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Ambiente | 29 gennaio 2026 | 06:00

Chi lascerebbe la propria casa in un giorno di cielo sereno? La frana di Niscemi insegna che serve una preparazione che si costruisce nel tempo

La frana che ha colpito Niscemi riporta al centro le vulnerabilità del nostro Paese, tra rischio geologico ed effetti del cambiamento climatico. Proviamo a capire il ruolo che entrambi questi aspetti hanno avuto in un dissesto di grandi dimensioni

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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Le immagini che provengono da Niscemi stanno facendo il giro del mondo. Una profonda ferita gialla si è aperta nella collina, lambendo una cittadina abbarbicata a quello che poteva sembrare un luogo sicuro: un colle che svetta sulle pianure circostanti, come ce ne sono a migliaia nel nostro Paese.

 

Quello squarcio ha già segnato l’agibilità di centinaia di abitazioni e impattato irrimediabilmente la vita di altrettante famiglie. E purtroppo le notizie in arrivo dalla cittadina siciliana non sono rassicuranti. La collina continua a muoversi, il dissesto è ancora in corso e i tecnici non possono fare altro che allargare il perimetro di inagibilità, aumentando ulteriormente il numero di persone coinvolte.

 

Cosa è successo? È sempre difficile dare risposte definitive quando un evento è ancora in evoluzione. Tuttavia alcuni elementi sembrano relativamente chiari, anche perché la vulnerabilità della zona è nota da tempo ed è documentata persino in fonti storiche antiche di secoli.

 

La scarpata gialla rivela la natura geologica del colle di Niscemi: sabbie intervallate da strati di limo e argille debolmente coese e cementate. Anche chi non conosce la geologia può intuire, da questa descrizione, una generale sensazione di instabilità. Questi strati sabbiosi sono estremamente giovani: hanno un’età di 2–4 milioni di anni, in termini geologici l’altro ieri. È proprio la giovane età ad aver impedito una trasformazione e un consolidamento più avanzato di queste formazioni: semplicemente, non c’è stato il tempo. Le loro caratteristiche non sono poi così diverse da quelle che avevano quando si deposero sul fondo di una laguna marina, non lontano dall’antica linea di costa.

 

Osservando con attenzione le immagini in arrivo dalla provincia nissena, qualcuno avrà forse notato che alla base della scarpata aperta nelle sabbie compare uno strato azzurrognolo, in netta discontinuità con le formazioni sovrastanti. Si tratta delle argille azzurre, che si trovano stratigraficamente al di sotto delle sabbie appena descritte. Queste argille hanno qualche milione di anni in più rispetto agli strati sovrastanti e la loro deposizione testimonia la presenza di un mare più profondo e lontano dalla costa. Negli ultimi milioni di anni, semplificando, l’area di Niscemi, parte del cosiddetto bacino di Caltanissetta, è andata incontro a un progressivo sollevamento: prima un mare relativamente profondo che ha permesso la deposizione di argille, poi una laguna influenzata dai fiumi provenienti da terra (da qui le sabbie limose, deposte in ambiente simil-deltizio), infine una zona emersa rispetto al livello del mare e lo sviluppo del paesaggio come lo conosciamo.


Quello strato azzurognolo che copare al piede della scarpata corrisponde agli strati di argilla all'interno dei quali si è sviluppata la superficie di rottura che ha innescato la frana.

La presenza delle argille al di sotto degli strati sabbiosi è l'elemento chiave per comprendere quanto sta accadendo oggi. Sabbie e limi danno origine a formazioni permeabili: l’acqua si infiltra rapidamente, ma non viene trattenuta. Arriva, passa, se ne va. Quando però l’infiltrazione raggiunge strati argillosi, la permeabilità crolla drasticamente, perché nelle argille la dimensione dei pori tra le singole particelle che definiscono il deposito è troppo piccola per consentire una circolazione dell’acqua. Ed è qui che arriviamo al punto.

 

Pochi giorni fa il ciclone Harry ha portato su queste aree centinaia di millimetri di pioggia in poche ore, corrispondenti a centinaia di litri per metro quadrato. Una quantità enorme di acqua distribuita sul paesaggio, che per essere smaltita deve muoversi in ogni direzione possibile: certamente in superficie, seguendo la topografia, ma anche, e soprattutto, in profondità.

 

In condizioni normali, l’idrologia sotterranea riesce a dissipare l’acqua in arrivo dal cielo. Quando però una certa soglia viene superata, l’equilibrio può rompersi. L’acqua che percola attraverso le formazioni permeabili può raggiungere gli strati argillosi e accumularsi, perché non riesce ad essere drenata. Se l’acqua si accumula, la pressione nei pori che riempiono le cavità delle rocce aumenta, fino a esercitare una forza paragonabile a quella che mantiene stabile il materiale stesso. Raggiunta questa condizione, il movimento franoso può innescarsi, soprattutto se la geometria dei versanti favorisce le forze di taglio e se sono presenti livelli di debolezza strutturale.

 

In questo caso, l'elemento debole potrebbe essere stato uno degli strati di sabbia presente all'interno della formazione argillosa. La discontinuità nelle argille ha messo in moto una porzione rilevante della collina di Niscemi, che seguendo la superficie di taglio ha iniziato ad abbassarsi. Nella parte più alta dell'affioramento, dove si trova il paese, una fetta della collina è stata letteralmente strappata dalla sua posizione dal moto di slittamento, generando la cicatrice che abbiamo visto. Questi sono gli elementi attualmente riconoscibili della frana, tuttavia è chiaro che sarà possibile conoscere i dettagli solamente nelle prossime settimane. Il rischio che continua a incombere su parte del paese è che la scarpata messa in evidenza dal dissesto non sembra stabile. Materiali a bassa coesione come le sabbie difficilmente riescono a sostenere pareti pressoché verticali, richiedono un aggiustamento geometrico per tornare in equilibrio.


Schema semplificato del dissesto di Niscemi. Lo schizzo è da intendersi come puramente concettule e certamente non esasustivo. Per comprendere la dinamica dell'evento saranno necessari studi approfonditi.

Ma al netto di tutto questo, possiamo quindi sostenere che la frana di Niscemi sia stata causata dal ciclone Harry e dalle sue precipitazioni eccezionali? In un certo senso sì, ma la risposta richiede doverose precisazioni. La coincidenza della frana con questo evento meteorologico ci porta a interrogarci sul ruolo del cambiamento climatico. Alcune analisi preliminari di attribuzione suggeriscono che l’aumento della temperatura del Mediterraneo, effetto del riscaldamento globale, possa aver contribuito a intensificare la perturbazione Harry, pur con le cautele imposte dall’assenza di una revisione scientifica approfondita, impossibile da ottenere in tempi tanto rapidi.

 

Quando si parla di geologia, però, è raro che un singolo fattore possa spiegare tutto. Il contesto geologico di Niscemi è noto da tempo per la sua criticità. Esistono resoconti dettagliati di fenomeni franosi che hanno interessato l’area già dalla fine del Settecento. La pericolosità della zona è legata proprio all’alternanza di formazioni permeabili a bassa coesione e strati impermeabili. A complicare la cosa ci sono poi rocce ancora più profonde come i gessi, che possono ulteriorimente contribuire all'instabilità locale e che sembra furono coinvolti nei dissesti di fine Settecento.

 

Quindi, geologia o cambiamento climatico? La risposta, come spesso accade quando si trattano temi ambientali, è complessa e coinvolge entrambi gli aspetti. Da un lato, il contesto geologico e geomorfologico di Niscemi è conosciuto per la sua vulnerabilità; dall’altro, è innegabile che l’intensità dei fenomeni atmosferici stia aumentando. Più calore significa più evaporazione, più umidità nell’aria e, di conseguenza, precipitazioni più intense. La catena degli eventi meteorologici estremi appare brutalmente lineare.

 

Le conseguenze del cambiamento climatico vanno a intrecciarsi con la storia geologica della regione, andando a ridurre i tempi di ritorno degli eventi più estremi, collocati ai margini delle distribuzioni statistiche. Se in passato un evento con 400 millimetri di pioggia in 72 ore, capace di innescare frane e dissesti, aveva un tempo di ritorno di svariati decenni o più, oggi per assistere a due fenomeni tanto intensi basta attendere una manciata di anni.

 

La frana di Niscemi sarebbe quindi arrivato anche senza il cambiamento climatico? Probabilmente sì, come dimostra il fatto che eventi simili si sono già verificati nei secoli passati, l’ultima volta nel 1997. Tuttavia, l’intensificarsi delle perturbazioni rende i territori già vulnerabili ancora più fragili, aumentando la probabilità di eventi che in passato si sarebbero manifestati più raramente.

 

La frana e il profoondo disagio che stanno vivendo gli abitanti di Niscemi dovrebbero essere un monito: un invito a conoscere e gestire con attenzione un territorio fragile sotto molti punti di vista. La comprensione geologica di una regione è il punto di partenza per una pianificazione adeguata e una valutazione consapevole dei rischi. Certo richiede tempo e risorse e soprattutto può mettere il mondo della politica di fronte a decisioni difficili, che sul breve periodo possono essere addirittura deleterie per il consenso.

 

Chi lascerebbe la propria casa o abbandonerebbe un territorio in un giorno di bel tempo, quando tutto sembra andare per il meglio? Nessuno, se il concetto di rischio non è conosciuto. È infatti facile dimenticare la vulnerabilità di un territorio quando il cielo è sereno. Tuttavia, affrontare il cattivo tempo limitando i danni richiede una preparazione che si costruisce proprio durante le belle giornate.

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