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Ambiente | 27 ottobre 2025 | 12:00

"Se uno ci vedesse da un altro pianeta, direbbe che siamo tutti impazziti. L'inquinamento luminoso è un po’ il male del momento", ma Asiago e Matera insegnano che si può migliorare

I due comuni sono diventati dei casi studio per sviluppare un’illuminazione capace di restituirci la notte. In Toscana si è tenuto il progetto "Going Dark" che riunisce i più grandi architetti e designer internazionali per contrastare l’inquinamento luminoso

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

“Il tema comune è l'inquinamento luminoso, che è un po’ il male del momento. Se uno ci vedesse da un altro pianeta, direbbe che siamo tutti impazziti: nonostante le tecnologie migliorino e le sorgenti diventino sempre più efficienti, questo non significa affatto produrre meno luce. Al contrario, se ne produce sempre di più, viviamo in un continuo crescendo”.

 

Pochi giorni fa, dal 2 al 4 ottobre, ad Abbadia Isola - frazione di Monteriggioni, in provincia di Siena - si è tenuta la terza edizione di Going Dark. Il progetto, immerso in un piccolo paese alle pendici del Monte Maggio, è pensato come raduno internazionale di architetti e designer per “fare luce” sul tema dell’inquinamento luminoso, e sulle sue implicazioni per il settore.

“È un evento che realizziamo da tre anni in Toscana, in mezzo alla Via Francigena. Esce da una co-produzione tra noi (Traverso-Vighy architetti), che siamo uno studio di architettura con attenzione ai problemi della luce naturale e del benessere delle persone, e Light Collective, una società di progettazione inglese il cui focus è nel promuovere eventi professionali legati alla luce”.

 

A parlarcene è Giovanni Traverso, architetto laureato alla Iuav e specializzato in luce naturale a The Bartlett, University College of London. Nel 1996, insieme a Paola Vighy, ha fondato lo studio di architettura co-responsabile del progetto di Going Dark.

“Poiché tutta l'illuminazione si basa su tabelle e indicazioni standard, l’idea del workshop è portare i professionisti a toccare con mano cosa significhi oggi un cielo stellato e lavorare immersi in una notte scura, in un luogo dove si vede ancora la galassia”. Molti degli architetti che partecipano vivono in città come Londra, Milano, Dubai - ci spiega Traverso - “spesso e volentieri non hanno mai visto un cielo stellato”.

 

Si tratta anche di un’operazione culturale dunque, per ricordarci quello che stiamo perdendo. Going Dark, però, vuol essere prima di tutto un approccio pragmatico, che sappia dare misura di quanto l’architettura abbia un peso nell’ottica di un cambio di paradigma. “In questo paesino medievale in Toscana, esposto alla Via Lattea, realizziamo un workshop pratico, ‘hands on’. Disponiamo di tutti gli apparecchi cablati e controllabili per fare un esperimento di illuminazione architettonica notturna in cui le stelle restano visibili, ma garantendo l’illuminazione necessaria. Andiamo a misurare strumentalmente quanta luce serve veramente: tutte le installazioni finiscono su 1-2 lux, quando normalmente in casi simili se ne usano 20 o 40. Questo è abbastanza straordinario”.

 

Arrivata alla terza edizione, l’evento sta attirando un notevole successo di pubblico tra gli specialisti del settore. “L’esperienza dura tre giorni, in un ex convento con una capienza di 50 persone, strutturata come un rifugio, con camerate e vita comune. La risposta è stata incredibile. Inizialmente era pensata per giovani lighting designer, pubblicizzandola in scuole di architettura e illuminazione in tutto il mondo. Oggi abbiamo solo professori provenienti da studi prestigiosi, come Foster + Partners o Arup, e partecipanti da 21 nazionalità diverse”.

L'amministrazione comunale di Monteriggioni e il Museo di arte etrusca hanno contribuito molto all’organizzazione, e, come sottolinea l’architetto, si sono mostrati molto sensibili all’argomento. Inoltre, è attiva una stretta collaborazione con l'Università di Siena; in particolare con Alessandro Marchini, direttore del dipartimento di astronomia e dell’Osservatorio Astronomico locale.

 

“Ogni anno portiamo l’attenzione su un aspetto diverso dell’inquinamento luminoso. L’anno scorso abbiamo trattato gli aspetti più biologici, con una light designer che lavora in contesti dove la luce crea problemi alla fauna, per esempio alle tartarughe marine”.

L’inquinamento luminoso ha infatti conseguenze dannose su moltissime specie animali; compresa la nostra. In una recente intervista a L’AltraMontagna, l’antropologa Irene Borgna, autrice del volume Cieli neri. Come l'inquinamento luminoso ci sta rubando la notte, già sollevava il problema, con un riferimento proprio al pericolo dell’illuminazione per le tartarughe al momento della nascita.

 

A fare le spese dell’inquinamento luminoso non è solo il ritmo biologico delle specie animali, ma la stessa scienza. “Quest’anno abbiamo puntato sull’osservazione astronomica: come vedono l’inquinamento luminoso dall’alto, che non è solo “luce” in senso generico, ma anche inquinamento spettrale. Un tempo le luci al sodio, a monofrequenza, erano facilmente filtrabili con i telescopi elettronici. Ora, con i Led che coprono uno spettro più ampio e permettono di vedere i colori, l’inquinamento è più difficile da isolare e molto più dannoso per lo studio dell’universo”.

“Abbiamo avuto come speaker anche l’astrofisica Chiara Righi, dell’Università di Genova. Insieme a lei abbiamo analizzato dei casi studio curati da una energy company, che si è dimostrata sensibile al tema”. È importante - ci spiega Traverso - coinvolgere le energy company, perché mentre il designer interviene su un edificio, loro gestiscono centinaia di comuni e fanno davvero la differenza a livello territoriale.

 

Due i casi studio che hanno fatto da modello al workshop di quest’anno: Asiago e Matera. In entrambi i casi, ad occuparsi dei lavori è stata la energy company City Green Light, distinguendosi per l’attenzione alle diverse ricadute dell’illuminazione pubblica: da quella economica alla salute dei cittadini e non solo.

“Asiago, sull’Altopiano dei Sette Comuni, è stato scelto perché è un contesto montano, sede di importanti osservatori astronomici, e teatro della prima legge regionale italiana per la protezione del cielo notturno. L’intervento ha previsto schermature verso l’alto e altri accorgimenti per ridurre l’emissione luminosa, con effetti positivi rilevati dagli osservatori locali. Matera, invece, è stata scelta come città storica più simile al contesto toscano in cui lavoriamo. Entrambi sono stati casi di studio interessanti, pubblicati e discussi, e hanno avuto un positivo riscontro nella stampa locale; mentre l’evento Going Dark si è ormai consolidato come riferimento globale per gli specialisti del settore”.

 

Gli interventi realizzati ad Asiago e Matera hanno incluso accorgimenti fondamentali, come il controllo dell’emissione verso l’alto e l’attenzione al comfort visivo, per evitare l’abbagliamento e permettere la visione delle stelle. Anche la luce emessa verso il basso, se troppo intensa o mal calibrata, può creare una barriera alla percezione della volta celeste. Un altro tema importante è proprio quello fisiologico e biologico. L’uso dei Led, inizialmente promossi per il risparmio energetico, ha portato a una diffusione di luce fredda, che però inibisce la produzione di melatonina negli esseri viventi, compreso l’uomo. Questo comporta stress, disturbi e un’alterazione del ciclo circadiano-biologico.

L'inquinamento luminoso ha mille sfaccettature, e i due interventi di Asiago e Matera hanno rappresentato un primo passo nella giusta direzione, spiega Giovanni Traverso. “Spesso l’attenzione si concentra solo sul risparmio energetico, attraverso il relamping (sostituzione delle vecchie lampade con quelle a Led), senza considerare gli altri aspetti: emissione verso l’alto, temperatura colore, resa cromatica, rispetto del ciclo circadiano”.

 

“L’ambiente di Monteriggioni, così come quello montano, è ancora in parte integro, e proprio per questo merita deve essere tutelato”. Going Dark parte da qui: “È molto più facile salvaguardare e capire questi territori che quelli ormai completamente urbanizzati, come la pianura padana o le grandi città”.

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