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Attualità | 10 giugno 2025 | 06:00

"Se anche fosse sostenibile, perché mai dovrei voler sciare in un capannone?" Luca Mercalli commenta il progetto di sostituire la vecchia pista da bob di Cesana con un megaimpianto al coperto

Il climatologo interviene sulla proposta di costruire uno skidome sul sito della pista olimpica di bob a Cesana: "Se proprio ci avanzano 50 milioni, usiamoli piuttosto per progettare una montagna sostenibile - come si sta facendo in molti altri luoghi delle Alpi - che non stia in piedi solo sullo sci e dove la destagionalizzazione non la fai mettendo i criceti nella ruota della neve"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

A Cesana torinese si è tenuta una conferenza stampa sull’eredità olimpica di Torino 2006. In questa circostanza è tornata in ballo la proposta di uno skidome sul vecchio sito olimpico di Cesana. L’incontro è stato voluto e organizzato dai sindaci di Cesana, Daniele Mazzoleni, e di Pragelato, Massimo Marchisio.

 

Si ricorda che, al tempo della costruzione, nel 2005, la pista da bob di Cesana era costata 110 milioni di euro; mentre per i trampolini di Pragelato ne erano stati spesi più di 34 milioni. Abbandonate e lasciate al degrado poco dopo le Olimpiadi, ad oggi queste strutture sono oggetto di uno stanziamento di oltre 9 milioni, per lo smantellamento della pista, e di 5 milioni, per la riqualificazione dei trampolini.

 

Ecco, ottenuti i fondi per sistemare il problema del “tesoretto olimpico” di Torino 2006, ritorna agli onori della cronaca il progetto dello Skidome Via Lattea, a Cesana, sul sito dell’attuale pista da bob, di cui già si era parlato lo scorso anno. Ad accompagnarlo, la proposta di riconversione dei trampolini olimpici di Pragelato in un polo multifunzionale per le discipline nordiche, con annesso museo di arte moderna, e di ristrutturazione dell’Hotel Ski jumping. All’appello mancano 50/60 milioni per lo skidome e circa 4 milioni complessivi per i progetti di Pragelato, per i quali si cercano finanziamenti privati.

 

Stando agli interventi dei due sindaci, non bastano le dita di una mano a contare i vantaggi di queste infrastrutture, specialmente dello skidome. Si parla infatti di un bacino di utenza di oltre quattro milioni di sciatori; per non parlare delle migliaia di atleti che con il nuovo skidome in casa risparmierebbero continue trasferte in nord Europa. A far salire l’acquolina, poi, vi sarebbe l’orizzonte delle olimpiadi 2030 nella vicina Oltralpe. Non solo, il sindaco Mazzoleni sostiene che questa struttura andrebbe a produrre un effetto a cascata sul tessuto socio-economico del territorio, offrendo una destagionalizzazione dei flussi turistici - “con un utilizzo delle seconde case 365 giorni l’anno e con un conseguente flusso turistico” - ed enormi vantaggi per le strutture alberghiere - a partire dal 5 stelle Club Med, raggiungibile a piedi dall’impianto.

 

Non bastasse, il tutto parrebbe avere impatto zero: “Stiamo ragionando su uno skidome che è perfettamente inserito nel paesaggio e non si vede quasi più. Infatti lo skidome riprende perfettamente il percorso della pista da bob senza alcun consumo di suolo e senza la realizzazione di nuove strutture, ma utilizzando quella esistenti. In più l'idea di coprire lo skidome con pannelli solari è stata già superata dalla nuova idea di coprire la superficie in erba per un miglior impatto ambientale e con la produzione dell'energia necessaria al funzionamento dell'impianto prodotta da una nuova centrale idroelettrica in via di costruzione e quindi senza la necessità di utilizzare anche batterie di accumulo con le annesse tematiche dello smaltimento. Per quanto riguarda il tema della produzione della neve verrebbe prodotta da un bacino di accumulo già esistente e non vi sarebbe consumo di acqua in quanto la neve verrebbe prodotta una, al massimo due volte, l'anno con l'acqua residua reimmessa nel bacino”.


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Ma sarà vero? E soprattutto, è davvero un'infrastruttura necessaria?

 

Lo abbiamo chiesto a Luca Mercalli; che, oltre ad essere un esperto climatologo e divulgatore scientifico, vive attualmente a pochi chilometri da Cesana: “Prima dicevano che sarebbe stato alimentato da pannelli fotovoltaici, ora hanno già cambiato, sono comparsi l’erba e una centrale idroelettrica. Ma il discorso è sempre lo stesso. Io voglio vedere i numeri, li voglio in megawatt/ora, non così a capocchia. Tutto l’impianto quanta energia consuma? Con i dati alla mano ci mettiamo lì e vediamo se è rinnovabile. Leggere queste proposte senza vedere i numeri mi sa tanto di greenwashing: poi finisce che uso 10% di energia rinnovabile e il resto deve essere colmato da altre fonti”.

 

 

E se fosse davvero capace di alimentarsi interamente ad energia pulita?

 

Anche se fosse davvero rinnovabile, c’è un altro punto da considerare. Attualmente l’Italia produce circa il 40% con le rinnovabili e il 60% con il fossile, quindi dal punto di vista collettivo non è giustificabile fare un parco giochi solo per il fatto di poterlo alimentare in modo pulito. Perché l‘energia prodotta da questa centrale idroelettrica andrebbe comunque investita prima di tutto per far funzionare la nostra vita quotidiana: per un ospedale, per scaldare le nostre case, per decine di cose più essenziali di questo parco giochi. Se fossimo in un mondo perfetto, in cui già l’energia rinnovabile soddisfa tutto il fabbisogno e ne ho in surplus, allora sì, posso permettermi di comprarmi il giocattolo. Ma non essendo così, il rischio è che, appena vi fosse penuria di energia per qualche ragione, essa sarebbe giustamente reindirizzata, e ci troveremmo un impianto fuori mercato.

Aggiungo poi un'altra questione: bisogna prendere in considerazione anche l’energia per la costruzione, quella che si chiama energia grigia. Anche se usa il tracciato della vecchia pista da bob – che ormai è andato in rovina – tutta questa galleria avrà necessità di tante materie prime pregiate, con un costo energetico decisamente meritevole di attenzione.

 

 

Ma siamo sicuri che a quei quattro milioni di sciatori interessi un impianto del genere?

 

Ecco appunto. Eccetto gli atleti che sulla neve ci si devono allenare, la maggior parte della gente che sale in montagna è lì per la bellezza delle montagne, per bere un caffè a tremila metri, per respirare un po’ d’aria. Mi spieghi perché dovrei andare a Cesana per stare in un capannone? Allora tanto vale farlo a Torino così almeno mi risparmio cento chilometri di autostrada. Tanto è uguale, la montagna sarebbe proiettata su degli schermi. Mi sembra che tutto questo sia un tentativo di prolungare un’economia degli sport invernali che ormai è fuori tempo massimo. Io non dico che quello che c’è oggi vada buttato via; nella Via Lattea per esempio, considerata l’altitudine, Sestriere avrà certamente una marcia in più e camperà venti anni ancora. Allora faremo quei dieci chilometri in più e pazienza, a Cesana ci inventeremo delle altre cose. Cose che, fra parentesi, dovremmo aver già iniziato a progettare: gli studiosi delle montagne sanno tutto questo da trent’anni e lo predicano ovunque. Per fortuna ci sono altri paesi delle Alpi più disposti di noi ad ascoltare. Mentre noi ci impuntiamo su queste soluzioni muscolari, ci ostiniamo a far le cose grosse. Ma perché dobbiamo continuare a replicare gli errori del passato?

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