"Tra climatizzatori e riscaldamento, non ci accorgiamo delle anomalie climatiche. Una posizione più scomoda aiuta a capire l'ambiente". Chiara Bettega guiderà l'escursione del Festival de L’AltraMontagna

Domenica 15 giugno, nell'ambito del Festival de L’AltraMontagna le sezioni SAT di Avio e Brentonico accompagneranno l’escursione verso Malga Dossioli, sul Monte Baldo. Ad arricchire l’esperienza, saranno con noi Alessio Bertolli, botanico della Fondazione Museo Civico di Rovereto, e Chiara Bettega, biologa esperta di avifauna. La partenza è programmata alle 9.30, con ritrovo al Centro Turistico Sportivo Dossioli, ad Avio

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Domenica 15 giugno, L’AltraMontagna Festival ci porta in zona Prà Alpesina, sul Monte Baldo. Con l’accompagnamento delle sezioni SAT di Avio e Brentonico, l’escursione arriverà fino a Malga Dossioli. A tenerci compagnia lungo il percorso ci saranno Alessio Bertolli, botanico della Fondazione Museo Civico di Rovereto, e Chiara Bettega, biologa esperta di avifauna. Il ritrovo è previsto per le ore 9:30, al Centro Turistico Sportivo Dossioli, ad Avio. All’arrivo, a Malga Dossioli, è possibile pranzare, previa prenotazione.
In attesa dell’escursione abbiamo fatto qualche domanda a Chiara Bettega, biologa attualmente impegnata in studi sull'avifauna di montagna, che ci ha parlato delle sue recenti ricerche e dell’influenza della crisi climatica sugli animali non umani. Di seguito qualche stralcio della nostra conversazione.

Che effetti ha il cambiamento climatico sulle specie animali?
Più o meno il cambiamento climatico influisce sugli animali allo stesso modo che sulle piante; tra l’altro molti di essi dipendono dalle piante, o dagli insetti, che dipendono a loro volta dalle piante. È tutto così connesso che, se le piante tendono a spostarsi verso l’alto, anche la fauna si sposta di conseguenza. La tendenza che stiamo vedendo – noi lavoriamo con gli uccelli di montagna, ma è una tendenza estesa a molte altre specie – è quella di una risalita verso l’alto. Le specie animali - soprattutto quelle montane, adattate a specifiche condizioni climatiche - se queste cambiano sono soggette ad un effetto diretto di questo cambiamento; per esempio lo stress causato dalle elevate temperature. Ma oltre a questa conseguenza diretta, ce n’è una indiretta che colpisce gli habitat in cui esse abitano. Se le condizioni degli habitat cambiano, le specie devono adattarsi ad esse.
La capacità di adattamento degli animali è sufficiente a sostenere cambiamenti così repentini?
Quello che possono fare gli animali nel breve periodo è modificare la fenologia, ovvero il momento in cui accadono le fasi del loro ciclo vitale. Alcune specie, sia animali che vegetali, iniziano a riprodursi in anticipo; questo è un modo per adattarsi. Oppure c’è lo spostamento nello spazio: il fatto che certe specie migrino a quote più alte è anch’essa una forma di adattamento. Mutamenti di tipo genetico, morfologico e fisiologico, invece, sono più difficili, e richiederebbero generazioni e generazioni di tempo. Possiamo supporre che il cambiamento climatico attuale sia troppo veloce rispetto alla capacità di adattamento degli animali; tuttavia, è anche vero che noi non possediamo elementi certi a questo proposito. Servirebbero studi di lunga durata - parliamo di decenni - per capire se una specie sta mutando a livello genetico. Sono ricerche che necessitano di un ingente quantità di fondi, e dunque tutt’altro che facili da mettere in atto.
Quali sarebbero le conseguenze della perdita di certe specie per l’essere umano?
Di qualsiasi ecosistema si parli, la capacità di rispondere a cambiamenti e perturbazioni dipende dalla quantità di specie che ne fanno parte e dalla loro specializzazione, ovvero la capacità di svolgere un ruolo preciso in quell’ecosistema. Più un ecosistema possiede specie che si occupano di un preciso ruolo nel garantire al suo equilibrio, più riesce a far fronte ai cambiamenti esterni, come inquinamento o disturbi vari. Se noi non freniamo la perdita di biodiversità, gli ecosistemi riusciranno a reagire sempre meno, e noi esseri umani dipendiamo dalla salute di questi ecosistemi, siamo una delle specie che ne fa parte. Per fare un esempio, molte specie floristiche vengono usate nella farmacopea, perché possiedono princìpi attivi utili a garantire la nostra salute. Lo stesso vale per le piante di cui ci cibiamo, se queste spariscono saremmo costretti a cambiare la nostra dieta, con effetti non trascurabili sul nostro organismo.
Quali insegnamenti dovremmo trarre dalle specie con le quali coabitiamo?
Io credo che lo studio di queste specie possa insegnarci l’attenzione all’ambiente in cui viviamo, a riconoscerne i momenti di crisi. Noi spesso, tra climatizzatori e riscaldamento, non ci accorgiamo delle anomalie climatiche e ambientali. Io ho formulato questa riflessione proprio nel corso del mio lavoro e dei grandi periodi che ho speso all’aperto per studiare certe specie. Dover star ferma all’aperto, magari per ore, ad osservare questi animali, mi ha fatto sentire il freddo rigido di certi giorni d’inverno, e la scarsità sempre maggiore di queste giornate. Allora mi chiedo, animali come questi, che si sono adattati a temperature così rigide, come faranno? Il punto è che talvolta sarebbe importante mettersi in una posizione un po’ più scomoda - rispetto alla comodità a cui siamo abituati – per imparare ad accorgerci del mondo che abitiamo e della stretta relazione che ci lega ai suoi mutamenti.
Chiara Bettega è laureata in Scienze Naturali, ha lavorato in Inghilterra e Spagna, occupandosi di rapaci notturni e uccelli d’alta quota. Nel 2021 ha conseguito un dottorato in biologia presso l’Università di Oviedo e attualmente è ricercatrice presso l’Università degli Studi di Milano e il MUSE di Trento, dove studia gli effetti dei cambiamenti climatico-ambientali sull’avifauna di montagna. Nel 2022 ha pubblicato “Sulle ali di cristallo”, romanzo - documentario sugli effetti dei cambiamenti climatici sulla fauna selvatica.













