Sulle Alpi c'è una presenza che non parla: una pelle di ghiaccio profondo che fino a qualche anno fa rappresentava una certezza, ora non più

Là dove l’aria è più sottile, oltre i 2.500-2.800 metri, il permafrost ha sempre rappresentato una sicurezza. Oggi però lo vediamo cedere. Il suo degrado procede in modo discreto, anche se inesorabile, e le conseguenze sono tutt’altro che lievi. Dentro questo scenario fragile nasce Waterwise

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
C’è, sulle Alpi, una presenza che non parla. Rimane nascosta, come certe verità che scegliamo di non dire. È il permafrost: una pelle di ghiaccio profondo, un archivio silenzioso che regge il mondo dall’interno. Sulle Alpi copre solo una piccola parte della montagna, il 5-6% appena. Ma basta quello, a volte, per tenere insieme tutto il resto.
Là dove l’aria è più sottile, oltre i 2.500-2.800 metri, il permafrost ha sempre rappresentato una certezza. Oggi però lo vediamo cedere. Il suo degrado procede in modo discreto, anche se inesorabile, e le conseguenze sono tutt’altro che lievi: basti pensare al crollo sul Pizzo Cembalo nel 2017 o, più recentemente, alla rovinosa valanga che ha colpito il villaggio di Blatten, anch’esso in Svizzera, alla quale il degrado del permafrost ha contribuito in modo significativo.
E quando il permafrost si fluidifica, l’acqua cambia strada: scende dove prima non poteva, entra nella terra, ne altera il ritmo. Le sorgenti si modificano, le loro acque cambiano sapore e spesso anche qualità. È come se la montagna, all’improvviso, avesse iniziato a parlare con un’altra voce.
Intorno a noi tutto accelera. In un secolo, sulle Alpi, la temperatura è aumentata di oltre due gradi. Due gradi possono sembrare poca cosa, ma proviamo a immaginarli come lo spostamento lento e continuo della soglia di equilibrio che gli ecosistemi inseguono. Gli ecosistemi arrancano; l’acqua diventa un bene che non si trova più nei luoghi in cui l’abbiamo sempre cercata. E mentre la natura stringe i denti, noi continuiamo a chiedere di più: nelle aree sciistiche, almeno un terzo dell’acqua viene destinato all’innevamento artificiale (Teich, 2007), una neve che nessun inverno aveva previsto.
Dentro questo scenario fragile nasce Waterwise. Sulla carta è un progetto, sì. Ma in realtà somiglia più a un gesto per provare a dare voce a tutto ciò che, finora, abbiamo preferito non ascoltare. Nasce così, sulle Alpi, un intreccio di dodici partner provenienti da sette Paesi, cofinanziato dall’Unione Europea attraverso il programma Interreg Alpine Space. Dentro questo intreccio c’è anche Legambiente, con la partecipazione di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta, che abbiamo voluto coinvolgere perché il cammino politico che stiamo costruendo come Legambiente Alpi — e non solo — aveva bisogno di questa occasione. A guidare il progetto, come capofila, sono l'Università di Neuchatel e la Fondazione Mach.
Il lavoro sul campo è al centro di Waterwise: si studiano le acque alte, si cammina tra sorgenti e torrenti, si parla con chi vive la montagna. In un anno sono stati raccolti 150 campioni, installati 24 sensori che guardano l’acqua da dentro, coinvolte 80 persone che la conoscono, la usano, la temono. Pezzo dopo pezzo, nasce un linguaggio interdisciplinare per raccontare ciò che la montagna sta vivendo. Mappe, protocolli, linee guida: strumenti concreti per trasformare la fragilità in scelte e la previsione in responsabilità. Saranno utili ai sindaci, ai gestori delle aree protette, a chi deve immaginare il futuro di questi luoghi.
"Il partenariato riunisce iniziative interdisciplinari per aumentare collettivamente le conoscenze soprattutto sulle sorgenti", spiega Clément Roques, professore ordinario presso l’Università di Neuchâtel e coordinatore scientifico del progetto. "Waterwise mira a sviluppare una visione armonizzata per valutare la vulnerabilità delle acque montane, orientare una gestione idrica resiliente e tutelare gli ecosistemi. Per farlo, abbiamo bisogno di dati e di conoscenze provenienti direttamente dalle comunità locali".
La sfida è tutta lì: trasformare queste conoscenze in decisioni concrete. Monica Tolotti, della Fondazione Edmund Mach e co-responsabile del progetto, aggiunge: "Stiamo avviando una nuova fase in cui collaboreremo con i decisori politici per fornire loro linee guida su come integrare le acque di alta quota nei piani di gestione e renderli più resilienti ai cambiamenti climatici e socioeconomici. È fondamentale che le linee guida rispondano sia alle esigenze delle comunità locali sia alle direttive europee o nazionali, coinvolgendo in maniera attiva amministratori locali e regionali".
Non si tratta di slogan o di buone intenzioni: custodire l’acqua che ci rimane significa definire regole chiare, coordinare interventi, programmare investimenti e monitorare i risultati. Significa che le decisioni prese oggi possano davvero ridurre i conflitti sull’uso della risorsa, proteggere gli ecosistemi e garantire alle comunità alpine strumenti concreti per adattarsi ai cambiamenti in corso.












