"La narrazione rivolta a un pubblico di non alpinisti è sempre stata improntata sull'adrenalina: l'esaltazione del rischio non è un fenomeno recente". Tra scalata e racconto con Luca Vallata

"Negli anni Trenta non facevano i video adrenalinici, ma solo perché non potevano farli". Guida alpina bellunese, praticante dell'arrampicata in tutte le sue forme. Appassionato e studente di storia, ha aperto numerose vie nel nord-est. Sul Civetta ha aperto la via 'Capitani di Ventura' e firmato alcune prime ripetizioni. Di recente, con Alessandro Baù, ha pubblicato una guida sulla leggendaria parete Nord-Ovest

In questo editoriale ci chiedevamo: “Come raccontare l’alpinismo?”. La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché stimola la riflessione.
A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.
Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.
Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.
Luca Vallata, guida alpina bellunese, praticante dell’arrampicata in tutte le sue forme. Appassionato e studente di storia, in particolare storia dell’alpinismo, ha aperto numerose vie. In Civetta ha aperto la via Capitani di Ventura e firmato alcune prime ripetizioni. Di recente, con Alessandro Baù, ha pubblicato una guida proprio alla parete Nord-Ovest del Civetta, la “parete delle pareti” (ne parlavamo qui).
La comunicazione attorno la pratica alpinistica passa sempre più spesso attraverso l’esaltazione del rischio e della componente adrenalinica. Non credi che possa essere pericoloso per chi si affaccia a questo ambiente?
Credo sia emblematico il caso di Alex Honnold, che ha promesso di scalare senza corda quel grattacielo a Taiwan, in diretta streaming. Soprattutto dopo che Balin Miller, un ragazzo giovane e anche molto forte, è morto in diretta TikTok scalando una via nello Yosemite. C'è il video di lui con la corda che cade nel vuoto. Devo dire però che non credo sia un fenomeno così recente, nel senso che la narrazione da alpinisti a persone che non sono alpinisti è sempre stata improntata sulla linea dell'adrenalina, perché è là che si attira l'interesse. Certo negli anni trenta non facevano i video adrenalinici, ma solo perché non potevano farli. Diciamo che nella comunicazione tra pari, tra un alpinista e un altro, non c’è interesse a utilizzare la chiave del rischio. Un alpinista tra gli alpinisti pubblica un articolo per comunicare la sua storia o diffondere quello che ha fatto. L’aspetto adrenalinico si evidenzia, invece, solo se una persona decide di campare di quello, quindi deve fare le conferenze, riprese video, eccetera. Non mi sento di dire che sia diseducativo perché, come dicevo, questa maniera di comunicare sensazionalistica è più che altro rivolta a quelli non del mestiere. Se vedo il video di Auer che scala slegato il Pesce (il riferimento è alla via d’arrampicata Attraverso il Pesce, in Marmolada ndr), non è che domani faccio la stessa cosa, quindi non mi sento di dire che sia davvero diseducativo in questo senso. Una volta uno leggeva il libro Morte sull’Eiger, che poteva avere sulla tua impressionabilità lo stesso effetto che ha un video adesso. Ma questi messaggi impressionano solo quelli che non ci andrebbero veramente.
Come alpinista, è l’adrenalina la scintilla che ti spinge ad affrontare le vette? Cosa cerchi lassù?
Penso che sia un discorso estremamente complesso. Non credo che, nella maggior parte dei praticanti, ci sia un’attrazione legata all'adrenalina. Fosse solo quello l’obiettivo, ci sarebbero maniere molto più veloci e facili di ottenerla: paracadutismo, base jumping e cose del genere. Secondo me l'arrampicata, in tutte le varie sue forme, è una cosa molto più lenta, che richiede tanto tempo. Anche una persona che si affaccia all'arrampicata sportiva, non riesce a fare immediatamente quello che sognerebbe di fare guardando i famosi video. Ha un percorso lungo e anche lento, per forza. Quindi non direi che per la maggior parte delle persone andare in montagna significhi cercare l'adrenalina. Per quanto mi riguarda, dare una risposta è estremamente difficile. C’è senz’altro una forte dimensione creativa, con tutte le sue declinazioni. E sicuramente anche sociale, nel senso che non mi sembra di poter dire che l'alpinismo sia, come raccontano alcuni, soltanto un'attività involuta su te stesso. Non credo si faccia alpinismo soltanto per la propria personale soddisfazione: quelli che dicono questo, in gran parte, mentono sapendo di mentire o mentono a sé stessi. Nell’alpinismo c’è anche tutta la parte di riconoscimento da parte degli altri. Proprio come per un artista, la soddisfazione creativa dell'aprire una via nuova non ha soltanto un protagonista. Ci sei tu che l'hai creata, certo; ma c'è anche la comunità alpinistica nella quale vivi e arrampichi, che riconosce questo approccio. L’alpinismo è un fenomeno sociale, più che solo individuale.
Come alimentare un’affluenza più consapevole da parte dei giovani e del pubblico che si affaccia all’alpinismo?
Mi sento di dire, innanzitutto, che la montagna non ha bisogno di ulteriori promozioni, ne ha già abbastanza. Il Covid è stato un grande volano di questa dinamica, ha fatto bene alle guide alpine perché lavorano di più, però l'aumento enorme di persone che arrampicano in montagna, secondo me inevitabilmente - come in tanti altri ambiti -, innesca delle dinamiche che potrebbero diventare sempre più difficili da sostenere. L'unico consiglio che mi sento di dare per migliorare la frequentazione della montagna, poi, è far capire che la frequentazione della montagna è in generale un processo lento. Portare la consapevolezza che qualsiasi cosa va guadagnata essenzialmente col tempo e con l'esercizio, con la pratica e con la conoscenza, non è una cosa che si guadagna immediatamente. Per esempio, se parliamo dell'arrampicata in montagna, le maniere per avvicinarsi sono tre: un familiare o amico che ti porta, il corso del Cai oppure vai da solo (che è la cosa più rischiosa in assoluto). Se segui una delle prime due strade, capisci subito che quello che puoi fare adesso è molto distante da quello che vedi fare agli altri, e ti rendi conto che il miglioramento non è una cosa immediata, ma avviene con fatica. Insomma, non è un processo gratuito, ci vuole molto tempo prima di avere una conoscenza rispettabile dell'ambiente nel quale ti trovi. Non è un'emozione da poco, una cosa gratuita che, appena decidi di scegliere il percorso all'arrampicata, inizi immediatamente a fare cose super adrenaliniche e bellissime.

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.















