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Ambiente | 21 gennaio 2026 | 12:00

I 'droni-forestali' aiutano a comprendere la salute dei boschi: "Le conifere mostrano tardi lo stress da siccità, poi muoiono all'improvviso; le querce si riprendono più rapidamente dopo una giornata calda"

Le foreste sono spesso molto suscettibili ai periodi di siccità, che aumentano a livello globale a causa dell'aumento delle temperature. Ma come monitorare le foreste per prevedere le dinamiche in atto e, in tal modo, definire le strategie di adattamento?

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Come dimostrano ormai molti studi, la siccità è uno dei fattori di stress in forte aumento a livello globale a causa dei cambiamenti climatici. Gli scenari climatici prevedono, infatti, che i mesi estivi diventeranno sempre più caldi e secchi. Queste condizioni spesso estreme influiscono direttamente sulla crescita delle foreste e portano chi si occupa di gestione forestale a porsi diverse domande. Ad esempio, nelle zone più suscettibili è meglio realizzare diradamenti, per diminuire la competizione tra le piante per l’acqua, oppure questi interventi, in particolari condizioni, potrebbero generare ulteriore stress al popolamento forestale? Quali specie saranno maggiormente idonee ai boschi del futuro?

 

Per aumentare la resistenza dei boschi ai cambiamenti climatici occorre conoscere più e meglio il comportamento di varie specie e di diverse tipologie di boschi, attraverso attività di monitoraggio, però, solitamente molto onerose. A dare una mano può essere però la tecnologia, in particolare il telerilevamento attraverso droni, aerei o satelliti. È ciò a cui in Svizzera sta lavorando l'Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL), che ha recentemente coordinato uno studio nato a partire dalla torrida estate del 2023.

 

"Volevamo utilizzare le immagini acquisite dai droni per scoprire come le specie arboree autoctone reagiscono alla siccità e quali strategie mettono in atto, sia durante il periodo di crescita nel suo complesso sia nel corso di una singola giornata", spiega Petra D’Odorico, geografa del WSL. Tramite speciali telecamere, i ricercatori hanno analizzato i cambiamenti avvenuti nelle chiome di varie specie arboree autoctone come acero di monte, querce, abete rosso, carpino, faggio, pino silvestre e abete bianco. Un sito forestale sperimentale dell’Università di Basilea è stato analizzato non solo attraverso droni muniti di particolari sensori, ma anche attraverso misure a terra.  

 

"Abbiamo potuto osservare, ad esempio, che le querce si riprendono più rapidamente dopo una giornata calda rispetto ad altre specie arboree", spiega D’Odorico, "oppure che le conifere mostrano solo tardivamente i segni di stress da siccità, ma poi muoiono improvvisamente". Secondo la ricercatrice, nel prossimo futuro questo metodo di rilevamento potrebbe contribuire al monitoraggio delle foreste su larga scala, aiutando i gestori  in varie scelte pragmatiche. Ad esempio, identificare alcune specie che potrebbero essere utilizzate per sostituire quelle autoctone in zone particolarmente colpite dai cambiamenti climatici.

 

Ma come riconoscere lo stress da siccità attraverso immagine aeree? D’Odorico e il suo team di ricerca hanno utilizzato telecamere multispettrali in grado di registrare anche le regioni invisibili dello spettro luminoso. Gli strumenti rilevano uno speciale pigmento che gli alberi producono in condizioni di siccità per proteggere le foglie dall’eccessiva radiazione solare: "Questo ci permette di riconoscere se un albero è sottoposto a uno stress acuto prima ancora che i danni risultino visibili a occhio nudo", spiega la ricercatrice. Tuttavia, questa reazione a breve termine fornisce solo un quadro parziale della situazione complessiva. Se la siccità persiste, infatti, le foglie cambiano colore o addirittura cadono precocemente. Oltre alla protezione dalla luce, i ricercatori hanno quindi misurato anche quanto sono state verdi e folte le chiome durante il periodo di stress e successivamente. "È la combinazione di entrambi i valori ad offrirci una panoramica migliore di ciò che accade alle piante nei momenti di forte siccità", riassume D’Odorico.

 

Se lo studio svizzero da un lato mette in evidenza nuove interessanti conoscenze e le potenzialità di metodologie innovative, dall’altro  mostra la difficoltà intrinseca nello spiegare le differenze di vulnerabilità alla siccità delle diverse specie, sottolineando quindi la necessità di affinare i sistemi di allerta e lavorare allo sviluppo di attività di monitoraggio sempre più specifiche e approfondite.

 

Sono le stesse conclusioni a cui è arrivato recentemente uno studio italiano relativo al caso del diffuso disseccamento del leccio, fenomeno di cui avevamo parlato su L’Altramontagna raccontando la situazione in Sardegna dell’estate 2024. "Poiché il fenomeno appare connesso alle ondate di calore e siccità che si verificano a causa dei cambiamenti climatici", spiegano gli autori, "esso sembra destinato ad aggravarsi con l’aumento dell’intensità e della frequenza di tali eventi estremi, come suggeriscono i modelli. Il ripetersi di questi eventi può innescare processi di degradazione della foresta con conseguenze economiche ed ecologiche che riguardano, fra le altre cose, la conservazione del suolo, della biodiversità e del paesaggio. Le conoscenze, tuttavia, sono ancora molto frammentarie e necessitano di un’azione coordinata fra gli enti amministrativi, enti di ricerca e gestori forestali […]. L’obbiettivo finale è quello di ottenere strumenti di conoscenza capaci di prevedere le dinamiche vegetazionali in atto e, in tal modo, definire le strategie di adattamento della vegetazione mediterranea per mantenere i servizi ecosistemici e l’economia su scala locale".

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