo tuttavia la sua speciale “rivincita”: è infatti una specie assai più resistente dell’abete rosso ai cambiamenti climatici, in primis per la sua maggiore variabilità genetica che gli permette di adeguarsi a moltissime condizioni ambientali, anche di maggiore siccità. Ma anche l’apparato radicale più profondo e fittonante permette a questa specie non solo di ancorarsi al terreno con maggior tenacia, ma anche di esplorare un volume maggiore di sottosuolo e, di conseguenza, rispondere meglio a periodi di stress idrico. Proprio per questo, gli abeti bianchi della nostra Penisola, specie quelli che si sono evoluti nei climi più caldi, sono studiati in tutta Europa, in vista di possibili piantagioni realizzate per adattare le future foreste centro e nord europee all’avanzare del riscaldamento.
Insomma, l’abete bianco pur accompagnandoci da secoli nella nostra storia, non manca di stupirci ancora... e non solo per le sue dimensioni da record!
Foto: Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia (copertina); René Hourdry, Thomas Dreger, CatalpaSpirit - Wikimedia Commons












