Abbattere i piloni della vecchia seggiovia per farne oggetti di arredo urbano: da una piccola officina del bergamasco, l’invito a "ribaltare il paradigma del dismesso in montagna"

Due appuntamenti per 'sporcarsi le mani' trasformando i resti degli impianti sciistici dismessi sul Monte Farno in panchine di legno e metallo. L’idea è di coinvolgere la comunità nella riscrittura del proprio territorio: responsabilizzarla nella valorizzazione della sua storia e nella riqualificazione del suo presente. Ce ne parla l’artigiano, titolare delle Officine Condor, Lucio Bosio

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Il progetto ALTe – Alpine Leisure Transformation, un'iniziativa scientifica dell'Università degli Studi di Bergamo coordinata dal professore Lorenzo Migliorati e finanziata dalla Fondazione Cariplo, nasce con un obiettivo preciso: trasformare ciò che resta degli impianti sciistici dismessi in nuove occasioni di socialità e bellezza condivisa. Vecchi piloni e strutture metalliche, segni tangibili di un’epoca ormai conclusa, vengono reinterpretati come risorse da rigenerare attraverso processi partecipativi e creativi.
Questa idea, alla quale sono coinvolti in qualità di partner la Provincia di Bergamo e il Comune di Gandino, si è concretizzata nell’organizzazione di due workshop di autocostruzione proprio a Gandino. Il primo si è tenuto lo scorso sabato 20 settembre e ospitato dalle Officine Condor, il secondo previsto per domenica 28 settembre. A tenere unito il progetto è la maestria e la passione di Lucio Bosio, artigiano, fabbro e falegname, titolare delle Officine Condor; che della riqualificazione della materia, del design e del servizio alla comunità, ha voluto fare un mestiere.

Nonostante la sua vocazione artigiana, la capacità con cui Bosio racconta le Officine Condor tradisce la sua formazione umanistica. Lo si può apprezzare nel loro sito, dove, alla voce Farno Futuro, dedicato appunto a progetti di riqualificazione dell’area del Monte Farno, si legge quello che sembra a tutti gli effetti un programma di respiro nazionale.
“L’Italia ‘vanta’ una ricca storia di impianti di risalita a bassa quota, che nel corso degli anni hanno giocato un ruolo significativo nel connettere le comunità locali alle bellezze montane circostanti. Tuttavia, i cambiamenti climatici e l’evoluzione delle esigenze turistiche hanno portato all’abbandono di diversi impianti a quote inferiori, creando una sfida e un’opportunità per ripensare e rivitalizzare queste risorse”.
Avvezzi come siamo ai vari report che segnalano annualmente l’incremento del numero di strutture aperte a singhiozzo, dismesse e spesso abbandonate, passa inosservato il modo in cui queste, da testimoni di un tempo passato, stiano diventando sempre più, nella loro fatiscenza, un elemento caratterizzante del nostro presente.

Nessuna condanna emerge dal manifesto di Bosio. Anzi, secondo il programma, la valorizzazione di queste strutture passa proprio attraverso la riprogettazione della loro funzionalità. La necessità di questa trasformazione emerge dalla riflessione su diversi fattori: “Innanzitutto l’impatto ambientale: il loro stato di abbandono e di degrado non rendono giustizia ad un luogo che dovrebbe rimanere simbolo di natura. Allo stesso tempo, la loro presenza rappresenta un veicolo di memoria storica e di appartenenza della comunità a quei luoghi”.
Forse ancor più che ambientale, il valore di questo cambio di paradigma andrebbe misurato nel tessuto sociale e lavorativo: “Sulla scorta di quanto successo all’interno del settore industriale del tessile, la fine delle strutture di risalita sembra ricalcarne il percorso. Mancanza di volontà di cambiare e di ripensare a quanto già in possesso come risorsa per uno sviluppo futuro. È fondamentale porsi interrogativi su come anche questi vecchi tralicci possano concorrere alla trasformazione non solo dei luoghi di montagna bensì anche del modo di sentire il territorio da parte della comunità gandinese. L’ottica rivolta al futuro ci chiama a un intervento che trasformi un patrimonio statico in risorsa dinamica, attenta ai temi ambientali, di sostenibilità (anche economica) e di senso per chi vi abita vicino”.
Con Lucio Bosio abbiamo parlato dell’ultima iniziativa, del suo lavoro alle Officine Condor e del senso di appartenenza al territorio gandinese.

Come nasce il progetto del Monte Farno?
Tutto è cominciato nel 2014, circa dieci anni fa, quando mi sono trovato a smantellare un vecchio traliccio della seggiovia abbandonata (attiva tra 1951 e il 1976) del Monte Farno. Non avevo mai fatto prima un’operazione di dismissione, ma ho sentito il bisogno di recuperare e restituire un pezzo di memoria collettiva legata a quel luogo. Da sempre sono appassionato di storia locale, e quell’oggetto rappresentava per me l’occasione di connettere passato e presente. Così ho trasformato quel traliccio in tavoli, sedute, un alfabeto... senza destare interesse per anni. Poi, circa tre anni fa, è nata una collaborazione con il Politecnico di Torino, da cui è maturata l’idea di lavorare insieme su progetti legati alla montagna dismessa. Nel frattempo, il Comune di Gandino ha deciso di appoggiare un progetto per il bando "Montagna in Transizione" della Fondazione Cariplo. Abbiamo candidato l’idea e il Comune ha vinto.

Quali attività sono state pensate per coinvolgere la comunità?
La partecipazione è centrale in tutto questo processo. Abbiamo pensato appositamente a workshop gratuiti su prenotazione, dove le persone sono invitate a “sporcarsi le mani”, a costruire insieme. È un modo per responsabilizzare la comunità, coinvolgerla davvero nella trasformazione del territorio. Io vengo dall’artigianato, quindi la dimensione manuale per me è importante, ma non basta. Il vero obiettivo è creare un senso di appartenenza: non solo realizzare un oggetto, ma farlo insieme, condividendo tempo, idee e fatica. Inizialmente avevamo anche pensato a installare due pensiline colorate per l’autostop verso il Monte Farno, vista la scarsità di parcheggi. Purtroppo, i finanziamenti erano troppo limitati e abbiamo dovuto rimandare. Per ora abbiamo ci siamo concentrati su manufatti più semplici, come panchine in legno e metallo. L’idea è restituire alla comunità oggetti utili e carichi di memoria, attraverso la costruzione partecipata di arredi urbani realizzati in parte con i materiali recuperati da vecchi piloni.

Che montagna è oggi il Monte Farno?
Il Monte Farno, ad oggi, è un luogo molto frequentato, anche perché è vicino a Bergamo, a soli 25 chilometri circa. È una montagna accessibile, “family friendly”: un “panettone” con sentieri piacevoli, pochi dislivelli, rifugi, e paesaggi adatti a tutte le età. È un po’ la montagna dei gandinesi e dei bergamaschi. La particolarità è che, dagli anni Ottanta, c’è un divieto di costruzione: questo ha impedito la cementificazione tipica di altre località montane. Oggi il Farno ha un’identità più naturale, meno antropizzata, e viene vissuto soprattutto da famiglie, escursionisti, amanti della tranquillità. L’amministrazione sta cercando di promuoverlo attraverso percorsi tematici: trail, itinerari partigiani, passeggiate legate alla storia locale. Un paio di anni fa è stato abbattuto un cedro secolare malato, e le sue tavole sono state riutilizzate per ripristinare i sentieri. Questo mi sembra un approccio virtuoso nell’ottica della valorizzazione della montagna.

Puoi raccontarci qualcosa di più su Officine Condor?
Officine Condor nasce proprio da quel primo esperimento del 2014, quando ho abbattuto il traliccio. Arrivo dal mondo dell’educazione, ho sempre lavorato con le comunità, ma sono sempre stato anche uno smanettone: mio padre correva in moto, aggiustava cose, e io ho ereditato quella manualità. A un certo punto ho deciso di trasformare quella passione in lavoro. Prima part-time, poi full-time. Ora lavoro come falegname e fabbro, anche se mi sto spostando sempre di più sulla falegnameria perché è più gestibile. Lavoro solo materiali grezzi, per lo più massello. Non uso truciolati. Produco mobili su misura, per interni ed esterni. Ma oltre al lavoro quotidiano, mi concedo il lusso di inseguire progetti che connettono materia, memoria e comunità. Per me il valore di un oggetto sta anche nella sua storia e nel contesto in cui nasce.

Che tipo di intenzione c’è dietro l’uso esclusivo di materiali grezzi e massello?
Sicuramente c’è una forma di approccio “etico” alla materia, ma la scelta parte anche da motivazioni pratiche. Strutturarsi per lavorare ogni tipo di materiale richiederebbe macchinari costosi che non posso permettermi. Detto questo, lavorare con il massello, con legno vero, ha un valore estetico e simbolico enorme. Il legno vivo, che si muove, che respira, è affascinante. È materia che racconta qualcosa. In più, ho scelto di rimanere fedele a una concezione artigianale “1.0”: uso macchinari classici da falegnameria e rifuggo volutamente da macchine a controllo numerico, robotica e tecnologie avanguardistiche. È una scelta di campo. Mi piace l’idea di mantenere un legame diretto con la materia, con il gesto, con l’imperfezione. Da qui sono nate le Officine Condor.

Per concludere, qual è il messaggio che volete trasmettere con questo progetto sul Monte Farno?
L’idea di fondo è una: ribaltare il paradigma del dismesso in montagna. Oggi, con l’innalzamento delle temperature, molte strutture a mezza quota sono destinate all’abbandono, sia per motivi climatici che economici. Pensiamo che sia opportuno iniziare a pensarci prima di sbattere la testa contro il muro, perché perlomeno potrebbe ammorbidire un po’ l’impatto. Forse, i nostri modi e pensieri di affrontare l'argomento sono un po' desueti rispetto ad aspettare la soluzione dall'alto o eseguire esclusivamente quello che ci dice il committente, ma insistiamo nel voler recuperare la dimensione di comunità, sia nell'approccio che nella realizzazione.













