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Attualità | 20 gennaio 2026 | 12:00

"Con Zaia ci si vantava di essere i migliori del mondo, Stefani ha capito che c'è un forte disagio e vuole raccontarlo". La sanità veneta secondo il consigliere Cunegato? "Una bomba sociale pronta ad esplodere"

Dall'Alto vicentino al Cadore, la sanità nelle terre alte del nord-est latita ormai da anni: lo dimostra il crollo dei medici di base disponibili in questi territori e il conseguente sovraccarico di quelli rimasti. Dai tagli agli ospedali alla mancanza di case di riposo, fino alla trascurata salute mentale. I problemi sono molti e diversi tra loro, i fondi rimangono pochi. Ce ne parla il neoeletto consigliere regionale di Alleanza Verdi-Sinistra

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Al punto 4 del manifesto de L’Altramontagna, tra i nodi critici che ci vengono posti dal presente delle terre alte, si cita "la riduzione dei servizi pubblici essenziali (che pure sarebbero garantiti dall’Articolo 44 della Costituzione "…a favore delle zone montane")". Quando si parla di montagna, almeno nel nostro Paese, il tema non è mai solo geografico o naturalistico, ma sempre - in modi diversi - anche una questione sociale.  

 

"Se si parla di montagna, bisogna considerare due forme di svantaggio che si incrociano: quello dell’insufficiente rappresentanza politica, dovuto in primo luogo alla scarsa densità abitativa, e quello della difficoltà di accesso ai servizi, che continua a marginalizzare questi territori".

 

A spiegarcelo è il neoeletto consigliere regionale del Veneto per Alleanza Verdi e Sinistra, Carlo Cunegato. A discapito della narrazione portata avanti dall’amministrazione uscente, Cunegato fa luce su un quadro della Regione profondamente fratturato. Fragilità che emerge con particolare evidenza nel sistema sanitario, a partire proprio da quelle che dovrebbero esserne le fondamenta: i medici di base.

 

A differenza delle specializzazioni ospedaliere regolate dal Ministero, infatti, le borse di specializzazione per i medici di base sono determinate dalla Regione. Secondo il consigliere, uno dei punti più deboli della Regione Veneto è proprio la programmazione del personale medico di medicina generale.

 

"Per quindici anni i sindacati dei medici di base hanno detto alla Regione: ‘Guarda che state sbagliando le borse di specializzazione’. Basta fare un calcolo col pallottoliere: vado a vedere quante persone andranno in pensione e di conseguenza stabilisco le borse di specializzazione adeguate al numero di abitanti. Questo ha fatto sì che, nel 2022, più di 700 mila veneti si sono trovati senza medico di base".

 

Dopo l’epidemia di Covid-19, la situazione sembrerebbe essere andata peggiorando. "Che cosa ha fatto Zaia per rispondere alla crisi? Ha preso il numero-soglia di pazienti per medico di base, che era 1300, e l'ha spostato prima a 1500, e poi a 1800, con deroghe che arrivano al 20%. Ciò significa che ci sono medici di base che hanno addirittura 2.000 pazienti, oltre a tanta gente che di fatto non ce l’ha proprio. Anche chi ne ha uno, insomma, finisce spesso per averlo troppo oberato".

 

In un articolo del 28 ottobre scorso, Il Sole 24 Ore indicava il Veneto come la seconda peggior Regione in Italia, dopo la Lombardia, per numero di pazienti per medico di base. Come segnalava il consigliere Cunegato in apertura, questa crisi regionale interessa in maniera peculiare le zone montane, che pagano il prezzo dell’isolamento geografico e dell’ulteriormente marcata assenza di servizi.

 

"Valli del Pasubio è un comune dell’Alto Vicentino che ha una zona marcatamente di montagna, la frazione di Sant'Antonio. Questo comune che aveva tre medici di base, ora ne ha uno solo. Nei comuni limitrofi, da cinque medici si è passati a due. Ora in tutta la zona vi sono tre medici per 8.000 abitanti. C’è una crisi pazzesca".

 

Laddove la medicina di base non arriva, molto spesso manca anche quell’accompagnamento che porta le persone ad affacciarsi alle cure specialistiche in caso di bisogno, o all’attenzione domiciliare in caso di disturbi cronici. Questo fenomeno è particolarmente sensibile nei territori lontani geograficamente o in termini di collegamenti dai principali poli ospedalieri. Tra gli effetti di questo cortocircuito, c’è spesso quello di sovraccaricare i Pronto Soccorso, con le conseguenze che ben conosciamo.

 

Nel Bellunese, ma non solo, il problema si intreccia con la chiusura di servizi e talvolta interi reparti degli ospedali periferici, come Agordo e Pieve di Cadore. "C’è il tema della golden hour e dell’elisoccorso, che c’è ma spesso non basta: se qualcuno ha un infarto e vive troppo lontano dal primo ospedale può essere rischioso".

 

Alla medicina generale si aggiunge poi un’altra emergenza, molto spesso trascurata, ma centrale e fortemente correlata: la salute mentale. "Purtroppo - asserisce Carlo Cunegato - noi stiamo vivendo una Caporetto della salute mentale". Sempre più persone, anche ragazzi, sono esposte a situazioni problematiche, eppure i centri di salute mentale del territorio veneto sono sempre più in crisi.

 

Si pensi, propone il Consigliere, alla neuropsichiatria infantile. "L’ospedale di Valdagno sta riducendo sempre di più i servizi disponibili. Se uno che abita a Recoaro ha un bambino con disabilità, ora deve andare a Vicenza o a Montecchio, e farsi anche 35-40 chilometri per una visita".

 

Lo stesso dicasi per gli anziani. Siamo una popolazione statisticamente sempre più anziana, e le zone montane e periferiche sono particolarmente esposte a questo invecchiamento della popolazione. "Ci sono diecimila anziani non autosufficienti che avrebbero diritto a un posto in casa di riposo e che non ce l'hanno, perché siamo più vecchi ma non abbiamo fatto nessuna progettazione sull'aumento dei posti in casa di riposo".

 

Insomma, la crisi della sanità riguarda tutti, ma in misura esponenziale chi abita in zone periferiche o montane, dove i servizi si riducono sempre più sotto la soglia dell’essenziale. "La crisi dei medici di base è forse il termometro più sensibile di questo problema, che in questo modo diventa ancora più acuto".

 

Nel tempo, per far fronte a queste sfide, si erano sviluppate una serie di contromisure. Una delle più efficaci è l’Assistenza Domiciliare Integrata (Adi), oggi rilanciata con il concetto di "ospedale liquido", per cui gli operatori si muovono sul territorio andando ad incontrare i pazienti, specie chi ha difficoltà motorie, nelle loro case. Di recente avevamo raccolto la testimonianza di una neurologa che si occupa proprio di questo nei distretti della Carnia e del Friuli settentrionale (in questo articolo).

 

"Assistenza Domiciliare Integrata vuol dire organizzare un intervento non più nell’ospedale ma nelle case delle persone. Era un modello che nel nostro territorio funzionava benissimo negli anni Novanta - spiega Cunegato - ma che è stato progressivamente smantellato. Il principio è giusto, però non viene messo in pratica. A livello di fondi si è progressivamente disinvestito".

 

Il problema strutturale è poi aggravato dai dati demografici ed economici. "Oggi in Italia abbiamo quasi cinque milioni di over-ottanta, fra vent’anni saranno 8 milioni". A fronte di un aumento dei bisogni, l’investimento economico è in crollo: "Durante il Covid spendevamo il 7,2% del PIL in sanità, oggi il 6,3%. E se uno si va a leggere i documenti di Economia e Finanza scopre che nel 2028 arriveremo al 5,92%. Una combinazione a dir poco tragica".

 

Oltre ai tagli alle aziende ospedaliere, il personale pubblico riceve stipendi sempre più esigui, soprattutto gli infermieri, figura centrale per l’assistenza domiciliare. "In provincia di Vicenza, nei prossimi dieci anni, avremo il 21% di infermieri in meno se va bene, il 26% se va male". Così accade che la sanità va incontro alla progressiva privatizzazione a cui stiamo assistendo, creando un divario sociale nell’accesso ai servizi, fino anche alla rinuncia alle cure.

 

"C'è una bomba sociale che ci sta esplodendo in mano", conclude amaro il consigliere Avs. Per il suo mandato in Regione i nodi sono molti: per quanto riguarda la sanità delle aree interne, "è indispensabile soprattutto trovare delle forme di incentivo per il personale sanitario che sceglie di vivere e lavorare in montagna, in particolare per i medici di base". Alla base, però, ci vuole un cambio di atteggiamento alla radice: "serve un maggiore investimento nella sanità pubblica, altrimenti restano solo chiacchiere".

 

È forse presto per dirlo, ma Carlo Cunegato ha notato qualche segnale positivo: Il neoeletto presidente regionale Stefani sembrerebbe aver cambiato la prospettiva in Regione. "Con la narrazione propagandistica di Zaia ci si vantava d’essere i migliori del mondo, Stefani invece ha capito che c'è un forte disagio e che bisogna raccontarlo. Sta parlando di anziani, di sociale e quant'altro. Però, se questi sono gli investimenti che vengono da Roma, è lì che bisogna iniziare a lavorare".

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